Dopo Francesco: le parole, i gesti, l’ipocrisia

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Forse mai come questa volta la morte di un papa (con ciò che si agita intorno) è istruttiva.

Prendiamo la politica. C’è, in essa, un paradosso: da un lato, le mancano, più dell’elaborazione teorica, la concretezza della vita, la pratica e dei gesti coerenti; dall’altro, la scena è occupata sempre più da posture e gesti eclatanti che sostituiscono il ragionamento, il confronto, la stessa decisione politica. Il cappello da baseball e il ghigno strafottente di Trump, l’abbigliamento mimetico di Zelensky, la motosega di Milei, i video di Meloni, la messa in piega inappuntabile di Von der Leyen, il rosario impugnato da Salvini, le urla e gli insulti in diretta televisiva e molto altro ancora sono gli ingredienti – studiati, ricercati, esibiti – di un teatrino per cittadini trasformati in spettatori. Sono posture e gesti separati dalla vita reale e tesi a costruire un mondo virtuale, per lo più violento, sempre autoreferenziale. La diversificazione la si è vista plasticamente anche nei funerali di papa Francesco, nel contrasto tra una piazza multiforme e commossa e i potenti della terra “in divisa” d’ordinanza, inquadrati come soldati (o, meglio, generali), tutti uguali e fintamente compunti di fronte alle spoglie di un uomo che, in vita, avevano costantemente osteggiato praticando guerra, sfruttamento, distruzione del pianeta mentre lui predicava pace, uguaglianza, accoglienza e sobrietà nei costumi (che è esattamente l’opposto della sobrietà richiesta in questi giorni dal Governo italiano a copertura dello status quo).

Bisognerà pur ricordarlo a quegli uomini e a quelle donne in nero, evidentemente a disagio in una cerimonia a loro estranea, che il papa appena defunto non chiedeva alle persone di buona volontà di essere sobrie ma di hagar lio, di “fare casino” (come ebbe a dire, all’inizio del suo pontificato, il 25 luglio 2013 a Rio de Janeiro, nell’incontro con i giovani argentini nella cattedrale di San Sebastián, in occasione della XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù). Bisognerà ricordare loro le parole del papa ai partecipanti al primo incontro mondiale dei movimenti popolari, il 28 ottobre 2014: «Voi non lavorate con idee, lavorate con realtà come quelle che ho menzionato e molte altre che mi avete raccontato. Avete i piedi nel fango e le mani nella carne. Odorate di quartiere, di popolo, di lotta! Vogliamo che si ascolti la vostra voce che, in generale, si ascolta poco. Forse perché disturba, forse perché il vostro grido infastidisce, forse perché si ha paura del cambiamento che voi esigete, ma senza la vostra presenza, senza andare realmente nelle periferie, le buone proposte e i progetti che spesso ascoltiamo nelle conferenze internazionali restano nel regno dell’idea, è un mio progetto. Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali: Gesù le definirebbe ipocrite. Che bello invece quando vediamo in movimento popoli e soprattutto i loro membri più poveri e i giovani. Allora sì, si sente il vento di promessa che ravviva la speranza di un mondo migliore. Che questo vento si trasformi in uragano di speranza. Questo è il mio desiderio».

E, con le parole, bisognerà ricordare i gesti. Gesti esemplari, semplici, di immediata comprensione e fuori da ogni protocollo: la scelta di abitare, contro ogni consuetudine, fuori dai palazzi del potere; il viaggio a Lampedusa, primo dopo l’elezione, l’8 luglio 2013, e il lancio in mare di una ghirlanda di fiori, inatteso e simbolico omaggio ai migranti uccisi in mare dall’egoismo nazionalistico e dalla mancanza di soccorsi; la preghiera solitaria per la pace a Gerusalemme di fronte al muro del pianto il 26 maggio 2014; l’invio, nel maggio 2019, del cardinale elemosiniere a riattivare i contatori dell’energia elettrica, disconnessi per morosità, nello stabile occupato di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma; la preghiera nella piazza “delle quattro chiese” di Mosul per “tutte le vittime della guerra”, nel 2021, durante la visita in Iraq, accompagnata dal solenne ammonimento ai potenti della terra che: «Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli»; il rifiuto, nel gennaio 2024, di una donazione milionaria di “Leonardo” per l’Ospedale Bambin Gesù perché non si può accettare denaro proveniente dalla fabbricazione di armi e di strumenti di morte; i ripetuti lavaggi dei piedi di detenute e detenuti nel giorno di giovedì santo; la telefonata quotidiana, fino alla vigilia della morte, al parroco di Gaza per esprimere vicinanza e solidarietà a fronte del genocidio del popolo palestinese.

Molti, in questi giorni, tendono a imbalsamare il papa defunto in uno stereotipo buonista e inoffensivo (specularmente ad altri che ne criticano il radicamento nella tradizione della Chiesa, come se, per un papa, fosse possibile e auspicabile un’alternativa…). Noi preferiamo ritornare alle parole e ai gesti che, soli, possono contribuire a vivificare anche una politica smarrita e appiattita sullo status quo.

«Morto un papa se ne fa un altro» si usa dire, da secoli, a Roma. Ma non è detto che questa volta l’antica saggezza popolare, che evoca l’immutabilità della Chiesa, colga nel segno. Certo si eleggerà un nuovo pontefice e, sul trono di Piero, ci sarà un altro pastore e ciò darà continuità all’istituzione. Ma, probabilmente, si aprirà una nuova e diversa stagione, in particolare per quanto riguarda il ruolo pubblico, politico, del papa di Roma. Io mi accontenterei del fatto che le parole e i gesti di Francesco restino vivi nella memoria e contribuiscano a rovesciare la situazione attuale, caratterizzata da una crisi profonda della politica, dalla apparentemente invincibile superiorità del mercato, dal ritorno massiccio della guerra come strumento di regolazione dei rapporti e dei conflitti tra gli stati. Senza cedimenti a una “sobrietà” interessata solo a mantenere un ordine garante di disuguaglianza.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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One Comment on “Dopo Francesco: le parole, i gesti, l’ipocrisia”

  1. L’articolo di Pepino è giusto e bello. Non si accoda agli elogi formali anche di chi non ascoltava Francesco, ma fa parlare Francesco stesso, con le sue parole più chiare e forti. Mi permetterei di aggiungere il richiamo a ciò che disse ai giovani a Praga, 11-13 luglio 2022, invitandoli a disobbedire alla guerra. Il discorso intero si trova in vatican.va a quella data. Io l’ho commentato nel libro “Fino alla liberazione dalla guerra” (ed. Mille, pp. 51-53 e 46-48). Grazie di tutto il lavoro di Volerelaluna. Enrico Peyretti

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