Morte e apologia dell’universalismo

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Se c’è un evento storico per cui vale la categoria di diniego, questo è Srebrenica. Una storia che abbiamo volutamente dimenticato, che si è svolta nel cuore dell’Europa e che – come ha ricordato Domenico Gallo (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/07/11/il-genocidio-di-sebrenica-e-quello-di-gaza/) portava con sé tutti gli indizi che ci avrebbero permesso di giungere preparati allo strazio del tempo presente. Srebrenica contiene tutto il suicidio dell’Occidente a Gaza, si è detto. Ma contiene anche la genealogia di quel suicidio e temo che l’accostamento sia possibile non solo per ciò che concerne gli effetti genocidiari, ma anche per ciò che riguarda le cause storiche e politiche.

Dunque chiedo scusa preventivamente se ometterò di approfondire buona parte di questi caratteri anticipatori – pure importanti quanto commoventi. Preferisco però evidenziare una contraddizione che Srebrenica mette in luce e che mi pare sia ancora attualissima. In quel genocidio dimenticato si è consumata probabilmente la battaglia finale tra nazionalismo e universalismo. E noi non l’abbiamo capito fino in fondo, anche perché eravamo ancora impegnati a diffidare legittimamente dell’universalismo, stigma della democrazia borghese. Forse il prevalere dei nazionalismi ci ha fatto comodo ed evidentemente abbiamo sbagliato i calcoli. Ma vado con ordine e provo a proporre alcune considerazioni.

Che il seguito alla dissoluzione della Jugoslavia di Tito sia stato l’esplosione dei nazionalismi non è certo una novità. In pochi anni quella che era una delle più straordinarie storie di mescolamento culturale si è trasformata in un incubo in cui gli amici sono diventati nemici solo per motivi etnici. Eppure già questo mi pare un insegnamento da ricordare. Quando facciamo riferimento al ritorno dell’autoritarismo non scordiamoci che la lezione della storia è sempre uguale: il combustibile di ogni regime autoritario è sempre stato il nazionalismo. Piccola disgressione nel tempo presente. Pochi sapranno chi è Marko Perković Thompson. È un cantante croato apertamente filo-nazista. Il 5 luglio scorso si è esibito a Zagabria davanti a 500 mila persone e con l’appoggio del primo ministro. Potrebbe sembrare una cifra ingente, ma non così preoccupante. Se non fosse che il totale della popolazione croata è di poco meno di 4 milioni di persone. In proporzione è probabilmente il concerto più affollato di tutti i tempi. Un croato su otto era presente a quel concerto e inneggiava al nazismo storico. È credibile pensare che un numero così alto di cittadini di uno Stato europeo possano davvero provare nostalgia per il nazismo, conoscendone a stento la storia? Ovviamente Thompson si difende sostenendo che il suo orgoglio è rivolto non alla storia della Seconda guerra mondiale, ma alla storia dell’indipendenza degli anni Novanta. Alla deflagrazione nazionalista di cui sopra. Credo proprio abbia ragione, ma la sua giustificazione finisce per peggiorare le cose. Per buona parte dei croati presenti al concerto non c’è dubbio che sia così. Una piccola inquietante lezione che ci dice di ciò dentro cui siamo precipitati: non è il nazismo storico che ritorna, ma è quella miscela di odio identitario e violenza primitiva che si chiama nazionalismo. La Croazia è in buona compagnia. Non solo nei Balcani, dove le ferite aperte decenni fa non sono mai state risarcite, ma dovunque. Col senno di poi, l’ordine mondiale non è servito a mondializzare i Balcani, ma a balcanizzare il mondo. Demolendo i due pilastri della saggezza dolente che ha fatto seguito alla fine della seconda guerra mondiale: la democrazia come garanzia della pluralità interna e il diritto internazionale come antidoto al nazionalismo.

