Qual è il significato dell’inedito dispiegamento della forza militare nelle città americane liberal, che Trump ha messo in atto a partire da giugno cominciando con Los Angeles, per proseguire da due settimane a questa parte con Washington D.C. e in prospettiva continuare, fra le altre, con Chicago, New York e Baltimora?
Le giustificazioni formali si conoscono e fanno acqua da tutte le parti. A Los Angeles si trattava, com’è noto, di porre un freno ai disordini causati dalle proteste di coloro che si opponevano agli arresti indiscriminati nei confronti degli stranieri irregolari, che avvenivano e avvengono al di fuori dei minimi standard di legalità, che pure la Costituzione federale – richiedendo un giusto processo per tutti – impone con il V e il XIV emendamento. Che fosse una scusa per mostrare i muscoli, federalizzare illegittimamente la guardia nazionale e inviare in via altrettanto abnorme i marines è risultato immediatamente palese. Era evidente, infatti, come non ci fosse alcun bisogno da parte di Trump di controllare le folle, sì arrabbiate, ma assai poco disordinate, i cui atti violenti – come più volte chiarito dal governatore Newsom – erano stati assai limitati e subito contenuti. Al contrario, era stato l’uso della forza militare federale ad aver provocato i disordini, aveva sostenuto il governatore, che aveva subito portato l’amministrazione Trump in giudizio. Le norme invocate da Trump, e in particolare una previsione del codice federale sui servizi armati che consente al medesimo – sempre tramite ordine al governatore però – di inviare la guardia nazionale solo «in caso di invasione degli Stati Uniti o di suo pericolo, di ribellione contro l’autorità del Governo o di suo pericolo, o quando il presidente non riesce ad eseguire le leggi del paese con le forze regolari», sembravano infatti del tutto inapplicabili. Ma l’intreccio fra giuridico e politico che caratterizza il sistema statunitense ha dato man forte a Trump. In primo grado, il giudice Charles Breyer, nominato da Clinton nel 1997, gli ha ordinato in via cautelare di restituire il controllo delle truppe al governatore della California, ma i tre giudici d’appello – due nominati dallo stesso Trump e una da Biden – ne hanno rovesciato la decisione. Il giudizio di merito di fronte a Breyer è ora in corso, mentre delle schierate 4000 unità della guardia nazionale sono rimaste attive a Los Angeles solo 300. Un giudice federale di primo grado – confortato da una corte di secondo – ha poi bloccato le attività di arresto dei migranti da parte dell’amministrazione federale se condotte secondo criteri razziali discriminatori, ciò che ha subito portato ad un’impugnazione dell’ordine davanti alla Corte Suprema (calmatters.org/justice/2025/08/trump-appeals-ban-on-la-immigration-raids/)
Nel frattempo, l’11 agosto scorso, l’amministrazione Trump ha assunto il controllo della guardia nazionale a Washington D.C. – ciò che, per il particolare status giuridico del distretto della Columbia, gli è consentito con assai maggior ampiezza che altrove – al fine, a suo dire, di contrastare l’emergenza causata da un aumento della criminalità in quella città, da lui dipinta come piagata da “criminali sanguinari” e “bande vaganti di giovani selvaggi”. Anche i senza tetto con le loro tende sono caduti sotto la scure del presidente, parificati ai delinquenti – nonostante rappresentino solo l’ovvio risultato di un sistema che paga il lavoro una miseria (il 50% degli homeless lavora) e permette che gli affitti siano alle stelle – e per questo sgomberati senza pietà. Pure in questo secondo caso, la ragione emergenziale addotta per militarizzare la città – con una guardia nazionale del luogo, cui si sono aggiunte le guardie nazionali di altri stati rossi, che il ministro della difesa Pete Hegseth ha autorizzato ad armarsi di tutto punto – è del tutto pretestuosa: Washington D.C. vede quest’anno una criminalità violenta al minimo storico da 30 anni a questa parte! L’amministrazione Trump non si è poi accontentata di schierare la guardia nazionale, ma ha altresì tentato di assumere il controllo della polizia locale, frenata nel suo intento dal parere di un giudice federale che ha espresso dei dubbi sulla legittimità della sua mossa. Ritirato il tentativo di prendere il controllo della polizia locale, il dipartimento di giustizia ha tuttavia mediato e ottenuto dai leader cittadini la concessione di piena cooperazione con le autorità federali contro l’immigrazione irregolare: un risultato non da poco in una città così detta “santuario”.
