Trump, capitalismo senza limiti e diversivi massmediatici

Download PDF

L’insediamento di Donald Trump in qualità di Presidente degli Stati Uniti non rappresenta una rottura, ma una variazione sul tema – per quanto importante – rispetto alle consuete logiche di potenza a stelle e strisce e al capitalismo americano. Bisogna comprendere che il tramonto dell’egemonia dem e liberal-progressista sta facendo spazio a un liberismo a tinte scurissime, con pulsioni reazionarie ma ben saldo negli interessi di certi gruppi finanziari (quelli che, nel conflitto intercapitalistico, avevano perso centralità negli ultimi anni a vantaggio delle cosiddette Big Three – Vanguard, Black Rock, State Street). Un fascioliberismo, per la precisione, sempre attento a compiacere i padroni del vapore e a produrre capri espiatori sui quali scaricare il malessere non lavorato delle masse: nel caso di Trump (e delle destre estreme) i migranti, i soggetti non conformi alle comuni partizioni di genere, gli ambientalisti. Qui assistiamo a un processo uguale e inverso a quello attivato dalle presunte sinistre europee e d’oltreoceano, che dal 2020 a oggi hanno stigmatizzato i cosiddetti complottisti, terrapiattisti e “analfabeti funzionali”, cercando di svilire e ridicolizzare il malcontento popolare (non di rado ingenuo e inconsapevole) diretto nei confronti delle élite che ci stanno conducendo alla rovina dei sistemi sanitari pubblici, al disastro ecologico e climatico, alla distruzione finale del welfare per sostenere guerre inutili e criminali in giro per il mondo.

Ma tornando al nuovo inquilino della Casa Bianca, chiediamoci innanzitutto come si pone la nuova destra (tecno-ottimista, autoritaria e populista) rispetto alle questioni scientifiche che hanno una ricaduta immediata sulla medicina e sulla salute delle persone. Se una certa parte della comunità scientifica ha gridato allo scandalo per l’incarico a Robert F. Kennedy Jr come Segretario alla salute e ai servizi umani (visto il suo noto scetticismo verso i vaccini, fino a teorie deliranti sul nesso tra autismo e vaccinazioni in genere), è evidente che, nella sostanza, l’intera impostazione trumpiana si basi su una strategia parimenti furba e ipocrita.

Da un lato il tycoon strizza l’occhio a coloro che – con buone ragioni – si sono lamentati della pessima gestione pandemica, tuttavia nei fatti conserva e rafforza la struttura di privilegio ed esclusione che è al cuore della società americana e del suo sistema sanitario per ricchi. Questa destra, sovranista a parole e oligarchica nei fatti, è interessata all’energia nucleare, al fracking, all’intelligenza artificiale per usi militari, alla conquista dello spazio, ma in nessun modo a farsi carico delle questioni ambientali, climatiche e alle diseguaglianze sociali che pesano enormemente sulla cura delle persone. Il privato domina sul pubblico, l’azzardo sul principio di precauzione, con il risultato di lasciare sullo sfondo la ricerca scientifica che non si dimostra immediatamente vantaggiosa per gli investitori di capitali. Cosa ci insegna tutto questo? Che laddove non sia messa in discussione la saldatura fatale tra profitto e tecnoscienza, mercato e innovazione tecnologica guidata da una razionalità unilaterale (calcolante e strumentale), siamo destinati a rimanere vittime di una polarizzazione dell’opinione pubblica sterile e controproducente. Lo vediamo proprio nella moltiplicazione dei suddetti capri espiatori e nella continua creazione di diversivi massmediatici che distraggono dai problemi reali: dalle condizioni di indigenza e malattia in cui versano sempre più persone, dagli equilibri minati da un modello di sviluppo ecocida, dalla precarietà lavorativa ormai scontata, dalla disgregazione dei processi democratici, da nuove tecnologie al servizio della guerra e del controllo delle menti. La svolta autoritaria del neoliberalismo, a cui abbiamo assistito soprattutto negli anni del Covid, è davanti a noi nella sua forma più pura e grottesca.

Nessuna cesura netta rispetto ai precedenti “padroni del mondo”, bensì un ri-adattamento adeguato ai tempi, alle paure diffuse e soprattutto all’assenza di un progetto critico di alternativa al sistema. Quest’ultimo è ciò che manca, e – come diceva a ragione Gramsci – è “in questo chiaroscuro [che] nascono i mostri”. Fatto sta che, oltre il tema vitale della salute pubblica e dei rapporti tra scienza, potere e istituzioni, stiamo assistendo indubbiamente ai colpi di coda di un capitalismo a guida americana che non può permettersi di allentare la presa sulle nostre vite.