Veniamo dunque alla seconda considerazione. La nostalgia per l’universalismo dei diritti – evocata su queste pagine da Lamacchia (https://vll.staging.19.coop/in-primo-piano/2025/07/10/palestina-la-morte-dellonu-e-del-diritto-internazionale/) – sembrerebbe dover essere sbandierata con molto pudore quando si parla di Srebrenica. Dove il nazionalismo ha prevalso con il contributo decisivo delle istituzioni internazionali e, in particolare, dell’Onu. Gigi Riva ha scritto, in un bell’articolo apparso in questi giorni sul Domani, che «l’Onu è morta a Sarajevo ed è stata sepolta a Srebrenica». E in effetti il racconto di quel che accade in quel precipizio che in pochi giorni ha dato luogo all’assassinio pianificato di 8000 mila uomini colpevoli di nulla se non della loro appartenenza etnica e religiosa spezza il fiato. Consiglio a tutti di ascoltare, a questo proposito, il podcast di Roberta Biagiarelli e Paolo Rumiz dal titolo Srebrenica: il genocidio dimenticato (si trova su Spotify, è prodotto da Chora Media e presto pubblicheremo su questo sito una recensione sotto forma d’intervista). Si troverà una descrizione dei generali dei Caschi blu che fa subito ripensare alla banalità del male di Eichmann. Srebrenica era stata dichiarata dall’Onu una safe area. Un’area in cui le persone erano accorse per affidarsi all’universalismo del diritto internazionale e dell’Onu. Per affidarsi alla mediocrità umana di generali che di giorno dicevano di difendere i civili musulmani e di notte approfittavano delle donne prigioniere dei serbi assedianti e costrette da loro a prostituirsi (è uno dei tanti particolari infami di quella storia, lo ricordo perché per me è sempre più evidente il nesso tra crisi della democrazia e affermazione di una specie patologica di narcisismo patriarcale). Così quell’universalismo li ha uccisi, non li ha salvati. C’è qualcosa di più spietato della guerra? Credo di sì: usare la scusa della salvezza dalla guerra per attrarre uomini donne e bambini in una trappola per topi. Indifesi, avrei dovuto aggiungere. Ma non erano indifesi: stavano lì precisamente per questo: perché erano difesi da coloro che non li hanno difesi. Safe area era Srebrenica. La “città umanitaria” dovrà essere quel che rimarrà di Gaza secondo il ministro della difesa israeliano. Un luogo dove costringere le persone ad andare per sfuggire dalla fame, dalla guerra e dalla devastazione cui stiamo assistendo inermi e complici. Spingerli e costringerli verso la loro trappola per topi. Ma tra Srebrenica e Gaza c’è una differenza che salta agli occhi. L’Onu è scomparsa dalla circolazione. Semplicemente non ci crede più nessuno e nessuno sembra sentirne la mancanza. Del resto, dopo Srebrenica sarebbe difficile continuare a fidarsi. Se il nazionalismo israeliano oggi prevale per mancanza di antagonisti, è perché allora gli antagonisti si sono dimostrati i migliori alleati dei nazionalisti.

C’è però un aspetto ulteriore che val la pena sottolineare di questo suicidio. Se l’Onu è stata sepolta a Srebrenica, gli accordi di pace imposti da Clinton (i celebri accordi di Dayton) sono stati una resa incondizionata al progetto politico del nazionalismo. La comunità internazionale ha di fatto riconosciuto l’impossibilità che uno Stato possa essere multietnico e non fondato su base identitaria. Ha accettato i confini geopolitici che il nazionalismo rivendicava e messo da parte ogni altro modello politico. Il nazionalismo è diventata la sostanza di ogni realismo politico, anche per noi. In quel podcast già ricordato, Paolo Rumiz, con commozione e disincanto, sostiene che quegli accordi hanno rappresentato la fine dell’Occidente e dell’Europa, così come è stata sognata nel dopoguerra. A guardare le conseguenze successive, non si può che dargli ragione. I Balcani sono ancora un esperimento di odio nazionalistico a bassa intensità, pronto a scoppiare da un momento all’altro. In Bosnia la reciproca ghettizzazione è la forma organizzativa dello Stato. In una qualunque città ci sono tre biblioteche, tre ospedali, soprattutto tre scuole. Il criterio è la rigida separazione etnica e la trasmissione di un sapere fondato sulla vendetta e sulla violenza. Questa è stata la conseguenza a lungo termine della fine della guerra imposta dall’Europa e dall’Occidente: che il nazionalismo non è stato sradicato, ma è stato seminato ancor più in profondità. Ma anche l’Europa in fondo ha introiettato questa resa incondizionata al nazionalismo come unico progetto politico possibile. Ha rimosso le radici di Ventotene – l’Europa come progetto universalista che si oppone ai particolarismi nazionali – ed è diventata ciò che vediamo stancamente adesso: nient’altro che un insieme di Stati che fanno ciascuno i propri interessi e che hanno come unico scopo non quello di cedere pezzi di sovranità, ma di poterla espandere verso le altre nazioni attraverso il ricatto prevalentemente economico. E infatti i governi a vocazione nazionalistica sono sempre di più e sempre più inquietanti. Ma non possiamo certo restare sorpresi: c’era già tutto in quegli accordi. La resa dell’universalismo e la malcelata simpatia occidentale per il nazionalismo.

