Nelle ultime settimane qualche storia dei palestinesi a Gaza, che ricorda come siano persone, non numeri o “animali umani” (Gallant), ha rotto il silenzio dell’informazione “di regime”, dando atto che nella Striscia non vi sono solo gli ostaggi israeliani; la parola “genocidio” è oggetto di discussione e non solo ostracizzata; l’orrore dei bombardamenti e della fame è criticato da rappresentanti delle istituzioni e alcuni Stati riconoscono o promettono di riconoscere lo Stato di Palestina. Qual è il valore delle parole di critica dei crimini compiuti da Israele a Gaza che si sentono – se pur tardive e deboli – in sedi istituzionali e sui media mainstream (mentre la voce dal basso, immediata, è stata inascoltata e criminalizzata)? È una inversione di rotta o l’ennesima mistificazione? Qual è il senso del riconoscimento dello Stato di Palestina se non si ferma il massacro di chi dovrebbe abitarvi? Se non si cambia radicalmente la logica (di oppressione e colonialismo) che lo muove? È un primo passo o un’operazione di facciata?
Senza dubbio critiche e riconoscimenti arrivano tardi, troppo tardi per le decine di migliaia – persone e non numeri – di morti, civili, donne e bambini, per le bombe e per la fame usata come arma di guerra; dopo la dissoluzione dei legami familiari e sociali; dopo la distruzione delle infrastrutture, materiali, sociali e politiche; dopo la perdita del senso della propria dignità che la lotta per la sopravvivenza quotidiana comporta.
È il caso di dire tardi, ma finalmente? Sia chiaro: nulla giustifica il tempo, che ha macinato vite; ma possiamo pensare che il diritto e i diritti stiano facendo sentire la sua voce?
Consideriamo la vicenda degli attacchi a cui è sottoposta Francesca Albanese per i suoi rapporti, a partire dall’ultimo, Dall’economia di occupazione all’economia di genocidio, del 30 giugno 2025, che documenta le complicità delle imprese, toccando il nervo della collusione fra potere politico ed economico, e il mancato accordo in Unione europea per sospendere Israele dal programma per la ricerca e l’innovazione Horizon Europe. Sono attacchi che mostrano come sia alto il rischio che le parole siano pura retorica, per salvare la “nostra” coscienza, o una sua parvenza; per mantenere intatto il volto di un Occidente del diritto e dei diritti (che, oltre a essere in rapido declino, è sempre stato bifronte, coniugando dominio ed emancipazione). Il timore è che siano parole false, destinate a restare deboli e inconseguenti, utili solo a mantenere intatto il dominio e l’immagine di un privilegio suprematista; che siano parole non nel nome dei diritti, ma per distorcere il senso di quanto sta accadendo, negando la complicità nel genocidio e nei crimini, di fronte al diritto e alla storia; che siano una menzogna per tacitare l’insofferenza silenziosa che forse stava iniziando a diffondersi. È l’esperimento di un potere che coniuga la violenza feroce (praticata, sostenuta, tollerata) con bugie caritatevoli, pronte ad essere accolte da società disgregate e passive? Ricordiamo anche il trattamento riservato ai migranti, ai fragili, ai dissenzienti.
Gli Stati, come l’Unione europea, hanno la forza – una forza entro il diritto e che il diritto prevede ed esige – per intervenire: rescindere (o quantomeno sospendere) gli accordi (di cooperazione, commerciali, di ricerca); non trasferire o vendere (in via diretta e indiretta) armi e tecnologie dual use (doppio uso, civile e militare); adottare sanzioni economiche; rendere effettive le risoluzioni e la presenza dell’Onu. Le parole devono essere accompagnate dai fatti. Altrimenti non solo sono tardive, per chi non c’è più, per chi porterà per sempre i segni su di sé, per una società distrutta; ma non fermeranno altri orrori. In questione è la sopravvivenza concreta delle persone a Gaza (e in Cisgiordania), che continuano a morire; in questione, perché il genocidio sotto gli occhi del mondo del popolo palestinese legittima i crimini più efferati su tutti gli eccedenti del mondo, è la vita di molte e molti che vivono ai margini.
In questione è il senso del diritto, dei diritti, dell’uguaglianza, il senso dell’umano; vorrei si comprendesse: non come discorso astratto e non come affermazione autoreferenziale (stiamo perdendo i nostri diritti e noi stessi): di vite concrete si discorre, presenti e future, di dignità delle esistenze, di tutte le esistenze. Come possono essere presente e futuro dell’umanità, se si convive con l’uccisione di persone (bambini) in fila per il pane? L’uomo è sempre stato quello che uccide, «dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura» (Quasimodo), ma è stato ed è anche altro.
Questo per sottolineare che non si intende certo affossare la speranza, o chiudersi in una critica cieca ai cambiamenti che possono avvenire, o in un pessimismo disfattista nei confronti del diritto e dei diritti, ma proprio perché si vuole che la speranza sia concreta, che diritto e diritti siano effettivi e reali, è necessario esigere che abbiano delle gambe solide per camminare, che camminino. Esigiamo che alle parole seguano fatti, fatti concreti: rescissioni o sospensione di accordi (come quello di associazione tra Israele e l’Unione europea); sanzioni economiche; applicazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite e dei provvedimenti degli organi di giustizia internazionale (a partire dall’ordinanza del 26 gennaio 2024 della Corte internazionale di giustizia sul “rischio plausibile” di genocidio; dai mandati di arresto per Gallant e Netanyahu emessi il 21 novembre 2024 dalla Corte penale internazionale; dal parere consultivo sull’illegalità dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024). Sempre continuando la lotta dal basso, con gli strumenti che abbiamo: informazione, denuncia, mobilitazione, solidarietà, boicottaggio.
Una versione più breve dell’articolo è stata pubblicata su il manifesto del 3 agosto

Sarò un pessimista disfattista ma credo che le timidissime recenti prese di posizione per un riconoscimento dello Stato di Palestina siano fine a se stesse e utili ad acquietare le coscienze di Chi potrebbe e la rabbia della Moltitudine che nulla può. Di fronte a immagini come queste (e ne abbiamo viste di più terrificanti) https://t.me/lantidiplomatico/45958 il mondo si dovrebbe fermare! Invece, dopo due anni, dobbiamo ancora sorbirci le menzogne più spudorate: Witkoff e Netanyahu: “a Gaza non c’è fame”, ad ogni strage “è stato un errore, faremo indagini” (di cui nessuno conosce il risultato), le vomitevoli litanie che Israele ha diritto di difendersi (e per questo bombarda a destra e a manca “preventivamente”), che L’IDF è l’ “esercito più morale del mondo” (anche quando i cecchini mirano alla testa e ai testicoli dei bambini o i soldati si congratulano per aver colpito una donna incinta “due con un solo colpo”) e altre nefandezze che vanno al di là di quanto la mente umana possa immaginare. Da che parte stanno i potenti del mondo si capisce dal coro immediato di indignazione per i video degli ostaggi denutriti postati da Hamas. Perchè non la stessa solerzia per le migliaia di bambini innocenti mutilati, orfani denutriti, uccisi in questi due anni? E poi la domanda più ovvia che non sento mai: “Che ci fa Israele da decenni su una terra non sua”? Siamo messi molto male.