Rosita Di Peri è ricercatrice presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino dove svolge la sua attività di insegnamento. Studia le dinamiche politiche della regione medio orientale con particolare attenzione al Libano, un paese che frequenta regolarmente da quindici anni. Da ultimo si è particolarmente dedicata alla situazione di marginalizzazione della comunità cristiano-maronita e al suo impatto sul sistema politico.
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Il Libano, abbandonato dai suoi alleati storici (Arabia Saudita e Siria), in situazione di default finanziario e con un Governo debole e incapace di controllare il territorio è di nuovo sotto le bombe di Israele, per ragioni geopolitiche e per interessi personali di Netanyahu. Il rischio è che il sud del paese venga devastato come Gaza e che questa porzione di territorio sia, di fatto, annessa dallo Stato di Israele.
Il precipitare della situazione in Libano ha ragioni precise. Con i cosiddetti “accordi di Abramo” la causa palestinese è diventata marginale per i paesi arabi e ciò ha prodotto l’assunzione, da parte di Hezbollah, del ruolo di paladino dei palestinesi. Si è così interrotta la sua evoluzione verso politiche compromissorie. Il 7 ottobre e l’occupazione di Gaza, poi, hanno dato una spinta decisiva per una radicalizzazione.
La sospensione dall’insegnamento e l’arresto della professoressa Nadera Shalhoub-Kevorkian sono l’ultimo segnale della estrema difficoltà, in Israele, di esprimere posizioni critiche contro le politiche genocidarie del Governo Netanyahu verso i palestinesi. Ad essere in gioco è non solo la libertà accademica ma anche, più in generale, il diritto di critica e di dissenso.
Dieci anni fa, nel mese di gennaio, massicce manifestazioni riempivano le piazze di molti paesi del mondo arabo. Gli effetti sono stati rilevanti anche se eterogenei. Le letture di tali fenomeni sono state peraltro assai spesso superficiali e incapaci di inserirli nelle dinamiche sviluppatesi negli untimi 50 anni in quella regione.
La terribile esplosione che, il 4 agosto, ha distrutto Beirut si inserisce in una crisi gravissima del Libano, caratterizzata dalla presenza del sistema settario in tutti gli ambiti della vita politica, sociale ed economica del paese e dal prevalere degli interessi privati su quelli collettivi. Ciò renderà ancor più difficile la ricostruzione.
Il Libano è davvero alla vigilia di un cambiamento epocale? Un fatto è assodato: i libanesi stanno dicendo basta a una classe politica corrotta, obsoleta e preoccupata soltanto del proprio tornaconto. E lo stanno dicendo compatti, ribellandosi e distruggendo simboli di partiti e di leader politici fino a ieri intoccabili.