C’è infine un aspetto che ho evocato finora e che riguarda le nostre colpe, quelle della sinistra. Che dell’universalismo ha sempre diffidato con buone ragioni: perché Srebrenica è probabilmente l’atto finale di un uso strumentale del diritto internazionale da parte dell’Occidente per imporre la propria egemonia culturale. L’universalismo è stato soprattutto questo, non ne ho dubbi e non mi pento di averlo pensato: foglia di fico delle democrazie occidentali e del loro imperialismo, forma universale attraverso cui proclamare l’uguaglianza di tutti gli esseri umani quanto alla loro dignità mentre si pianifica la diseguaglianza come obiettivo sociale ed economico da perseguire a tutti i costi.

Mi domando adesso se non sia proprio questa la mancanza fondamentale della nostra epoca, il granello di sabbia che ha fatto saltare tutti gli ingranaggi del Novecento. La rassegnata accettazione della sepoltura dell’Onu, del diritto internazionale, di ogni istituzione universalista che avrebbe dovuto salvarci dai nazionalisti. Con una certa soddisfazione della sinistra: in questo modo il capitalismo non l’abbiamo abbattuto, ma la democrazia borghese sì. Eppure di fronte a Srebrenica e a Gaza, non è proprio la rivendicazione di una universale dignità che appartiene a tutti incondizionatamente ciò che ancora ci mobilita? Non è per questo sentimento universale dell’umano che viviamo lo sconcerto del nostro tempo? Abbiamo altro da opporre ai nazionalisti che prevalgono che non sia la nuda lettera dell’universalismo dei diritti fondamentali, sepolti a Srebrenica e dimenticati a Gaza? Ecco, la questione mi pare davvero urgente: che ce ne facciamo di una sinistra che non difende ciò che i nazionalismi e il capitalismo hanno deciso di annientare, cioè la democrazia plurale e l’universalismo dei diritti? Preferisco mille volte passare per borghese e difendere la vita dei bambini di Gaza in nome del principio universalista e antinazionalista della dignità umana piuttosto che inneggiare alla diserzione come fanno attualmente grandi intellettuali della sinistra che guardano più se stessi allo specchio che la sofferenza del mondo. Oggi nulla mi pare più borghese che la diserzione e nulla mi pare più urgente che difendere gli esseri umani tutti, per il semplice fatto che lo sono. In fondo anche per Marx la classe proletaria non avrebbe salvato semplicemente se stessa, ma avrebbe emancipato tutti. Quella tensione universale rendeva una parte il soggetto della rivoluzione universale.

Non era difficile prevedere che dopo Srebrenica sarebbe arrivata anche la “città umanitaria”. Che, seppellito l’universalismo, non poteva esserci che il ritorno sanguinario dei nazionalismi. A Srebrenica l’Onu è stata sepolta. E adesso che non c’è più, nessuno può fermare la violenza indiscriminata dei nazionalisti. Se non dei nazionalismi ancora più forti, ancora più violenti. E noi, che cosa sappiamo proporre? Davvero possiamo continuare a diffidare dell’universalismo, mentre siamo circondati dai nazionalismi?

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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