Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto, tra l'altro, “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Neos Edizioni, 2017); "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni" (Il Babi editore, 2019); "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo" (Neos Editore, 2019); "Un'Italia che scompare (Il Babi editore, 2022); "Sotto l'acqua. Storie di invasi e di borghi sommersi" (LAReditore, 2024); "Bianco benestante ambientalista" (LAReditore, 2025).. Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con "Il Fatto Quotidiano".
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Cuba è tuttora un paese socialista impegnato nel tentativo di assicurare a tutti condizioni di vita degne. Emblematico è il livello della ricerca e dell’assistenza sanitaria, emerso a livello internazionale durante il Covid. Oggi, peraltro, la vita nell’isola è molto dura per l’“embargo” imposto dagli Stati Uniti, condannato dall’Onu e senza uguali nel mondo, che ne strozza l’economia e provoca drastiche restrizioni su tutti i piani.
Il 6 febbraio si inaugureranno le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 con uno sperpero di denaro pubblico degno di miglior causa. L’inaugurazione si farà a Milano nel glorioso stadio Meazza e ne costituirà il funerale perché la struttura sarà presto abbattuta per un grande affare immobiliare. La Federcalcio avrebbe voluto giocare la partita impedita dalle Olimpiadi nientemeno che in Australia. È questo lo sport del nostro Paese?
Sulle Alpi non nevica (quasi) più. Ma allo sci non si rinuncia. Così è una corsa alla neve artificiale, o programmata, o finta che dir si voglia, oggi prodotta in modo crescente e con garanzie di qualità qualunque sia la temperatura dell’aria. Peccato che i costi energetici e il consumo di acqua siano elevatissimi, taanto da richiedere (anche) ingenti interventi pubblici di sostegno.
Lo scandalo urbanistico di Milano presenta alcune analogie con la situazione torinese. Certo, a Torino non ci sono palazzi costruiti nei cortili o grattacieli fatti passare per ristrutturazioni. Ma c’è una trentennale pratica di alienazione di beni comuni: in centro, in periferia e anche in precollina. Nessuna ipotesi di corruzione, almeno per ora. Ma la mano pubblica ha abdicato al proprio ruolo di governo del territorio.
A Londra si vuole ampliare l’area sportiva di Wimbledon costruendo 38 nuovi campi da tennis e uno stadio; a Bardonecchia il rio Frejus, assurdamente intubato, esonda per la seconda volta in due anni provocando enormi danni e un morto; a Vicenza partono gli espropri per una tratta, del tutto inutile, di alta velocità. Il caldo impazza, ma pazienza: cementificare e costruire produce consensi e voti…
L’energia pulita o rinnovabile è un obiettivo sacrosanto. Ma bisogna sapere di cosa si parla. I raggi solari, il vento e l’acqua fluente sono certamente puliti. Ma si tratta di risorse che devono essere intercettate e per trasformarle in energia devono essere realizzati dei manufatti che richiedono dei minerali la cui estrazione crea inquinamento in altri paesi (in genere poveri). Meglio, dunque, non ragionare per slogan.
A Torino l’ambientalismo si è risvegliato. Tra le opere contestate c’è la realizzazione, nel parco del Meisino, di una “cittadella dello sport e dell’educazione ambientale” dove praticare mtb, pump track, skiroll, biathlon e altre attività sconosciute ai più. Le proteste sono rimaste inascoltate ma 39 dimostranti hanno ricevuto avvisi di garanzia…
Ogni grande opera che incide sulle montagne, magari per fare nuove funivie e piste di sci, viene chiamata dagli amministratori “valorizzazione”. Il termine denuncia una visione del mondo secondo cui la natura in quanto tale non vale nulla e assume un valore (monetario ed estetico) solo a fronte di un intervento umano. Eppure i fatti mostrano l’esatto contrario e richiedono il riferimento a un altro termine: difendere.
«Il Prinz Eugen, è chiuso: inchiodate le finestre, sbarrati gli ingressi. Noi lo abbiamo fatto vivere per 30 anni e abbiamo lasciato che, intorno, la natura facesse il suo corso. Ora arriveranno speculazione e, forse, un giardino “artificiale”»: queste le parole di un’attivista di una delle più antiche realtà torinesi occupate, sgombrata nei giorni scorsi.
C’era una Langa diversa da quella dei vini pregiati, dei terreni che costano oro e dell’overtourism. Era l’Alta Langa, in qualche modo marginale e legata a valori e lavori antichi. C’è sempre di meno, come sembra dirci la scomparsa di Bruno Geda dalla sua cascina in cui si respirava un’aria di festa, tra sculture in legno e arti circensi.