Natale 2025: Nonostante tutto, non essere tristi

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Non voglio provocare irritazione a eventuali lettrici e lettori, ma devo comunicare un mio testardo e recente intendimento: pensare dire e scrivere valutando soprattutto gli elementi positivi e di speranza, quello che è difficile estrarre dalla fanghiglia di questi mesi, addestrati, come vorrebbe qualcuno, alla passività depressiva che inibisce senso e agire critico. Ingenuo, penserete: da qui una possibile irritazione. Me lo chiedono da tempo molti amici: mi sfottono per le mie analisi sociopolitiche, ma mi contestano soprattutto i toni sconsolati e nichilisti. «Da te non li possiamo tollerare, già sopportiamo tu faccia il prete, devi trattare di cose belle, magari rasserenanti». Ci provo, allertato da un testo delle origini cristiane, Il pastore di Erma: «Di tutti gli spiriti cattivi, la tristezza è il più cattivo».

La mia componente razionale valuta gli elementi nefasti e dolorosi e ne soffre: quella emotivo sentimentale è più incline a leggere negli spazi chiari di quel testo che è la storia, le righe in cui si incontra non solo la sequela delle sconfitte ma pure la dignità che va oltre il sopruso, non solo il lutto ma la festa del cominciare e del resistere compiuto, non soltanto cronaca nefasta ma anche quella della permanenza di quanto è umano e continua a risplendere. Non voglio e non posso dimenticare i motivi di tragedia di questa fase storica, i massacri e il genocidio, ivi incluso quello culturale di cui parlava Pier Paolo Pasolini. Se proietto avanti nel tempo una valutazione del destino del genere umano, il quadro non inclina alla positività: degrado della politica e dell’ecosistema, economia di guerra e povertà massiva, impossibilità a concepire il futuro e sfacelo dei sistemi educativi, l’odio del genere maschile nel femminicidio e il degenerare delle relazioni interpersonali. La sinergia tra queste problematiche è palese e fortissima. Inevitabile chiamare in causa la crisi culturale e quindi etica che segna il presente, dato che le risoluzioni ci sarebbero e – ma non sappiamo ancora per quanto – praticabili. Resta il dato di cui parlavano La Pira e Balducci: l’umanità sta percorrendo da tempo il crinale apocalittico della storia e non sappiamo se procederemo oltre o se il baratro sia il nostro destino.

So, con lucida chiarezza, che non posso decadere dalla speranza, perché non si rinuncia alla propria esistenza e alla sua tessitura, le relazioni con ciò che esiste e può allietarci. Siamo parte di una storia che sembra da qualche decennio diretta speditamente verso il suo termine. Ma: possiamo smettere di esserci? Non voglio vivere questa considerazione come un minimalismo esistenziale: lo diventa se non riempio lo spazio vitale, che abito e presiedo, delle nostre migliori idealità. Se l’angolo della realtà da cui ci esprimiamo è quello delle sofferenze condivise in solidarietà, si può provare a vivere rialzando in alto la testa, per affermare dignità e guardare avanti. Per quanto riguarda i valori di fede, precisiamo.

La mistificazione vigente afferma che il cattolicesimo sia fondato, come sostiene la destra politico culturale italiana e globale, sulla triade “Dio, patria e famiglia”, che è in sostanza il paradigma dell’egoismo e dell’autoreferenzialità: il dio che voglio io, tradizionale e conservativo; ciò che è mi è consimile e comprensibile secondo la normatività delle categorie umane; la cerchia dei miei rapporti garantiti nel vincolo del sangue. Il resto fuori da me è niente, da controllare, asservire, sfruttare. Se leggo il Vangelo trovo ben altro: per esempio che Gesù di Nazareth ha sistematicamente destrutturato le teologie e le filosofie che, in tal senso, sostenevano (e sostengono) le istituzioni di potere. Il Dio testimoniato dal Cristo sconfessa i fondamentalismi perché è un Divino che non teme di assumere anche gli altri suoi Nomi. Se il principio che regge la Trinità è la relazione tra persone diverse, Dio non è totalizzante in un’unica espressione culturale, ma si apre alla conoscenza e alle verità della fede (o di nessuna) vissuta diversamente, secondo modalità che se sono nel rispetto integrale degli esseri viventi nella giustizia e nella pace, sono del tutto legittime. In Gesù, Dio si annienta sulla Croce: non è potenza, dominio o realtà in nome del quale si possono uccidere gli umani.

Se c’è una dottrina umana che abbia riportato il focus valoriale sulle persone e non sulla loro nazionalità e appartenenza etnica è il giudeocristianesimo. L’amore e il rispetto per lo straniero prescritti ne sono prova, la figliolanza da Dio cancella i confini e definisce la priorità dell’attenzione all’unica famiglia umana (è una formula del Concilio Vaticano II), non alle identità parziali. Paolo di Tarso, primo grande teorico della chiesa, ha, nella Lettera ai Galati (3,28), un’espressione molto forte: «Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù». Sono le tre grandi categorie antropologiche del suo tempo: quella culturale (Giudeo e Greco), quella sociale (schiavo o libero), quella più propriamente personale del genere (maschio e femmina). In quell’amore che definisce l’essenza del messaggio evangelico queste distinzioni, capaci di generare gerarchie, pregiudizi ed esclusione, si dissolvono nella loro dimensione negativa, rimanendo opportunità di comunicazione e di comunione in quella pace che Tonino Bello definiva «la convivialità delle differenze». A riguardo la nota formula di don Milani rimane basilare, per me definitiva: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Don Lorenzo aveva come riferimento diretto quel Vangelo in nome del quale si vorrebbero ancora tracciare distinzioni di ferocia e di guerra. Qui ripeto – e lo farò fino allo sfinimento – che nel Magistero ecclesiale non c’è un rigo a sostegno di sovranismo e suprematismo.

