La guerra, l’inganno della geopolitica e la logica del capitalismo

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Partiamo dall’articolo che Emiliano Brancaccio ha scritto su il manifesto del 4 gennaio, con cui svela la farsa della geopolitica (https://ilmanifesto.it/larte-di-non-capire-la-guerra-al-fine-di-perpetuarla). Una scienza senza oggetto di scienza si potrebbe dire, nella migliore delle ipotesi. Una disciplina tesa a gettare un velo di Maya che oscura i reali motivi per i quali le guerre sono mosse, in un’ipotesi cinica ma più realista.

Secondo quanto affermato dallo svedese Rudolf Kjellèn, la geopolitica attiene a quel complesso di problemi che riguardano gli stati che, al pari di organismi viventi, hanno bisogno di uno spazio vitale per sopravvivere. Ecco, allora, che la geopolitica diventa una sorta di apologia della politica di potenza, «innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio […] si fa ideologia e, in quanto tale, pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica». Uno Stato ne aggredisce un altro perché ha bisogno di territorio e risorse naturali per sopravvivere. Come un predatore che azzanna la preda. Si tratta di un bisogno fisiologico dettato dalle ferree leggi della sopravvivenza. Quindi, non c’è una classe dominante che detiene immense ricchezze e che, per aumentarle, esercita l’arte bellica espropriando altri popoli dei propri beni. Non c’è una ferrea legge dell’accumulazione del capitale, alla quale ogni altra ragione di stato è subordinata. Come per la scienza politica, anche per la geopolitica la sovrastruttura assume autonomia e cerca di far perdere le tracce della propria sudditanza verso il sistema economico. La forma diventa sostanza. Le motivazioni profonde vengono nascoste per rimandare ad ancestrali istinti di sopraffazione o di sopravvivenza a seconda di come li si percepisca.

Cercare di interpretare l’attuale conflitto ucraino senza fare riferimento alle ricchezze naturali, in termini di terre rare e terreni agricoli di cui è ricca quella terra, significa gettare fumo negli occhi delle opinioni pubbliche occidentali. Le quali non sono ancora abbastanza ciniche per avallare un conflitto per il possesso di quelle risorse. Meglio porre la questione in termini di lotta tra la democrazia e l’autoritarismo. Analogamente, l’aggressione nordamericana al Venezuela deve essere presentata come un’operazione antidroga, per permettere il plauso da parte di governi sudditi come quello italiano. E non serve neanche la sincerità del presidente Usa che, da una parte, fa riferimento esplicito alle terre rare ucraine, dall’altra al petrolio venezuelano. Il capitale è ingordo e non spiega la propria azione in funzione del benessere collettivo ma solamente della propria accumulazione. E, come un rullo compressore, è pronto a schiacciare chiunque si frapponga a tale accumulazione continua.

Per questo la guerra è elemento coessenziale al capitalismo, il quale non è vero che prosperi in tempo di pace. In un modo o nell’altro, si alimenta del conflitto, sociale e interstatale, anche quando tale conflitto non è esplicito. Ed è per questo che non può esser democratico. La democrazia cara al capitale è quella plebiscitaria, in cui si consacra il capo a furor di popolo. Un popolo possibilmente anestetizzato dalle chimere del consumo e avulso dall’analisi politica ed economica. Non è un caso che i movimenti di destra, pilastri granitici del capitale, anelano a sistemi pseudodemocratici in cui il cittadino è sovrano solamente nel momento in cui sceglie, nella cabina elettorale, di spogliarsi della propria sovranità a favore del capo. In fondo, la pratica del voto non è pericolosa. L’adottarono, per una prima fase, anche il fascismo e il nazismo per sovvertire i sistemi liberali. Se esistesse un sistema realmente democratico, il che significa democrazia sostanziale, non solo formale, nella quale gli individui sono chiamati quotidianamente a partecipare all’ordine del giorno, non esisterebbe un fenomeno Trump. Il quale non deve essere considerato un personaggio stravagante e istrionico isolato, in quanto dietro di sé ha un apparato ben preciso. L’arroganza e la cialtroneria del personaggio è funzionale a distogliere l’attenzione dalle leve che muovono il meccanismo Stati Uniti. Trump non agisce senza essere in sintonia col grande capitale che deve avere un tornaconto dalla movimentazione della macchina bellica. Ed è proprio quel grande capitale che gli garantisce il plauso dei governi europei che si comportano da cortigiani.

Nonostante l’inganno liberaldemocratico, lo Stato non ha smesso di esercitare la funzione di comitato d’affari della grande borghesia. Il capitalismo occidentale non sarebbe progredito senza l’apporto dello Stato, come ha rilevato Silvia Conca Messina (Profitti del potere. Stato ed economia nell’Europa moderna). A nulla sarebbero valsi i commerci senza le cannoniere occidentali che aprivano nuovi mercati al capitale a suon di cannonate. Quella poderosa alleanza tra Stato e capitale di cui parlava Max Weber è più attuale che mai. Soprattutto oggi che cogliamo i frutti di un cinquantennio di riscossa neoliberale in cui il capitale ha colonizzato le cancellerie politiche, i grandi media, le officine del pensiero. Lo Stato minimo, agognato da Robert Nozick, non è poi così minimo. Assolve alla funzione fondamentale di reprimere il dissenso interno e reperire nuove risorse e nuovi traffici all’esterno.

Come chiosa Brancaccio, per combattere l’attuale idiozia, c’è bisogno di cervelli giovani e attrezzati che svelino il vero volto dell’ideologia dominante, quella del capitale. In sostanza, necessitiamo di una grande controffensiva uguale e contraria a quella subita finora.

Gli autori

Fabrizio Venafro

Fabrizio Venafro, laureato in scienze politiche, studia la società contemporanea sotto il profilo socio economico, con taglio interdisciplinare.

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