L’aria della città non rende (più) liberi

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Questo articolo è dettato dall’esigenza, non credo solo personale, di esprimere il forte disagio che si prova nel vedere la propria città che si trasforma in qualcosa in cui non ci riconosciamo. Perché questa trasformazione è interamente dettata dalle regole del profitto e da una ossessionata ricerca di architetture isolate che negano la sua identità storica. Abbiamo bisogno di una bussola per non perderci in questa smemoratezza urbana nella quale prevale il consumismo e la ricerca del profitto.

Quando attraversiamo per la prima volta una città, una qualunque delle città che non conoscevamo prima, proviamo delle sensazioni positive o negative. Questo insieme di sensazioni sarebbe difficile esprimerlo con una sola parola. Potremmo provarci con: solidarietà, convivialità, gentilezza, affabilità, convivenza civile, bellezza, buone maniere. Nessuna di esse, però, riesce a restituirci la sensazione totale, privata che proviamo.

L’urbanità è forse la parola più adeguata a descriverne l’essenza. Riassume il senso delle complesse relazioni che si svolgono tra le persone e tra queste e i luoghi. Potremmo anche definirla come la capacità dei luoghi di accogliere la vita associata e di darle senso.

Questa urbanità, come la chiama Giancarlo Consonni (G. Consonni, Esilio dalla parola, esilio dai luoghi) o atmosfera urbana come la chiama Agostino Petrillo (A. Petrillo, a cura di, Atmosfere urbane), è quella caratteristica individuale della città che ci fa sentire bene (a casa) o, al contrario, a disagio. Urbanità, senso di appartenenza, attaccamento, far parte di, appartenere a qualcuno o a qualcosa, istinto primitivo che tutti gli esseri umani hanno; qualcosa che ci fa sentire di avere un posto nel mondo. Perché se facciamo parte di “qualcosa”, perché se ci riconosciamo in “qualcuno”, l’esistenza sembra più semplice e meno solitaria. Possiamo provare questa stessa sensazione (lo stare bene o no) per ogni città poiché ognuna di esse possiede questa virtù civica, come l’avrebbe chiamata Cattaneo (C. Cattaneo, La città considerata come principio ideale delle istorie italiane) in modo particolare (pensiamo a Siena diversa da Volterra a sua volta diversa da Venezia e così via).

Ebbene questa peculiare diversità di ognuna delle città da ogni altra è ciò che sta scomparendo sotto il segno di una gigantesca omologazione per effetto della globalizzazione e dell’ideologia neoliberista. Lo mostrano gli edifici sempre più simili tra di loro e le realizzazioni delle archistar che tendono ad esaltare una bellezza estetizzante, decontestualizzata, priva di spessore storico. Oggi, se uno osserva bene la realtà delle grandi città, e soprattutto se uno sa leggere intorno a sé negli oggetti, nel paesaggio, nell’urbanistica, vede solo parziali devastazioni, manomissioni che si sovrappongono a quel che resta della peculiare identità di quella città. Dove domina l’assenza di relazioni intime personali e la mancanza di contatti fisici con conseguente instabilità, insicurezza, conflitto, sradicamento. Queste devastazioni prendono di volta in volta i nomi di: nuovismo, modernizzazioni, riqualificazioni, rigenerazioni, valorizzazioni e così via.

Meloni odia le città, questo governo odia le città: le aree urbane interessano alla destra solo come teatri delle paure (dello straniero, del deviante, del rom, della droga, da alimentare tramite i mass media), oppure come vetrine per un turismo di lusso ed estrattivo (e quest’ultima caratteristica affascina anche la sinistra). Da qui discende la deriva autoritaria della sicurezza. L’insicurezza nelle città, non quella retorica decantata dai nostri governi, ma quella legata alla solitudine urbana, al senso di estraneazione e disorientamento, deriva dal fatto che la città sembra fatta a pezzi, ognuno slegato dall’altro, senza più riferimenti.

Ricordate l’episodio del campanile di Marcellinara raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo? De Martino offre un passaggio in auto a un pastore di Marcellinara. Man mano che l’auto si allontana dal paese, il disagio del pastore si tramuta in angoscia perché dal finestrino cui sempre guardava, aveva perduto la vista del campanile, punto di riferimento del suo estremamente circoscritto spazio domestico. Senza la vista del campanile il pastore si sentiva completamente spaesato. È la sensazione di panico territoriale. Ognuno di noi ha i suoi riferimenti nella città in cui vive: un monumento, una piazza, una strada, un vecchio negozio, luoghi comunque familiari, cui siamo legati da sentimenti positivi. Una mappa prodotta nella nostra mente che ci orienta e che produce quella sensazione di “essere a casa”. Ma, oltre ai luoghi, questa urbanistica è fatta di rapporti amicali, quotidiani, di chiacchierate inutili, al bar o in luoghi di comune frequentazione. E se ci rechiamo in una nuova città tendiamo a riprodurre queste mappe, a ricercare questi luoghi socievoli.

