Pongo due domande tra loro collegate: in tempi di crisi val la pena di interrogarsi e occuparsi dell’educazione e della scuola? Che ne è dell’educazione in tempi di crisi? Uso l’espressione “tempi di crisi” prendendola tal quale da un bel saggio di Goffredo Fofi: i tempi di crisi si differenziano dai tempi di pace (rari) e dai tempi di guerra. Sono di crisi poiché la tensione verso l’uno o l’altro polo non è risolta: insomma, non proprio pace ma nemmeno guerra. Dando per scontato che (noi fortunati) viviamo in tempi di crisi, comincio col rispondere alla prima questione, che è anche la più semplice. In tempi di crisi è più che mai necessario occuparsi di scuola ed educazione. Sorvegliare, se abbiamo a cuore le ragioni della pace, che non vengano sparsi semi di violenza nel campo, fertilissimo, dell’educazione; controllare che non si sostituisca il sapere con la propaganda; difendere la libertà di pensiero e di insegnamento in modo strenuo, denunciare ogni forzatura ideologica che spinga i più giovani ad abbracciare il vitalismo ottuso che troppo spesso si associa alla guerra, la quale invece dovrebbe essere vista per quello che è, la causa di morti seriali e che, proprio come un serial killer, dovrebbe farci inorridire.
Ciò che affermo sembrerebbe una banalità, ma temo non sia così e che soltanto i più avvertiti tra gli educatori siano all’altezza del loro difficile compito. È pur vero che l’instancabile attività di coloro che collaborano, associazioni o singoli, all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (https://osservatorionomilscuola.com/info/) ha reso disponibile una gran quantità di dati e di esempi che rendono chiaro a chi vuole prenderne atto quanto sia presente nelle nostre scuole il “partito della guerra”. Temo però che, in genere, ai docenti manchi la radicalità necessaria di questi tempi; e questo in qualche misura è connesso al fatto di essere educatori, di per sé un ruolo “conservatore”, che porta al rispetto delle regole e che – parlo per esperienza – raramente porta a una critica disincantata dell’esistente. Perciò alla condanna netta della guerra si preferisce una più edulcorata “educazione alla pace”. In ogni caso, è tempo di aprire gli occhi: come ha fatto correttamente notare una delle associazioni invitate in audizione dalla Commissione tecnica per la definizione delle Linee di indirizzo dei nuovi curricoli (l’Associazione EIP Italia Scuola strumento di pace, nelle 154 pagine del documento Nuove Indicazioni 2025 la parola “pace” non compare neppure una volta mentre “guerra/guerre” ricorre 10 volte. Qualcosa vorrà pur dire.
Ribadisco: oggi credo si debba essere drastici e mettere al bando le sfumature: chi non è contro la guerra è a favore della guerra. Non ci sono “se” e “ma” che giustifichino la violenza organizzata e legalizzata dei conflitti armati. Eppure, in tempi assai recenti, abbiamo visto piazze sedicenti “pacifiste” che però sono preoccupate della “sicurezza” e della “difesa”. Abbiamo – con mio rammarico – visto muovere critiche alla manifestazione del 5 aprile scorso, che aveva uno slogan non equivocabile (“No al riarmo”) in nome della possibile strumentalizzazione da parte del Movimento 5 Stelle, mettendo tra parentesi il fatto che, quando in piazza ci sono centomila persone non sarà facile strumentalizzarle. Le ragioni della moltitudine, se continueranno ad essere affermate, riusciranno a trascendere ogni logica di partito. Di questo sono certa, così come sono certa che il fatto che le piazze europee non si riempiano di manifestanti sia un pessimo segno.
Compito di ogni educatore dovrebbe essere il chiarire ai propri studenti che la sicurezza non è tutelata dalla capacità potenziale di un paese di prendere parte ad un conflitto. Anche all’interno della società non sono le armi che ci rendono sicuri, a meno che non si adotti il punto di vista statunitense. Negli Stati Uniti, 345 milioni di cittadini possiedono circa 460 milioni di armi, 25 milioni dei quali sono fucili semiautomatici. Non ci si meraviglia se i morti per armi da fuoco raggiungono negli Stati Uniti, faro della civiltà, Impero del Bene, cifre da guerra civile (nel 2021 ben 48.830 morti, compresi incidenti e suicidi: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-questione-delle-armi).
