Alla fortuna del fascismo ha molto contribuito l’ambiguità dei suoi esordi (1919-2020). Il movimento di Mussolini si dichiarava contro agli eccessi del capitalismo e, al tempo stesso, era a favore della proprietà privata e risolutamente antisocialista. In questa ambivalenza si riconobbero artigiani, contadini, piccoli imprenditori, stremati economicamente e moralmente dalla guerra e dalla crisi del dopoguerra, spaventati dal rischio del “declassamento sociale”. A Mussolini non sarebbe bastato, per la presa del potere, il supporto interessato di industriali, proprietari terrieri, banchieri, generali dell’esercito e dirigenti dell’apparato statale, e nemmeno l’appoggio, pur decisivo, della monarchia. Come gli storici hanno documentato, sono stati determinanti il consenso di una base sociale di massa, oltre che una serie di condizioni vantaggiose: il ruolo del Vaticano (il papa non esitò a definire il duce «uomo della provvidenza»), l’asservimento della grande stampa e, last but not least, l’arretramento del pensiero liberale su posizioni conservatrici e nazionaliste.
Lo scenario economico e politico odierno evoca, con qualche rilevante differenza, tra cui è da sottolineare la posizione della Chiesa cattolica, quello appena ricordato. I “liberali” virano decisamente a destra e non sembrano per nulla impacciati da doppiezze politiche e incoerenze morali. Ritornano i nazionalismi, l’odio razziale, le guerre e forme di sterminio come mezzo di soluzione di controversie etniche e territoriali o di contrasti economici. Una visione militarista e repressiva dello Stato prende il posto di quella sociale. Dalla sfera pubblica i diritti retrocedono in una sfera privata, affidati al buon cuore dei singoli individui o delle associazioni di volontariato. Perfino la libera iniziativa economica e il libero scambio vengono sacrificati sull’altare della concentrazione monopolistica delle imprese e dello Stato forte. Così alcuni dei i pilastri fondamentali dell’ideologia neoliberale, su cui si sono consumati fiumi d’inchiostro nell’ultimo mezzo secolo, vanno in frantumi. La “concorrenza” e il “libero mercato” si rovesciano in politiche protezioniste, si spostano sul terreno dei dazi e dell’accaparramento di materie prime e di terre rare, si trasformano in guerra commerciale.
Il fallimento del pensiero liberale si caratterizza per la evidente dissociazione tra capitalismo, democrazia e giustizia sociale. A causa dell’astensionismo elettorale di massa, la volontà popolare, paradossalmente, esprime maggioranze parlamentari che riflettono gli interessi dei ceti dominanti, sostenitori di uno Stato minimo, ma solo per le classi inferiori, non per loro. Cresce il culto del capo carismatico. Gli equilibri dello Stato di diritto si spostano drasticamente a vantaggio del potere esecutivo. Come l’organizzazione aziendale evolve in senso centralistico e autoritario, la stessa cosa i governi tendono a fare con l’assetto istituzionale. Il tecno-capitalismo è insofferente verso le regole, fa strame dei principi liberali, manifesta fastidio per le interferenze delle istituzioni internazionali, pretende la completa subalternità delle istituzioni nazionali e un controllo assoluto dell’economia. Inoltre, ha sempre più bisogno, per la sua riproduzione sociale di un nuovo proletariato sfruttato, sottopagato e precario, ridotto spesso in condizioni di servitù o di schiavitù. Aumenta la distanza tra ricchi e poveri e si assottiglia il peso sociale del ceto medio.
Viviamo in un’epoca in cui a un’espansione produttiva, finanziaria e tecnologica senza precedenti fa da contraltare una società malata, una crisi ambientale gravissima, la piaga della fame e della carestia, migrazioni di massa alla ricerca di condizioni di vita migliori, la proliferazione di regimi dispotici, conflitti etnici o religiosi e guerre di conquista di territori e risorse naturali. Illusorie misure di “deglobalizzazione” dell’economia, assunte con l’intento di riportare le industrie sul territorio nazionale, provocano in realtà l’inasprimento delle tensioni internazionali, la perdita di posti di lavoro, l’aumento della precarietà lavorativa e del lavoro povero, la compressione ulteriore dei salari. Sarebbe grave non cogliere la portata della crisi e la condizione di incertezza, di ansia e paura che produce. La destra conservatrice e reazionaria cavalca questi stati d’animo spostando, da un lato, l’attenzione su nemici interni ed esterni (la magistratura, i migranti, l’Ue ecc.), inventando complotti e presunte invasioni, e, dall’altro, usando un linguaggio rassicurante, raccontando risultati mirabolanti, annunciando miracoli in arrivo. Sempre pronta, però, a sdoganare, se le cose dovessero mettersi male, toni e modi esplicitamente autoritari e guerrafondai, che le sono più consoni.
Che fare? Certamente bisogna riunire le forze democratiche per difendere a oltranza le libertà costituzionali. Le conquiste della lotta di resistenza dei partigiani contro la dittatura fascista non sono negoziabili. Detto questo, sappiamo tutti che l’offensiva conservatrice e reazionaria in atto non si contrasta limitandoci a stare in trincea, bensì con una controffensiva a tutto campo, sociale, politica e ideologica. Ora, a mio avviso, il punto debole del rilancio della sinistra è proprio l’ideologia. Da quando è crollata l’Unione Sovietica e si è dispiegata la globalizzazione capitalistica, il neoliberalismo domina incontrastato, ha conquistato le menti e il cuore dei centri studi (think tank) e di università, di politici ed economisti di destra, di centro e di sinistra, di giornalisti. In Italia, anche i gruppi dirigenti dei partiti di sinistra nati in seguito allo scioglimento del Pci, ne sono rimasti ammaliati.
