Multiculturalismo e intolleranza, o del corretto utilizzo di Popper

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Di solito coloro che praticano la diffidenza verso le culture altrui e difendono l’identità di una certa nazione o paese, utilizzano come argomento “nobile” (mettiamo da parte gli argomenti che vengono dal basso ventre) la famosa frase di Popper, che esprime il cosiddetto “paradosso della tolleranza”: «Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società libera tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi». È una citazione che spesso circola in rete, ma in modo incompleto. Infatti essa continua immediatamente dopo: «In questa formulazione io non implico, per esempio, che si debbano sempre sopprimere le manifestazioni delle filosofie intolleranti; finché possiamo contrastarle con argomentazioni razionali e farle tenere sotto controllo dall’opinione pubblica, la soppressione sarebbe certamente la meno saggia delle decisioni. Ma dobbiamo rivendicare il diritto di sopprimerle, se necessario, anche con la forza; perché può facilmente avvenire che esse non siano disposte a incontrarci a livello dell’argomentazione razionale, ma pretendano ripudiare ogni argomentazione; esse possono vietare ai loro seguaci di prestare ascolto all’argomentazione razionale, perché considerata ingannevole, e invitarli a rispondere agli argomenti con l’uso dei pugni o delle pistole».

Popper non sostiene quindi di rifiutare o reprimere le filosofie intolleranti in quanto tali, ma solo nella misura in cui queste, rigettando ogni confronto con i tolleranti, fanno ricorso a mezzi violenti per affermare le proprie concezioni. Si noti che questo equivale al principio tipico di ogni società liberale e democratica, per il quale l’espressione del libero pensiero è sempre ammessa, tranne nel caso in cui al pensiero subentri una azione violenta tendente a sopprimere il libero pensiero altrui. Quest’ultima eventualità non può essere attribuita in linea di principio, bensì dimostrata caso per caso, valutando le concrete prassi operative delle varie opzioni ideologiche. Ma qui non è importante operare una ricostruzione filologica del pensiero di Popper, di ciò che ha “veramente” detto, bensì vedere quali siano le implicazioni che gli “identitari” traggono da questa tesi.

Innanzitutto, che non sarebbero da accogliere quelle culture che – in un qualche modo – non accettano o professano nei loro paesi di origine la tolleranza; e in questo caso il primo imputato sarebbe l’islamismo. Onde la preoccupazione che serpeggia in molti strati della popolazione – e artatamente indotta da certi intellettuali convinti cantori della identità e delle “radici” o opportunisti difensori della tradizione cristiana come carattere peculiare e indelebile della cultura occidentale – che l’immigrazione di gente professante tale religione sia di per sé qualcosa di negativo, da impedire ad ogni costo. Tuttavia questa posizione è esplicitamente negata dallo stesso Popper, che si vorrebbe invece portare a suo sostegno, se non lo si cita in modo parziale e interessato.

Ma ancora più sottile sarebbe una seconda conseguenza che si trae da essa, e cioè che il multiculturalismo – sostenente nella sua visione normativa la coesistenza possibile di culture diverse nel medesimo contesto nazionale e spesso considerato erroneamente una forma di relativismo – sarebbe il cavallo di Troia dell’intolleranza e che quindi debba essere rifiutato quale prospettiva di convivenza civile, in quanto impotente o inefficace nel difendere la libertà della quale godiamo qui in Occidente (tesi che ha avuto la sua versione più radicale, al limite del fanatismo, in Oriana Fallaci). Ancor peggio, esso consisterebbe, come a volte si sostiene, nell’amore per l’Islam e per le culture extra-europee in funzione anti-cristiana, cui indulgerebbe una sinistra antioccidentale e anti-statunitense. Intendere in questo modo il multiculturalismo è sintomo di una sua profonda incomprensione, in quanto esso non implica affatto quello che gli si vuole rimproverare, in quanto l’accettazione della intolleranza sarebbe di per sé la negazione della sua stessa esistenza e della sua possibilità: esso sarebbe un concetto intrinsecamente contraddittorio. Insomma, il multiculturalismo può esistere ed essere praticato solo nella misura in cui si accettano e si lasciano convivere le diverse culture, mentre invece verrebbe ad estinguersi nel momento in cui una di esse pretenderebbe di assumere l’assoluta egemonia, a discapito delle altre. Ciò implica che, nella pratica, esso richiede un quadro normativo condiviso, il cui cardine è la reciproca accettazione delle culture e quindi l’impossibilità della loro riduzione ad unum, che è il peculiare sogno di ogni fanatismo.

Non sono quindi – stando allo stesso pensiero di Popper – le culture diverse in quanto tali a dover esser temute, ivi comprese quelle che sostengono la non liceità di praticare o credere in culti e fedi diverse dalla propria, ma solo quelle i cui adepti “passano ai fatti”, cioè impiegano (o incitano ad adoperare) metodi violenti per affermare il proprio punto di vista ed eliminare quelli altrui. Nei confronti di chi ha credenze di per sé intolleranti, ma non ricorre alla violenza per affermarle né istiga a farne uso, la strategia migliore non è quella di contrapporsi loro con metodi violenti o di limitarne l’espressione o il culto, bensì di farle convivere con le altre credenze, senza discriminazioni, in modo che possa essere innescato quel procedimento che – attraverso la naturale osmosi fra culture, eventualmente accompagnata da politiche attive non violente e rispettose dell’altro (istituzioni inclusive, politiche di riconoscimento, spazi pubblici condivisi) – possa condurre a quella “ibridazione” delle culture da molti temuta come il demonio, ma sempre ricorrente nella storia: è attraverso tale processo che si può portare gli intolleranti ad apprezzare le virtù della tolleranza e della libertà, se a queste effettivamente si crede. Questo non è multiculturalismo da anime belle, bensì sano, concreto realismo. Ad essere utopistica ed irrealizzabile è invece la strategia opposta, che mira alla esclusione, alla segregazione o alla discriminazione – e quindi a rifiutare protezione legale, comprensione e indulgenza culturale a quei gruppi le cui usanze risultino incompatibili, ostili e in conflitto con i nostri principi liberali, come s’è sostenuto – in quanto essa non porta ad altro che all’astio, all’odio, e alla volontà di restare aggrappati alla propria cultura di origine, vista quale unica àncora che permette il reciproco riconoscimento tra simili, la solidarietà etnica e un minimo di autogratificazione esistenziale. È una strada verso quella guerra delle civiltà la cui risoluzione non può che essere l’annientamento di una a favore dell’altra.

Non bisogna dimenticare che la strada verso la tolleranza e la libertà è stata lunga e faticosa – quasi due millenni –, intrisa di odi, guerre e massacri, proprio in seno a quel cristianesimo nel quale vogliamo indicare le nostre radici. Questo ci ammonisce su una lezione fondamentale: bisogna avere pazienza, dare tempo al tempo e aspettare che le coscienze maturino, gli odi si plachino, i fanatismi dileguino. L’impazienza e la volontà di conseguire tutto subito – proprio in questo campo – non può che generare nuove e più crudeli sofferenze.

Gli autori

Francesco Coniglione

Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck ("Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale", Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi ("L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi", Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; "La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi", Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi ("Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica", ETS, Pisa 2025).

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