Passo al secondo interrogativo: che ne è dell’educazione in tempi di crisi? Se con il termine “educazione” facciamo soprattutto riferimento alla scuola – e cioè all’istituzione che dovrebbe garantire a tutti pari opportunità di apprendere – dobbiamo notare che, in tempi di crisi, approfittando dello sbandamento generale, chi deve governare l’istituzione cerca di lasciare il suo segno nel modo più incisivo. In Italia ne abbiamo continuamente prova: il ministro Valditara appare infaticabile e anche se gran parte delle sue “innovazioni” altro non sono che il precipitare verso la conclusione di percorsi iniziati da altri ministri, bisogna riconoscere che Valditara si dà un gran da fare. I risultati sembrano modesti: per ora il “liceo del made in Italy” è stato scelto dallo 0,09% degli studenti, mentre la filiera tecnologico-professionale è preferita a malapena dall’1 per cento dei nuovi iscritti alle superiori. La propaganda ministeriale trasforma tali modestissimi risultati in successi, nella sostanziale indifferenza di un ceto docenti che non vede la necessità di controbattere colpo contro colpo, che, a fronte di un documento insieme imbarazzante e reazionario come le Nuove indicazioni, cui ho fatto cenno più sopra, è in grado di scrivere, come ho visto con i miei occhi in una chat che raccoglie docenti pacifisti che «tanto quei documenti non li legge nessuno», affermazione che, purtroppo, corrisponde in gran parte a verità.
Che dire? Se in un recente articolo (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/04/10/guerra-il-tradimento-dei-chierici/) Marco Revelli ha giustamente parlato di “tradimento dei chierici”, alludendo ai tanti intellettuali e opinionisti con l’elmetto io parlerei, a proposito della scuola, di una massa inerte di adulti in cui ancora troppo pochi dimostrano di aver coscienza e si chiedono come coinvolgere i più giovani per portarli a comprendere la gravità del pericolo che minaccia l’umanità intera e il pianeta (senza inutili allarmismi, senza fanatismo, ma partendo dai dati reali). Bisogna insegnare ai giovani a pensare e a non credere ai luoghi comuni, che traggono la loro forza dal fatto di essere ripetuti all’infinito. In questo percorso ci aiuterà l’evidenza dei dati (quanti morti innocenti in Palestina e in Ucraina, quanta distruzione e sofferenza nel lontano Myanmar, travagliato da anni da una sanguinosa guerra civile cui si è aggiunto un catastrofico terremoto, quanti altri Paesi – ci dicono essere vicini alla sessantina – afflitti dalla violenza delle armi).
Ma se stigmatizziamo con i ragazzi l’atteggiamento clownesco di Trump non manchiamo di sottolineare la pazzia parallela della signora Von der Leyen che, fresca di messa in piega, usa i toni della ragionevolezza per proporre all’Europa un investimento in armi di 800 miliardi di euro, cifra sconsiderata e che avrà concordato con altri genii suoi pari. Tremo al pensiero che la Germania, motore primo di due guerre mondiali, si accinga ad investire 500 miliardi di euro in armi. All’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina l’allora cancelliere Scholz aveva proposto la cosiddetta “svolta storica”, annunciando un fondo fuori bilancio di 100 miliardi di euro per incrementare la spesa militare; oggi i miliardi sono diventati 500 e l’AfD, schieramento di estrema destra senza infingimenti, rischia di diventare il primo partito in tutta la Germania. Ecco cosa può fare la scuola: far sorgere dubbi sulla legittimità di un potere che si trasforma in arbitrio e rinsaldare nei giovani una certezza: le ragioni della vita sono sempre superiori a quelle della morte e la guerra, grande seminatrice di distruzione e di dolore, va messa al bando se l’umanità vuole emanciparsi almeno in parte dalla sua natura rapace e ferina.