L’egemonia dell’ideologia liberista, nel significato gramsciano del termine, non poteva essere più piena. La secolare lotta ideologica tra socialismo e liberalismo si è conclusa inequivocabilmente con un sonoro kappaò inferto all’idea di socialismo. La sola parola “socialismo” evoca ancora un’esperienza contraddistinta da una gestione burocratica e autoritaria del potere, dalla sostanziale coincidenza tra partito e Stato, da piani quinquennali imposti dall’alto, dall’ingerenza sistematica nella vita privata dei cittadini. Una propaganda ossessiva e perdurante ha avuto buon gioco nel descrivere il socialismo come la negazione della libertà individuale, dei diritti umani, della democrazia, confondendo intenzionalmente l’idea del socialismo con il “socialismo reale”. C’è da chiedersi allora come riabilitare e reinventare il “socialismo”, che non è una semplice parola, ma una visione del mondo (Weltanschauung), un movimento, che ha segnato, negli ultimi due secoli, l’identità di milioni di persone. La grave dissociazione tra socialismo, libertà individuale e democrazia, che ha caratterizzato l’esperienza dell’Urss e dei paesi satelliti, non autorizza nessuno a ridurre tout court il socialismo a una favola per bambini e il comunismo a pura utopia, tanto più nel momento in cui minacce concrete alle libertà individuali e alla democrazia provengono proprio dal tecno-capitalismo (o “capitalismo della sorveglianza”).
Una cosa è certa: per combattere i pregiudizi e i luoghi comuni è tempo di uscire dal perimetro dell’ideologia “liberaldemocratica” e riscoprire l’importanza della lotta ideologica. Come sarebbe possibile costruire un’alternativa credibile ai rapporti sociali e di potere esistenti rimanendo ingabbiati in un’ideologia che simboleggia la garanzia della loro continuità? Struttura (economica) e sovrastruttura (ideologica, politica) si influenzano a vicenda, hanno tra di loro un rapporto dialettico, non diretto e automatico. Non a caso in economia sopravvivono ancora residui feudali e in politica e nei rapporti umani e sociali non finiscono mai di stupirci modi di pensare, idee, convenzioni, che consideravamo arcaici o superati. Il capitalismo attraversa una crisi di cui non si vede lo sbocco, ma l’ideologia neoliberale è viva e vegeta. Se questo è vero, sarebbe l’ora di uscire da schemi mentali di tipo politicista, economicista o geopolitico, oggi tanto di moda, e di impugnare l’arma della critica per mettere in evidenza le cause profonde della crisi e del caos globale in cui siamo precipitati. La destra avanza perché, con la crisi che incombe, la sinistra non ha una strategia e una sua ideologia, non pone con la necessaria determinazione l’obiettivo di un cambiamento radicale. Di volta in volta viene individuato un bersaglio diverso (la volontà di potenza di alcuni grandi stati, lo scontro di civiltà tra Occidente e Islam, tra il Bene e il Male, tra Democrazia e Autocrazia), si chiama in causa perfino la salute mentale di alcuni governanti, ma si evita sempre di centrare il bersaglio grosso: il capitalismo, che pur di sopravvivere alle sue contraddizioni stringe il mondo in una morsa soffocante.
Tornare al socialismo significa, insomma, riscoprire la critica dell’economia politica e rileggere la polemica incalzante di Marx contro un modello di società in cui l’individuo rimane schiavo dei bisogni materiali, non è libero di sviluppare appieno la propria personalità. Si dimentica spesso che la lunga e approfondita indagine di Marx sulle trasformazioni avvenute con la rivoluzione industriale ha come punto di partenza la riflessione sul rapporto dell’individuo con la società. La sua polemica è rivolta contro la concezione (liberale) dell’individuo come monade isolata, autonoma e separata dagli altri. Nella sua visione, l’individuo, è l’uomo singolo, in carne e ossa, che pensa, agisce e opera insieme agli altri uomini. Uno degli studiosi più acuti del pensiero di Marx, David Harvey, sottolinea che in tutti i suoi scritti, dalle opere giovanili fino al Capitale «Marx evidenzia sempre che è il libero sviluppo dell’individuo a dover essere il punto di arrivo di ciò verso cui si indirizza l’azione collettiva. […] Marx vuole la mobilitazione collettiva per ottenere la libertà individuale» (D. Harvey, Cronache anticapitaliste, Feltrinelli, 2018, p 213).
In questa prospettiva il socialismo è la costruzione delle migliori condizioni per soddisfare i bisogni di tutti, consentendo a ognuno di esprimere le proprie capacità e realizzare le proprie aspirazioni. Il pensiero marxista, a differenza del liberalismo, che si limita a proclamare il diritto alla felicità dell’individuo, lasciandolo in pratica in balìa del mercato (e quindi della legge del più forte), pone i problemi della libertà e della felicità individuale in una dimensione collettiva e politicamente definita, che richiede costruzione del consenso, movimenti di massa e lotte per superare gli ostacoli che si frappongono al progresso sociale e civile. La controffensiva ideologica può prendere il via rimettendo su un piano di coerenza il rapporto tra socialismo, libertà e democrazia.

Molto d’accordo. Soprattutto sulla necessità di una lotta ideologica. Avrei qualche riserva sul giudizio sulla chiesa, mi sembra che col nuovo papa le cose stiano cambiando in maniera preoccupante.