Al globalismo della cordata Clinton/Obama/Biden, ricco di venature “progressiste” nella retorica sui diritti civili e sulla transizione “verde”, ma imperialista nei fatti come dimostrano le sorti ben note degli ucraini immolati per indebolire la Russia, dei palestinesi in balia di Israele e degli europei in recessione permanente, si sta sostituendo oggi una configurazione di potere che non ha più bisogno di nascondere i suoi obiettivi fanatici, anzi li propone al mondo intero esibendo un nazionalismo aggressivo ammantato di simboli messianici, capace di toccare le corde profonde della pancia dei ceti meno abbienti disertati metodicamente dalle politiche dem degli ultimi decenni. Il tecno-entusiasmo di personaggi alla Musk si mescola (anche nella stessa persona) a posizioni reazionarie e all’odio per le differenze incarnate da coloro che mettono in discussione l’ordine gerarchico tra generi, etnie, classi e paesi.

La crisi contemporanea (dovuta non solo all’ascesa dei BRICS e alla minaccia ecoclimatica, ma all’incapacità del capitalismo finanziario di mantenere le sue illusorie promesse di benessere per molti) impone una riorganizzazione del campo socioculturale, politico ed economico esplicita e brutale, nonostante permanga la pretesa di indicare alle masse un sogno ambizioso in cui credere: quello dell’umano aumentato, ripulito dalle sue fragilità, imprenditore di sé stesso, conquistatore di nuove frontiere (ormai extraterrestri), orgogliosamente egoista senza rinunciare all’identificazione con un gruppo esclusivo di appartenenza. Un mix letale, insomma, di ultraliberismo hi-tech e populismo reazionario.

I Bolsonaro, Milei, Trump, ma anche il governo Meloni e il suo decreto “sicurezza”, insieme alle destre estreme in Germania, Francia e non solo, rappresentano senza filtri l’essenza più intima del neoliberalismo quando deve gettare la maschera e imporre con la forza il suo cocktail velenoso composto dai seguenti ingredienti: il totalitarismo soft dei mercati, il culto della tecnica e dell’innovazione al servizio delle logiche di potenza delle oligarchie contemporanee, e l’archetipica violenza suprematista, razzista, sessista e – appunto – fascista. Non può esistere, dentro coordinate siffatte, una cultura della presa in cura del vivente. Domina, piuttosto, la volontà ferrea di uniformare ciò che è plurale e difficile da assimilare nel corpo stanco di una società impaurita e chiusa nella sua depressione rabbiosa (volontà favorita dall’integrazione crescente dei dispositivi digitali di controllo e profilazione, e da logiche poliziesche di repressione del dissenso).

Siamo arrivati a tutto ciò non per caso: chi finge che le pseudosinistre non c’entrino con questa deriva, è ipocrita e nocivo. Chi invece – come accade in certi ambienti del dissenso “sovranista” – guarda con fiducia al nuovo corso trumpiano, e minimizza le pulsioni neofasciste che accompagnano gli spiriti animali del capitalismo odierno, si rende complice di una catastrofe che è essenzialmente culturale e antropologica. Abbiamo bisogno, oggi più che mai, di liberarci del peggio e del meno peggio, poiché si alimentano vicendevolmente in un circolo vizioso senza uscita. Di fronte a questo caos paradigmatico, restiamo umani, anzi prepariamoci una volta per tutte a diventarlo.

Gli autori

Paolo Bartolini

Paolo Bartolini è analista filosofo, saggista e formatore. La sua libera ricerca si muove all'incrocio tra filosofia, psicologie del profondo e critica sociale. Tra le sue numerose pubblicazioni, "Nel limite dei possibili. Pensiero critico e realismo visionario" (Meltemi, 2024)

Guarda gli altri post di:

One Comment on “Trump, capitalismo senza limiti e diversivi massmediatici”

  1. mettiamola così: impossibilatati a cambiare il corso degli avvenimenti, ritiriamoci su qualche aventino, in attesa che la catastrofe si risolva da sola. se anche così fosse temo che troveremo indicati molti differenti aventini su cui ritirarsi. e non basterebbero, non bastano realmente, i sacrifici manifestamente colpevoli per far cambiare non l’opinione, ma il congiungere le diverse opinioni, almeno verso uno scopo comune. si devono passare campi e guerre totali per ricostruire?

Comments are closed.