La scuola non si salva da sola

La scuola italiana attraversa una stagione, ormai lunga, di crisi. Ciò che sfugge ai più, peraltro, è che la crisi non è “tecnica”, ma politica. Si sono progressivamente – e in modo bipartisan – coltivati la “modernità”, la meritocrazia, il concorso del privato, il rapporto con il mondo del lavoro ma si è dimenticato che la scuola è il luogo in cui i giovani vanno indirizzati alla cultura, alla percezione di sé e al pensiero critico.

La Germania è in crisi e vaga nella nebbia

L’economia tedesca, come quella di gran parte dei paesi UE, è in grave crisi da almeno tre anni: per la cessazione degli acquisti di gas russo, per la concorrenza cinese, per le difficoltà della globalizzazione e le tariffe di Trump, per i ritardi nell’innovazione, per una classe dirigente non all’altezza del compito. I tentativi del Governo per uscire dalla crisi, tra cui il forte aumento delle spese militari, non sembrano adeguati.

Educazione e scuola in tempi di crisi

La domanda è d’obbligo: in tempi di crisi val la pena di occuparsi dell’educazione e della scuola? La risposta non può che essere affermativa. In questi tempi bui è più che mai necessario occuparsene per sorvegliare che non vengano sparsi semi di violenza nel campo, fertilissimo, dell’educazione; per controllare che non si sostituisca il sapere con la propaganda; per difendere strenuamente la libertà di pensiero e di insegnamento.

La stagione delle catastrofi e la necessità di un pensiero nuovo. Intervista a Roberto Esposito

Samo passati dal tempo delle crisi a quello delle catastrofi. Riconosciuto il negativo che ci sta intorno, non possiamo però fermarci alla “decostruzione”. In questo contesto, l’eterogeneità dei paesi europei rende difficile l’ancoraggio a una prospettiva federale e impone nuovi orizzonti, anche attraverso raggruppamenti parziali di paesi affini.

Natale: «La parola avvenne nella carne e pose la sua tenda in mezzo a noi» (Giovanni 1,14)

Un altro Natale. Ancora più spoglio di significati che non siano quelli del mercato, mentre si dispiegano conflitti sempre più pervasivi, da cui niente sembra poterci esentare. Eppure Natale, mistero immerso nella contraddizione e nella crisi, può richiamare il senso profetico del vivere in questa stagione storica e aprire il tempo di un umanesimo che non si fa dominare, spengere, addomesticare, irregimentare.

Per una moneta “bene comune”

L’80% del denaro in circolazione è privo di corrispondenti riserve ed è, in realtà, credito delle banche (e debito per chi lo riceve). Ma le banche fanno credito per fare profitti, non per sostenere l’economia. E così si favorisce chi ha mezzi, si producono ulteriori disuguaglianze e si creano crisi ricorrenti. Occorre dunque – sostiene Enrico Grazzini in un recente libro – cambiare l’architettura del sistema monetario.

Guardare negli occhi il colore della sconfitta

La sconfitta della sinistra ha una dimensione europea: anche per questo è illusorio pensare che bastino dei cambiamenti di leadership nazionali per invertire la tendenza. Intanto, la guerra incombe con effetti profondi sul vissuto delle persone e sugli scenari politici. Possibile che i socialisti e i democratici europei non mettano in agenda una riflessione comune sulla crescente inadeguatezza della loro offerta politica?

Stati Uniti: ancora una volta la crisi la pagano i poveri

L’accordo per salvare gli Stati Uniti dal default per lo sfondamento del tetto del debito è stato raggiunto. Il risultato però, per quanto celebrato da Biden come una grande vittoria per tutti, rappresenta ancora una volta una sconfitta per gli americani più deboli a tutto vantaggio di quelli più ricchi. I vincitori (scontati) di questo impasse sono innanzitutto i rappresentanti della potentissima lobby delle armi.

La disuguaglianza non conosce crisi

Il report di Oxfam “La disuguaglianza non conosce crisi”, predisposto per l’apertura del World Economic Forum di Davos, documenta un ulteriore aumento della disuguaglianza nel mondo. Pur a fronte di un 2022 nero sui mercati, dal 2020 ad oggi l’1% più ricco si è accaparrato quasi il doppio dell’incremento della ricchezza netta globale rispetto alla quota andata al restante 99% della popolazione mondiale.

Abolire il reddito di cittadinanza e umiliare i poveri: è la destra, bellezza!

È scritto nella legge di bilancio: il reddito di cittadinanza sarà abolito dal 1 settembre per gran parte dei percettori e dal 1 gennaio 2024 per tutti: un milione di persone saranno rigettate nella povertà assoluta. Per addolcire l’operazione si dice che sono “fannulloni”, ma, per lo più, sono semplicemente “non appetibili” per le imprese. È la politica della destra: umiliare i poveri e far pagare loro i costi della crisi.