Nunca más (mai più): la mia giornata della memoria

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Ieri è stata la giornata della memoria che, per quanto mi riguarda, copre l’universo. Voglio riviverla con un testo, che fa parte di una specie di diario, “Ricordi dell’andare lontano”, scritto nel gennaio-febbraio 2025 durante il mio ultimo soggiorno cileno.

«E dopo “il ripasso pomeridiano”, il mio elettricista disse al suo sodale: “Oggi dobbiamo chiudere alle 18,00 in punto. Ho un appuntamento con la mia fidanzata”. Me lo chiedo da 30 anni: Come si fa, dopo una intera giornata spesa ad applicare elettricità sui testicoli o ad appendere dai pollici dei poveri Cristi, ad andarsene a casa come un qualsiasi impiegato pubblico? Cosa racconterà ai figli della sua attività? Cosa sognerà di notte? Di cosa chiacchiererà con gli amici giocando a briscola il fine settimana? Ricorderà l’odore di carne bruciata del centro torture mentre si fa una grigliata in giardino? Dopo 30 anni non trovo ancora una risposta».

Le domande del vecchio torturato fanno parte delle tante testimonianze sugli anni più duri della lunga notte vissuta dal Cile, raccolte nel “Museo della memoria”, il più interessante tra i musei di Santiago. Ci ho passato tutto il pomeriggio con mio figlio Stefano e Neel, la sua fidanzata. È stata una fortuna averli vicini poiché non è stata una passeggiata di salute. Ma consiglio a chiunque passi da queste parti di farci un salto, esclusi i deboli di cuore e di stomaco. Tuttavia, chiunque arrivi corre il rischio di dover riconoscere la verità del detto dantesco: «Voi che siete arrivati fin qui, abbandonate ogni speranza».

Appena dentro il palazzone di quattro piani mi ritrovo in una foresta di gagliardetti. Ognuno porta il nome di un luogo cileno e/o di una nazione sito di torture, maltrattamenti, riduzione dei diritti umani a stereotipi esotici di cattiva reputazione. Ci sono l’Argentina delle madri e l’Uruguay di Punta Carretas, il Congo dei bimbi minatori e il Sudan dei campi profughi, la Corea del Sud degli aggiustamenti di conti tra politicanti e il Canada persecutore di bambini indigeni. E poi l’Australia, il Brasile, il Guatemala, la Serbia, l’Ungheria… più alcuni tra gli oltre 1.600 luoghi di tortura recensiti nel Cile di Pinochet. È l’Amazzonia dei brividi senza bisogno di ricorrere ad Edgar Allan Poe.

Al primo piano trovo i filmati dell’11 settembre 1973. Ci sono Allende e i suoi ministri, Pinochet e la sua banda di delinquenti, carri armati che sparano contro il palazzo del Governo, aerei che lo bombardano. Rivedo molti conoscenti e qualche amico. La memoria conserva tutto. Poi, mi assalgono una ventina di stanze che spaziano dalla sofferenza dei bambini che scrivono ai genitori chiedendo quando torneranno a casa, ai lavori fatti dai residenti nei lager per non impazzire, dalle lunghe file di donne che provano a chiedere notizie di qualche loro congiunto scomparso oppure cercano di consegnare un po’ di cibo o un golfino. Colpisce la loro dignità, la loro fierezza, il loro apparente disprezzo della paura. È il corteo delle madonne incazzate, più pedestremente la marcia delle guerriere disarmate che intimorisce soldatini e ufficiali.

Malgrado tutto, forse perché non sono una donna, avrei tanta voglia di scappare via, ma mi faccio trascinare da Stefano e Neel al secondo piano. Racconta gli anni ’80, caratterizzati dalla lotta per ristabilire la libertà. Vi ascolto il ritornello dell’inno nazionale: «Dolce patria raccogli i voti che il Cile nella tua ara giurò. Sarai la tomba dei liberi o l’asilo contro l’oppressione». Altro che humour nero. Vedo gruppi di gente disarmata accerchiare militari in tuta mimetica col mitra in mano e poliziotti (carabineros) col bastone in pugno che, seguendo i loro educati istinti, con coraggio prendono a bastonate e pedate tutti, anzitutto gli studenti, gli anziani e le donne. Mi sembrano dei vecchi colonialisti inglesi che, per avere un orgasmo, sono costretti a picchiare qualche malcapitato. Attendo Sandokan, Yanez, Tremal Naik e i tigrotti della Malesia che, infatti, pur se in ritardo, arrivano sotto forma di una folla che, rimettendosi in piedi, sviluppa la velocità e la forza che porteranno al plebiscito dell’ottobre ’88 che manderà a casa i criminali.

