Ho partecipato, vent’anni fa, alla produzione di due documentari in Venezuela: Otro modo es posible… en Venezuela (con Elisabetta Andreoli e Max Pugh, prodotto da Edizioni Gattacicova, 2002) e Nuestro petroleo y otros cuentos (con Elisabetta Andreoli, Sara Muzio e Max Pugh, prodotto da Edizioni Gattacicova e Yeast Films, 2005). Non posso, per questo solo fatto, rivendicare una presenza o una conoscenza dall’interno dell’attualità venezuelana. Però, avendo svolto un’analisi abbastanza completa e approfondita della storia di quel paese, prima e durante la così chiamata Rivoluzione bolivariana, penso di poter esprimere i miei dubbi sulla vera natura della campagna mediatica occidentale, scatenata a più riprese, sulla legittimità dei risultati elettorali in Venezuela.
Andammo in Venezuela nella primavera del 2002, immediatamente dopo il fallito golpe, pilotato dall’establishment anglo-americano e guidato dall’imprenditore Pedro Carmona. Arrivammo in Venezuela con un’unica intenzione: far parlare i fatti, attraverso la voce dei protagonisti venezuelani. Cercare, in questo modo, di dissipare la cortina di fumo artatamente generata dai media occidentali che volevano – e riuscivano a – far credere che il paese era nelle mani di un dittatore militare, Chavez, e veniva salvato da democratici civili, guidati, appunto, da Carmona. Il nostro primo film ebbe una certa risonanza in Europa, negli USA, in America Latina. Direi che contribuì in forma tangibile al cambiamento di percezione di settori progressisti sulla vera natura della rivoluzione in corso nel paese e della reazione provocata da tale movimento sociale.
Avendo vissuto la Venezuela bolivariana nei primi anni del millennio, pur con tutti gli errori che ebbi a rilevare nella gestione del potere e soprattutto del settore produttivo primario, constatai che tutto ciò veniva compensato dalla presenza della personalità ultra carismatica del leader, Hugo Chavez, e dalla favorevole congiuntura di prezzi internazionali del petrolio storicamente alti. Su quest’ultimo aspetto, non va dimenticato che fu proprio la politica avveduta dei rappresentanti venezuelani nominati da Chavez che contribuì a dare inizio a una nuova fase rialzista dei prezzi stabiliti all’interno dell’OPEC. La prematura morte di Chavez e il vuoto politico che si creò, che coincise anche con una nuova fase di discesa dei prezzi petroliferi, portò alla nomina e alla successiva elezione alla presidenza di Nicolas Maduro, e posteriormente all’applicazione delle sanzioni economiche da parte dei paesi occidentali. Sanzioni che comportarono anche il sequestro di attivi produttivi venezuelani in suolo statunitense e riserve aurifere della Banca Centrale. La stesse azioni arbitrarie che si sono puntualmente ripetute, dal 2022, contro la Russia.
Nicolas Maduro non possiede nemmeno lontanamente la carica umana carismatica di Chavez che aiutava, come già detto, a compensare gravi deficienze a livello gestionale. Bisogna però aggiungere che le condizioni economiche nelle quali il Governo venezuelano attuale ha dovuto muoversi sono profondamente cambiate e largamente sfavorevoli al mantenimento del sistema di incentivi sociali e trasferimenti diretti impiantati dal sistema bolivariano. Tutto ciò ha causato un peggioramento nelle condizioni esistenziali di gran parte della popolazione venezuelana, producendo una forte ondata di emigrazione verso o attraverso la Colombia. Constato con sorpresa che, nonostante questa situazione sociale critica, Maduro è riuscito a rimanere al potere così a lungo. E questo malgrado i ripetuti e forti attacchi orchestrati dall’establishment esterno, dato che l’oligarchia economica nazionale non ha veramente la forza per potersi affermare da sola. A mio avviso, la situazione di oggi è una rivisitazione del periodo del 2001-2003, in cui la coalizione degli interessi del grande capitale petrolifero internazionale, coperti dal potere politico da loro stessi finanziato nei principali paesi occidentali, aveva deciso che non si poteva tollerare l’esistenza, in un potenza petrolifera, di un governo popolare, nazionalista e socialmente progressista. Lo stesso è accaduto, in diverse epoche storiche, in altre parti del mondo petrolifero: si pensi solo al rovesciamento, con ogni mezzo, di Mossadegh in Iran, Saddam Hussein in Iraq, Muammar Gaddafi in Libia.
I vettori di intervento possono essere molteplici, ma quando si controlla la quasi integralità dei mezzi di comunicazione del mondo occidentale, il coro quasi unanime cantato dai “giornalisti” è un punto di partenza abbastanza sicuro. In nome della democrazia e del rispetto del voto, si inizia una campagna di falsificazione che dovrebbe portare al “cambiamento di regime” e alla successiva spoliazione di tutte le imprese pubbliche e delle risorse primarie di un paese. È un copione conosciuto e ampiamente applicato. La lezione del 2002 e 2003 in Venezuela dovrebbe però raccomandare cautela.
È interessante che molti “giornalisti”, ONG e istituzioni politiche delle nostre parti si appassionino alla causa dell’opposizione venezuelana e non abbiano niente da dire sulla ripetuta frantumazione delle norme costituzionali compiuta da leader politici in Occidente. Da Napolitano in Italia, quando congedò Berlusconi su richiesta dell’UE, senza voto del Parlamento, a Macron che, oggi, decide che il risultato elettorale non legittima il gruppo di maggioranza relativa a formare un governo in Francia. Questo è il rispetto che si porta, dalle nostre parti, alla volontà popolare espressa dal voto.
Ebbene, bando alle ciance, occupiamoci un po’ dello stato della democrazia a casa nostra e lasciamo ai venezuelani la giusta aspirazione alla sovranità; cerchiamo, caso mai, di proteggerli dalle interferenze esterne. Soprattutto dato che, come sudditi dell’occidente monopolistico, non abbiamo proprio nulla più da insegnare, se non la cautela nel credere e seguire il nostro modello.
Nota:
La genesi del nostro intervento documentario in Venezuela si può leggere in Schermi di guerra, Le responsabilità della comunicazione audiovisiva, Ediesse, 2004, pp. 241-246.
