L’abitudine alla guerra

Guerra e violenza sono, da tempo, il nostro vissuto quotidiano: nelle parole e, ancor più, nelle immagini. Diverse le reazioni di ciascuno, resta il problema di trovare una spiegazione al loro perché. Un tentativo difficile e finora senza risposte appaganti. Ma è sempre più evidente la necessità di una seria riflessione sulle responsabilità dei modelli comportamentali aggressivi imperanti nella società.

Dopo Francesco: le parole, i gesti, l’ipocrisia

I potenti della terra “in divisa” d’ordinanza, fintamente compunti di fronte alle spoglie di un uomo che hanno costantemente osteggiato, tentano di trasformare il papa defunto in un santino inoffensivo. A smentirli stanno gesti e parole che chiedono pace, uguaglianza e accoglienza e invitano gli uomini e le donne di buona volontà a “fare casino” per ottenerle.

Quando fare è dire. L’Italia e il gioco dei mimi

Il gioco dei mimi, in cui un giocatore fa capire a gesti, con difficoltà, quel che non può dire a parole, è proprio anche della politica. Ma a volte si arrota su se stesso: quando le idee cui corrisponde la realtà dei gesti sono lapalissiane gli attori si dimenano attorno a un segreto di Pulcinella. È il caso del nostro Paese, in cui c’è al governo un giocatore che non può dire “sono antifascista” e mostra anche con i gesti di non esserlo.

Le parole della guerra

Da sempre, dai tempi di Tucidide, la guerra si combatte anche con la propaganda e ha bisogno di “cambiare il significato consueto delle parole” per rendere accettabile ciò che non lo è. È il caso, oggi, di parole come autodifesa, lotta al terrorismo e antisemitismo, usate in modo improprio per legittimare condotte indifendibili, o come occupazione, apartheid, boicottaggio, che si vorrebbero cancellate dal vocabolario.

Israele e Palestina: con la lingua dell’altro

Dopo il massacro palestinese perpetrato il 7 ottobre scorso e la smisurata rappresaglia israeliana tuttora in corso, le parole della pace sono diventate impronunciabili e sembra impossibile trovare una lingua comune tra israeliani e palestinesi (e non solo). Eppure è necessario, almeno per chi vuole la pace. Un aiuto in questa direzione viene da due recenti e importanti traduzioni, una dall’inglese e una dall’ebraico.

La politica e le parole violentate

«Il salario minimo per legge rischia di peggiorare la situazione dei lavoratori». Questa la paradossale parola d’ordine ripetuta all’unisono dalla presidente del Consiglio e dalla maggioranza. A dimostrazione che il senso e la razionalità delle parole e dei concetti non hanno più alcun rilievo mentre ciò che importa è la loro immissione nel dibattito pubblico e la loro ripetizione ossessiva.

A cosa serve la cultura?

La cultura è fondamentale, soprattutto nei momenti di crisi. Ci serve, anzitutto, ad acquisire e salvaguardare uno spirito critico e, poi, a regalarci le parole il cui uso appropriato è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia e dell’uguaglianza delle possibilità. Poche parole e poche idee, poche possibilità e poca democrazia; più sono le parole che si conoscono, più ricca è la vita democratica.

Le parole sbagliate della sinistra

Un segno della crisi della sinistra sta anche nel lessico usato dai suoi epigoni. Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne è stato determinato dalla loro sconfitta nello scontro con il padronato. Ma il lavoro salariato non è scomparso e, per invertire la tendenza, occorre ripartire dalla classe lavoratrice. Senza cercare di sostituirla con qualcos’altro, anche nel lessico.

Russia e Ucraina: le parole e la realtà

Le parole (qui proposte con una premessa di Tomaso Montanari e una nota di Giulia Marcucci) sono di un coraggioso cittadino russo, un poeta: «Quella guerra che si sta svolgendo in Ucraina, sotto gli occhi del mondo, non viene nemmeno chiamata guerra. La chiamano “operazione militare”. Ma è una vera e autentica guerra. E deve essere fermata. Come? In qualche modo, ma è necessario. Tutti noi, insieme e individualmente, dobbiamo pensarci».