Mentre stavo andando a vedere Zona d’interesse in un cinema del centro di Monza, avevo in mente le immagini degli studenti manganellati a sangue. La sala è quasi piena e, per una volta, silenziosa. Il film, di una straziante bellezza, racconta la vita quotidiana di un uomo che legge le favole ai figli la sera, un tedesco che cura molto la divisa e il lavoro, un padre di famiglia che vive in una villa con piscina e che comanda ciò che si trova a pochi metri dal suo giardino, il lager di Auschwitz. Rudolf Höss si occupa della tecnica dello sterminio così come chiunque di noi si occuperebbe dei modi più veloci e puliti di fare piazza pulita delle formiche, accarezza un cane di passaggio, riceve un regalo di compleanno dai bambini, si adopera per evitare che la moglie Hedwig, che chiama “la regina di Auschwitz”, sia costretta ad abbandonare quella bella casa e, s’imbatta, perfino lei, nell’esperienza dello sradicamento. I prigionieri del Campo sono dall’altra parte, come dall’altra parte per noi ci sono le guerre di oggi, un collettivo rimosso, un dolore sopportabile. Il pubblico sente, ma non vede, ciò che accade al di là delle mura che separano la casa dal campo di sterminio: spari continui, urla, rumore di treni e forni crematori. Intrappolato dentro il quadro fisso delle inquadrature, lo spettatore si chiede: «Forse questo non è un film storico, forse questa è una riflessione sul nostro presente».
Oggi la violenza sulla vittima non funziona televisivamente, quindi va nascosta dietro le quinte; però, se capita che scappi qualcosa, bisogna organizzarsi bene a ridipingere il quadro. In un vecchio Blob dedicato alle giornate di Genova 2001 si vede un gonfio Placanica, il carabiniere che uccise Carlo Giuliani (e che puntava la pistola già prima del famoso estintore, vuoto, come supposta arma letale), dire: «Davanti a me non c’era nessuno quando ho sparato, non vedevo però non c’era, l’ho capito che non c’era nessuno». Poi Blob monta insieme gli scimmioni del film di Kubrick Odissea 2001 nello spazio e i calci dei poliziotti a Genova su un uomo che urla “Sono un medico!”. La violenza e la noncuranza ritornano, in diverse fogge, ma ostinate e ordinarie, come la vita del nazista Rudolf (che senza dubbio salutava sempre). Una sola volta viene inquadrato all’interno del lager, probabilmente durante la selezione all’uscita dai treni: la camera ritaglia, dal basso verso l’alto, il suo volto impassibile contornato dal cielo.
La famiglia tranquilla si gode il suo giardino ricolmo di fiori e ben concimato e la moglie si dedica al suo aspetto, indossa la pelliccia di un’ebrea che ha perso la vita, invita la madre a vedere a che livello di benessere materiale è arrivata. La famiglia borghese sa che cosa sta accadendo sotto quelle torrette che le inquadrature fisse ci lasciano intravedere, ma non avverte il tanfo dei suoi privilegi ottenuti sulla pelle degli altri e lei, la regina… le basta un gioiello per anestetizzarsi.
Oggi, qual è il nostro muro, il “fuori campo”? Innanzitutto continuiamo a cercare il godimento della punizione dello sconfitto, di ciò che si pone fuori dal decoro e dalla legge, come quando dopo Sanpa, la serie televisiva dedicata a Muccioli e alle sue torture degli ospiti della sua comunità di recupero, molti dicevano che in qualche modo andavano rieducati. Secondo un’idea di città come salotto estetizzato e sdrammatizzato, ciò che turba il senso comune dev’essere spostato lontano dagli occhi: appunto, fuori campo; per sentirci civili possiamo dire che li aiutiamo a casa loro. Violenze chiuse nelle carceri, nelle fabbriche, nei cantieri, nel mare aperto.
Alla fine del film, prima che Rudolf vomiti, ci sono alcuni minuti extranarrativi, perché si esce dalla storia e si finisce nel Museo di Auschwitz, privo di visitatori, asettico, freddo, mentre il personale pulisce, perfettamente (ancora il culto dell’efficienza e del decoro), i forni, i pavimenti, i vetri dietro i quali sono ammassate le montagne di scarpe dei prigionieri. In tutto il film il lager non si vede mai, lo si sente. Ciò che si vede è la cura con cui viene amministrata la ricca e bella casa degli Höss. In quel luogo, ma anche nel nostro presente, non esiste più la vita in un totale e pacifico silenzio. Esco dal cinema e c’è la coda di belle automobili monzesi del sabato pomeriggio; qualcuno esce e urla qualcosa. Pare che siano lì fermi da qualche minuto. Giro l’angolo e mi appare il piccolo corteo dei manifestanti per la pace a Gaza.
Circola da tempo una forma di disimpegno morale diffuso, di elusione del dramma che si profila al di là del filo spinato a protezione della roba, una forma di fuga dalla responsabilità che non urla, non appare, non si dichiara, distoglie lo sguardo e procede. Una forma di noncuranza indaffarata, di omissione di presenza laddove il male continua imperterrito ad accadere, un nazismo senza gas e treni della morte, un nazismo sostenibile. In uno studio sulla disumanizzazione e sulle sue premesse fondative la psicologa sociale Chiara Volpato dedica un passaggio alla tolleranza dell’orrore, che viene sbiadito e reso invisibile: «Martedi 14 settembre 2010, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha spiegato l’incidente occorso nello stretto di Sicilia tra una motovedetta libica e un peschereccio italiano, pesantemente mitragliato, dichiarando che i libici “pensavano si trattasse di un’imbarcazione che trasportava clandestini”. Le parole sfuggite al ministro esplicitano una forma di deumanizzazione che agisce attraverso l’invisibilità. Essa si verifica quando gli individui scompaiono come persone, per trasformarsi, nella migliore delle ipotesi, in elementi statistici. Nella deumanizzazione per invisibilità non si accusa una persona di essere un animale, un demone, un virus, come nella deumanizzazione esplicita, non le si attribuiscono poche emozioni o tratti unicamente umani, come nella deumanizzazione sottile; semplicemente non la si prende in considerazione come essere umano, e non si considerano atti riferiti a esseri umani quelli compiuti nei suoi confronti» (Chiara Volpato, Deumanizzazione. Come si giustifica la violenza, Laterza, 2011, p. 148).
Non è difficile comprendere come nel tempo della spettacolarizzazione di ogni evento, della fotogenia come virtù, degli autoscatti furiosi e dell’inesistenza di ciò che non si vede, la trasformazione dell’altro in invisibile sia il primo passo del suo annullamento. Ed è coerente con questo processo la moda di una parola che uccide la coscienza morale: la parola “buonismo”, dietro la quale si vorrebbe un lasciapassare per la ferocia. Chi solleva questioni di dignità e rispetto, lo farebbe solo per mettersi in mostra. Questa parola viene scagliata contro chi protesta per gli adolescenti picchiati dalle divise, per i morti sul lavoro in Italia, per l’inferno a Gaza; come se fosse dipinta sul muro che separa il nostro castello dal mondo. Una parola che sarebbe piaciuta ai coniugi Höss.
