Le molte ragioni del NO: per riaprire la questione delle garanzie

C’è, tra i giuristi progressisti (soprattutto avvocati), chi sostiene che la riforma costituzionale sottoposta a referendum potrà essere, grazie alla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, un veicolo di crescita delle garanzie. È una posizione infondata: non per ragioni di principio ma per le caratteristiche di “questa” separazione, che affievolisce l’autonomia dei giudici e tende a riportarli nell’orbita del Governo.

Un referendum tutto politico

Il referendum sulla giustizia ha poco a che fare con la fiducia nei magistrati, l’efficienza della giurisdizione e le garanzie del processo. La posta in gioco è il permanere di un potere di governo soggetto a regole che valgono per tutti (anche a tutela di chi dissente) o la sua sostituzione con un potere assoluto, legittimato dal consenso elettorale a fare quello che crede senza limiti e controlli. Difficile avere dei dubbi.

La riforma della giustizia: le parole e la realtà

La riforma della giustizia varata dal Senato non ha nulla a che fare con la razionalizzazione e lo sveltimento dei processi e con la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri (di fatto già esistente). È, piuttosto, il rovesciamento del progetto costituzionale del “potere diviso” e del controllo di legalità anche sull’esercizio dei poteri pubblici. È questa, aldilà delle suggestioni, la posta in gioco del prossimo referendum.

La “riforma della giustizia”, ovvero la truffa delle etichette

La cosiddetta “riforma della giustizia” approvata nei giorni scorsi dal Senato non ha niente a che far con il sistema giustizia e neppure con la cosiddetta separazione delle carriere (in realtà già realizzata). Essa tende, piuttosto, a depotenziare il controllo di legalità e a trasformare il nostro sistema in una democrazia illiberale sul modello ungherese o turco. Questa è la vera posta in gioco.

Toghe rosse e camicie nere

Il Governo e la sua maggioranza accusano i magistrati di politicizzazione e proclamano la necessità di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri. In realtà la separazione è già in atto e, con il termine politicizzazione, si indica, a ben guardare, l’indipendenza dei magistrati, mal tollerata dal potere. Il fatto più inquietante è che i discorsi sono molto simili a quelli di cent’anni fa. Mancano solo le camicie nere.

Riformare la giustizia o scardinare la democrazia?

Si scrive “primo via libera alla riforma costituzionale della separazione delle carriere dei magistrati”. Ma, in realtà, di quella separazione (peraltro già in atto), neppure si parla. I temi sono altri: la duplicazione dei Consigli superiori, l’Alta corte di giustizia, la composizione e il sorteggio dei loro membri. Tutti strumenti per indebolire l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri e l’equilibrio dei poteri.

I referendum sulla giustizia: l’ennesima occasione mancata

I referendum del 12 giugno incidono, insieme, su questioni marginali e su drammatici problemi reali (come l’abuso della custodia cautelare) ma, in ogni caso, non avvicinano la soluzione della crisi della giustizia. Perché lo strumento referendario è, in sé, inadatto e perché il dibattito di questi giorni propone soprattutto slogan (seppur di segno opposto). Di nuovo sarà un’occasione mancata.