Umberto Bossi è uscito di scena da molti anni. L’ictus nel 2004 e la malattia ne hanno determinato progressivamente la fine politica e l’abbandono nel 2012 della segreteria in favore di Roberto Maroni, seguito un anno dopo da Matteo Salvini. Nonostante questo spazio di tempo molto lungo, la valutazione della sua vicenda politica è, però, tutt’altro che semplice. Di fronte alla domanda secca, Sì o No, non credo che ci possano essere esitazioni. Assolutamente No. Appena però il ragionamento si fa più complesso e si cerca di inquadrare la vicenda di Bossi nelle traiettorie che lo legano al presente, il giudizio rischia di sfumare. Per qualcuno si trasforma addirittura in un Sì. Nelle commemorazioni c’è chi ha visto in lui uno statista. Al di là delle rivalutazioni postume, alcune folkloristiche, altre invece non prive di una certa perfidia (elevare a padre della Repubblica colui che si è prodigato per distruggerla è in fondo un modo per negare la sua storia politica e dunque il suo lascito) e al di là dei soliti riti, un’analisi della sua figura pone inevitabilmente di fronte a nodi e questioni tutt’altro che semplici da dirimere.
Credo che questo sia dovuto principalmente a due fattori. Il primo ha a che fare con un dato storico: la trasformazione operata dalla Lega di Bossi è ancora in atto e la così detta Seconda Repubblica non è ancora terminata. Per molti versi viviamo anzi il suo momento più avanzato: viviamo ancora il tempo dello sfarinamento della rappresentanza, della messa in discussione delle istituzioni nazionali, dell’esaltazione del localismo – con esiti nefasti come si osserva nella degradazione del nord-est – e ancora della riabilitazione del razzismo, secondo una logica “noi-loro” ripresa dal vecchio antimeridionalismo e poi allargata alle campagne contro l’immigrazione. Lo stesso vale per i caratteri personali dell’uomo politico: il narcisismo, il personalismo (introdotto prima dello stesso Berlusconi), l’opportunismo esasperato, accompagnati da una profonda rozzezza culturale, offensiva verso le istituzioni e operata con violenza sui territori, sono tutti aspetti che hanno contaminato la politica italiana dagli anni Ottanta, gettando le premesse del berlusconismo e dei suoi numerosi imitatori, come Renzi, Meloni fino ad arrivare allo stesso Salvini. Dati questi caratteri sulla vicenda politica e sul personaggio, perché non è così semplice dire un No secco, senza tanti giri di parole?
Veniamo qui al secondo punto: una risposta semplice non è possibile perché la Lega è stata l’espressione di contraddizioni reali. Non è stato un fenomeno che si è imposto sulle cose, ma ne è stato la diretta conseguenza. Le radici ritengo che vadano per questo ricercate nella fase di trasformazione avvenuta tra le due crisi petrolifere, cioè tra il 1973 e il 1979, il cui sbocco è stato il tramonto dell’Italia nata dalla Resistenza, che Moro e Berlinguer avevano tentato proprio in quel periodo di rinnovare, e l’ingresso del neoliberismo in Italia. Quella crisi ha infatti accelerato la ristrutturazione industriale, a cui è seguito lo smantellamento dei grandi colossi in favore della piccola e media impresa e di quell’allargamento sregolato di cui soprattutto nel nord-est è stato teatro. Questo passaggio, dal carattere non solo economico ma direi antropologico, ha avuto effetti enormi sulla lotta sindacale e sui modi in cui i lavoratori interpretavano il proprio ruolo nei conflitti sociali. Non ha però solo contribuito al tramonto della lotta sindacale nel perimetro della contraddizione tra capitale e lavoro, ma ha anche dato la stura ad aspirazioni lontane dalla cultura popolare, quelle che hanno introdotto nell’immaginario simbolico il desiderio degli operai di diventare anche loro un giorno i nuovi padroncini. La Lega nasce in questo frangente. Nasce all’interno di questa mutazione, di queste nuove attese antisociali fondate sullo sgretolamento delle classi lavoratrici e sul mito dell’imprenditore. La stessa biografia di Bossi descrive questa parabola. Bossi è stato, infatti, prima comunista e dopo rappresentante della piccola e media impresa del nord: prima dunque difensore dei lavoratori e dopo sostenitore delle nuove aspirazioni neoliberiste degli anni Ottanta e Novanta.
Il quadro non sarebbe però completo se non si ricordasse un ulteriore aspetto politico di primaria rilevanza cavalcato da Bossi, ovvero la destrutturazione dello Stato centrale favorita dopo il 1992 dal disegno di regionalizzazione promosso dall’Ue e soprattutto dalla Germania, che dalla disgregazione dell’Italia e dalla sua mutazione in paese delle piccole patrie, sostenute dalla piccola e media impresa, ha tratto i maggiori vantaggi. Non per nulla oggi le realtà produttive del nord, in cui ha spadroneggiato la destra leghista, sono parte integrante della catena di valore dell’industria tedesca.
Fa per questo sorridere chi cerca nella Lega una critica alla tecnocrazia europeista o chi vede in Bossi l’uomo che si è battuto per l’autonomia con il mito della Padania e delle sorgenti del Po. In realtà la Lega e il suo fondatore sono stati la piena espressione della tecnocrazia neoliberale e del ridimensionamento industriale (dunque politico) del paese. Entrambi sono stati gli artefici della regressione della politica italiana, tramutatasi in amministrazione territoriale incapace di elaborare una qualsiasi comprensione della processualità storica.
Non c’è allora nulla di Bossi che possa avere una qualche utilità per il futuro. Nulla del suo lascito può anche solo ispirare una riflessione costruttiva sulle contraddizioni e sul decadimento del paese. Dunque No, Bossi proprio No. Ma questo No deve necessariamente essere formulato attraverso una lettura generale della catena di eventi politici e culturali che hanno riguardato l’Italia tra gli anni Settanta e Novanta. Dire No significa in altre parole esprimersi non semplicemente contro un personaggio del passato, ma contro una parte significativa dell’Italia attuale.