Su vecchi televisori rivedo i dibattiti tra il Si o il No a Pinochet. Risento i dibattiti che ascoltai allora nel mio primo rientro in Cile dopo 15 anni. Rivedo il tentativo del Governo di modificare il risultato. Rivedo il Pinochet – che avevo persino intervistato una settimana prima – abbandonare gli abiti del nonno innocente per riprendersi quelli a lui più consoni del bulldog arrabbiato. Potenza della canzone popolare: il satrapo adopera «gli occhiali da sole per avere più carisma, sintomatico mistero», come sentenziava Franco Battiato a proposito degli uomini ridicoli. Ma, con e senza occhiali sarà incapace di ritrovare il suo centro di gravità permanente.

A vittoria del No acquisita, vedo esplodere l’allegria popolare. Rivedo ancora altri conoscenti e amici festeggiare con poco ritegno. Rivedo il disegno delle colombe eseguito dalla Brigata Ramona Parra. Rivedo cantautori sopravvissuti che mi ricordano che «ritornare ai 17 dopo essere vissuti un secolo è come decifrare simboli senza essere saggi competenti». Rivedo il Teatro del Cerro (il teatro del poggio). Si canta a Victor Jara «caduto lì, accanto ad altri mille, quando è nato il dolore». Per non essere da meno canticchio pure io sottovoce: «A volte mi domando se, e da dove, se dal padre, dalla madre o dalla cordigliera, ho ereditato i doveri minerali, i fili di un oceano acceso. Ma so che continuo perché continuo, e canto perché canto e perché canto. E non mi stanco di andare e ritornare» (Pablo Neruda, Pieni poteri).

Esco leggermente ubriaco da emozioni. So che dormirò male. So che i torturati saranno sempre dei torturati e che i torturatori saranno sempre dei torturatori. So che l’oblio è solo un simulacro senza molto senso ma, anche, che bisogna vivere, magari decentemente, ben sapendo che nulla di quanto visto e raccontato potrebbe giustificare il diventare a nostra volta dei carnefici.

Ce ne andiamo. Propongo alla mia bella compagnia di ascoltare Gato Barbieri e il suo sax mentre intona Nunca más. Assaggiamo un ottimo pisco sour nella notte santiaguina mentre mi chiedo «ma chi ha detto che non c’è?»

«Nina, te ti ricordi?».

Gli autori

Rodrigo Andrea Rivas

Rodrigo Andrea Rivas è un giornalista, scrittore ed economista nato a Santiago del Cile. Giovane dirigente di Unidad Popular a sostegno del governo di Salvador Allende, è in Italia dal 1974, esiliato dopo il golpe di Augusto Pinochet. Già direttore di Radio Popolare e docente universitario, ha pubblicato oltre 50 libri di politica ed economia internazionale.

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One Comment on “Nunca más (mai più): la mia giornata della memoria”

  1. Sono certo, scusate la presunzione, che la tortura sia la cosa peggiore che possa esistere. Infliggere scientemente il più forte dolore possibile ad un altro essere vivente inerme, sia esso umano o animale, è la cosa più orrenda che il mondo abbia mai visto e mai vedrà. Non c’è cosa che mi terrorizzi e mi faccia star male più della tortura. Non la sopporterei e farei di tutto per togliermi la vita pur di evitarla. Non so se la scienza sia in grado o sarà mai in grado di capire come un essere umano (perchè la cosa riguarda solo il genere homo) possa praticare la tortura. Personalmente considero tortura anche il genocidio a Gaza. Cos’altro non è questo https://t.me/lantidiplomatico/49670 se non tortura? Faccio fatica, molta fatica, a non tifare per una nostra rapida estinzione.

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