Riguardo alla famiglia, sono proprio i vangeli dell’infanzia di Gesù a definire valori molto diversi da quelli desumibili dall’idea che il cattolicesimo assuma come propri i parametri di quella occidentale, maschilista, consumistica, neoliberista, padronale (e omofobica). Quella di Gesù fu molto diversa da quella che abbiamo definito normativamente in seguito. Mettiamo da parte ciò che si afferma dibattendo sui temi della procreazione, cioè che Maria abbia vissuto una sorta di maternità surrogata o per fecondazione eterologa: il tema della concezione virginale del Figlio di Dio è troppo seria, teologicamente, per essere ridotta a parametri anacronistici. A taluni apparirà assurda, del tutto improponibile e questa è un’opinione assolutamente rispettabile: ma non è una argomentazione mitica o sessuofobica, indica piuttosto un confine biologico che l’amore abita in forme che possono essere di creatività e del mistero, per porre una diversa riflessione sui ruoli del femminile e sulla generatività. La famiglia di Nazareth vive di una libertà di rapporti che esprime la potenzialità della fede, che non è sottomissione fine a sé stessa, ma libera determinazione a servire un progetto più grande. Gesù nasce come tanti altri «figli dell’uomo» (l’umile modo con cui si definirà nel Vangelo: una persona come tante, nelle fragilità e nella dignità); nella povertà dei mezzi, ma nella ricchezza dei rapporti umani. Nasce già sui margini e fuori contesto (come vivrà il resto della sua vita), già perseguitato, già circondato dai soggetti emarginati dalla religione vigente (i pastori facevano un lavoro che li confinava nell’elenco degli impuri\esclusi del giudaismo dei farisei), presto poco compreso anche dai membri della sua famiglia (che egli definisce come la comunità di quelle/i, senza limitazioni o esclusione, che ascoltano e attuano la volontà di Dio).

Interpretare il Natale rianalizzandone le fonti mi salva da quella che potrebbe apparire, e in parte è, la festa più ipocrita, falsata e quindi triste che si possa concepire. Se si assume il significato autentico della Natività si ha la sorpresa del dono di una speranza che scaturisce dalla tenerezza e dalla responsabilità nei confronti di chi ne ha bisogno. Scrive il vescovo Francesco Savino (vicepresidente Cei e guida felice del Giubileo delle persone LGBTQIA+ del 5 e 6 settembre 2025): «Dio non viene a visitarci nei luoghi perfetti, ma nelle strade in cui la vita fa male. Il Natale è Dio che entra dove tutti fuggono. Se Lui si fa vicino agli ultimi non abbiamo più alibi». Magari non abbiamo più alibi neanche per la disperazione… Abbiamo enormemente da fare, a sostegno di un mondo sofferente, ma stracolmo pure di realtà meravigliose.

Chiudo su due citazioni. La poesia buca la prospettiva dell’ordinario, esprimendosi oltre. Mariangela Gualtieri mi dice il senso di una festa che può dare il senso sororale e fraterno dell’approssimarsi. «Siamo ancora capaci di amare qualcosa. / Ancora proviamo pietà. / C’è splendore in ogni cosa. Io l’ho visto. Io ora lo vedo di più. / C’è splendore, non avere paura». Non abbiamo paura. E quindi non smettiamo di lottare, con coraggio, ma anche fantasia e brio. Quelle che troviamo in una lettera ai figli di Ernesto Che Guevara, nel suo tempo ultimo. «Tatico, tu cresci e diventa uomo e poi vedremo che fare. Se c’è ancora l’imperialismo andiamo a combatterlo, se finisce, tu, Camilo ed io possiamo andarcene in vacanza sulla luna». Sapete, gli anni fanno decadere talune inibizioni: per quanto mi riguarda, ulteriormente quelle alla commozione. Leggo poesia e lettera e l’occhio si inumidisce. Si invecchia. Ma l’amico Oliviero mi scrive: «Ti commuovi proprio perché non invecchi…». Concediamoci questa giovinezza della commozione e della speranza per quello che ci tiene consapevoli, reattivi e resistenti. E magari ci toccherà anche andare in vacanza sulla luna.

Gli autori

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli è teologo, coordinatore dell'Istituto di Ricerca in Teologia Sociale della Facoltà Teologica dell'Italia Centrale.

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One Comment on “Natale 2025: Nonostante tutto, non essere tristi”

  1. Leggere Andrea, apre la mente e aiuta a capire anche le cose che non sempre condividiamo.
    Ognuno ha una propria opinione ma la frase che oggi ,vigilia di Natale, entra dritta al cuore, è la stupenda frase del Che Guevara e che termina con ” la vacanza sulla luna”. 💖💖💖

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