E mentre Washington D.C. è occupata in armi dall’amministrazione Trump, che arresta soprattutto migranti e getta nel panico una città la cui economia pare essersi bloccata per la paura, dopo l’annuncio che una simile militarizzazione sarebbe stata riservata anche a Chicago, New York e Baltimora, lunedì 25 agosto il presidente ha emanato un ennesimo executive order, con il quale ordina questa volta la costituzione di una guardia nazionale al suo diretto servizio da schierare ovunque – ossia in qualunque Stato – si renda necessario per “sedare i disordini civili” e per “garantire la sicurezza pubblica e l’ordine” (www.whitehouse.gov/presidential-actions/2025/08/additional-measures-to-address-the-crime-emergency-in-the-district-of-columbia/). Si tratterebbe di una forza militare nazionale mobilitabile dalla Casa Bianca indipendentemente dalla disponibilità o dalla capacità delle forze dell’ordine statali e locali di gestire i disordini civili. Un vero sconfinamento di poteri da parte dell’amministrazione centrale nelle competenze statali e locali, stabilito tramite ordine esecutivo avente valore di legge!
«Sedare i disordini civili è una responsabilità delle forze dell’ordine statali e locali, tranne nei casi più estremi» – ha subito dichiarato Elizabeth Goitein, direttrice senior del Brennan Center for Justice presso la facoltà di giurisprudenza della New York University» –. «Impiegare soldati per controllare le proteste, come previsto da questo ordine, minaccia le libertà fondamentali e la sicurezza pubblica, e viola un principio secolare che vieta il coinvolgimento dell’esercito nell’applicazione della legge sul territorio nazionale». È però proprio questa la via tramite la quale Trump sembra assicurarsi, se lo vorrà, l’occupazione militare di New York, Chicago e Baltimora, città sì violente, ma il cui tasso di criminalità, così come a Washington, è in netta decrescita.
Alcuni sostengono si tratti di un modo per ottenere il consenso popolare da parte di chi, sensibilizzato al discorso criminalità, consegnerà a Trump nuovamente il suo voto nelle prossime elezioni di mid-term, L’allarme sicurezza e l’approccio di law and order, infatti, ha tante volte nella storia degli Stati Uniti regalato la vittoria a chi se n’è fatto paladino: da Reagan a Bush figlio, passando per Clinton coadiuvato da Biden. Ma la questione questa volta sembra assai diversa e molto più preoccupante. Si tratta, infatti, per Trump di assumere un potere militare abusivo sugli Stati e sulle municipalità per colpire ogni manifestazione popolare a lui politicamente ostile. È un passo decisivo verso l’assunzione di un potere assoluto non solo a livello orizzontale (vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/03/26/stati-uniti-cera-una-volta-il-bilanciamento-dei-poteri/) – a scapito cioè del Congresso, come finora avvenuto, con il beneplacito della Corte Suprema che ha avallato i suoi sconfinamenti nelle prerogative altrui (questionegiustizia.it/articolo/i-guardiani-del-potere-nel-senso-che-lo-limitano-o-che-ne-tutelano-l-espansione) – ma anche a livello verticale, a scapito cioè degli Stati e delle autorità locali. Giocando, come suo solito, a sfidare i confini della legalità costituzionale sulla pelle e sulle sofferenze dei più vulnerabili – migranti e senza tetto – Trump fa terra bruciata della rule of law, inteso come stato di diritto, per affermare la rule by law, ossia un sistema in cui il diritto è strumentalizzato e usato a fini politici per smantellare il costituzionalismo liberale. È il passo finale verso quello che è stato definito “autoritarismo legalista” (autocratic legalism), la cui attuazione sembra ormai inarrestabile (vll.staging.19.coop/rimbalzi/2025/08/26/trump-e-lorizzonte-della-repubblica-imperiale/).