È possibile abitare senza luoghi? È possibile abitare in una città dove non si danno luoghi? Il luogo dell’abitare non è l’alloggio, ma la città stessa. Oggi abitiamo territori de-territorializzati, spazi indefiniti attraversati da flussi di merci e informazioni, non-luoghi della metropoli senza più confini ne limiti. L’urbanità come sopra definita va scomparendo, sostituita da emozioni più effimere come la spettacolarizzazione, l’eventizzazione, il nuovismo, il bello in sé, rapporti a distanza.

Ma la città non è una sommatoria di interventi o di eventi o un elenco di architetture isolate. La città è un ecosistema complesso, che vuol dire che il tutto (la città) supera le sue parti producendo l’inaspettato, il meraviglioso urbano, come lo chiamava Nicolini, dove le parti non sono indipendenti ma interconnesse, tali che un intervento su una di esse modifica le altre, proprio come avviene in un organismo vivente. Nella progettazione di una città è dunque necessaria una visione (scelta politica) dell’intera unità, prima ancora di realizzare opere sparse. A Roma, a Milano, a Firenze (e non solo), si interviene attraverso una miriade di progetti senza avere alcuna capacità di conoscere quali saranno gli effetti sulle altre parti. Emblematico a riguardo è il problema della mobilità: fare parcheggi o piste ciclabili non è senza conseguenze; cosa ne sappiamo del traffico quando questi saranno terminati?

Oggi il progetto di città riguarda solo la ricerca del “bello” (inteso come ciò che piace) e del “nuovo” (inteso come meglio del vecchio), finalizzato alla cattura di fondi immobiliari stranieri, di masse di turisti, e alla ricerca di operazioni di “successo”; in sostanza all’estrazione della rendita. Come conseguenza le città diventano sempre più esclusive, roba per ricchi, dalle quali vengono espulsi interi ceti sociali verso periferie sempre più lontane e marginali. Ma il luogo è ineliminabile perché l’uomo non abita i flussi, ha bisogno di fisicità e di stare dentro le relazioni, e non della libertà totale, gratuità, dello spazio anonimo della metropoli. Serve ritrovare gli elementi della convivenza civile oggi sottoposta al dominio della tecnica. Sarà certamente casuale (o forse è “la vendetta dei luoghi”, come la chiama Andres Rodriguez) che proprio a piazza Gae Aulenti, a Milano, una donna sia stata accoltellata da un insano di mente col proposito di colpire un centro di potere e che, sempre per la stessa casuale fatalità, sia miseramente caduta l’insegna “Generali” dal grattacielo di Citylife, icona e luogo simbolico della nuova Milano di Sala.

Gli autori

Enzo Scandurra

Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore; già ordinario di Urbanistica presso Sapienza di Roma, più volte direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica e Coordinatore nazionale del Dottorato in Architettura e Urbanistica, si occupa di problemi legati all’ambiente e alle trasformazioni della città. È autore di numerosi testi, ultimi dei quali: “Muri” (manifestolibri, 2017, con M. Ilardi), “La città dell’accoglienza” (in collaborazione, manifestolibri, 2017), “Splendori e miserie dell’urbanistica” (con I. Agostini), (DeriveApprodi, 2018), “Biosfera. Il luogo che abitiamo” (DeriveApprodi, 2020, con G. Attili e I. Agostini), “Contronarrazioni” (curatela con T. Drago, Castelvecchi, 2021), “La svolta ecologica. Ultima chance per noi e il pianeta” (DeriveApprodi, 2022), “Cambiamento o catastrofe? La specie umana al bivio” (a cura di T. Drago, E. Scandurra, Castelvecchi, 2022), “Roma o dell’insostenibile modernità” (DeriveApprodi, 2024).

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One Comment on “L’aria della città non rende (più) liberi”

  1. d’accordo …
    ahinoi rischiamo di ripetere quanto scriviamo e raccontiamo soprattutto dalla fine dall’inizio degli anni ’90.
    Ma permettimi di dire che conviene evitare la formula “nonluoghi” : no si tratta appunto di luoghi che provocano il preciso effetto di forgiare il mondo urbano postmoderno segnato da socialwhashing, greenwhashing e speculazione finanziaria-immobiliare oltre che i vari ingredienti del sicuritarismo esasperato (https://www.pressenza.com/it/2024/05/milano-citta-forgiata-dal-socialwashing-greenwashing-a-profitto-della-speculazione-finaziaria-immobiliare/)

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