Questo agosto sembra non finire mai. Sarà anche per una mia suscettibilità dovuta ad eventi personali, ma tutto sembra complottare contro l’intelligenza. Siamo ben oltre Ferragosto ma ci sono ancora due settimane piene da attraversare: una vera tortura per noi reduci che attendiamo la quiete dei colori autunnali. Sono tutti impegnati a compulsare sui loro canali social immagini provenienti direttamente dalle proprie perfezioni: corpi sensuali, tramonti da favola, paesaggi incantevoli, vite da cartolina. Che evidentemente non riusciamo a goderci, se invece di immergerci siamo presi dalla frenesia di produrre ed esibire tracce, documenti, immagini. Il diritto alla felicità si è trasformato in un dovere e anche la mia bolla social – solitamente pensosa e assai impegnata – ha deciso in questo mese di ostentare il proprio rivendicato cazzeggio. Prima le olimpiadi, poi le ferie d’agosto.
Abbiamo abbassato le saracinesche del lavoro e con esse anche quelle della vita e delle tragedie che ci circondano e che non danno tregua né olimpica né agostana. Intendiamoci, non dico sia sbagliato né giudico. In realtà, propriamente, sto solo scherzando. So bene che, proprio perché è da troppo tempo che stiamo soffocando nelle tragedie della storia, dobbiamo prendere aria e tornare a respirare, almeno per un po’. E può anche essere che sia mosso semplicemente dall’invidia, lo confesso. Chi può in effetti negare che adesso stia scrivendo quest’articolo in preda al risentimento per non essere anch’io coi piedi dentro il mare sorseggiando un aperitivo di quelli indimenticabili, magari in compagnia di persone che mi mancano? In fondo il tono stesso che ho usato finora è agostano: non troppo serio e pieno di sarcasmo.
Eppure per un attimo, qualche ora fa, ho dovuto sospendere questo tono leggero. Stavo sfogliando pigramente la mia pagina social piena di cartoline private dell’estate. Tra di loro, improvvisamente, mi sono imbattuto in una foto – l’ho trovata sul profilo social di una compagna e militante palestinese, Naila Nasser. Potete vederla anche voi, nella home page, di fianco a quest’articolo. All’apparenza, sembrerebbero solo dei sacchi per l’immondizia, chiusi alla bell’e meglio e abbandonati in mezzo a una terra di nessuno. Tra loro e la polvere un vecchio lenzuolo, simile in tutto agli asciugamani da mare che compaiono nelle nostre foto in costume. Soltanto più sporco, più consunto. Quegli asciugamani su cui mettiamo in posa i nostri corpi, che poi siamo noi. In vacanza nel cuore di un agosto come un altro della nostra vita. O forse è solo quello che vorremmo: che questo fosse un agosto come un altro, solo più bello, più perfetto, meno tragico. Naila Nasser accompagna questa foto con una scritta essenziale, nuda: «Bodies are being separated by weight, 70 kg = 1 person» («I corpi vengono separati in base al peso, 70 kg = 1 persona»). 70 kg è un corpo. Riguardo la foto, capisco. Penso che se c’è una profanazione, è questa. Penso al mio corpo, che non potrebbe certo contenersi in un solo sacco: chissà quali parti avrebbero il destino di non essere più mie, di stare in un altro sacco, di pesare come un altro corpo. Forse le gambe, le braccia, il petto. Penso alla quiete di un abbraccio, quando si ha la pretesa di ricomporre un corpo, di tenerlo insieme fino al suo ultimo grammo, fino alla sua ultima fibra di vita. La preghiera di un abbraccio: salvare il corpo dalla condanna della materia.
Il contrario di una preghiera è una profanazione. Questa foto è piena di corpi nudi, ma non aggiustati come i nostri, piuttosto profanati. Corpi nudi che non si fanno vedere, che sono stati decomposti. Che ostentano – loro sì, dal basso della loro miseria e del loro non poter più essere esposti agli occhi, non poter più esser visti e così nemmeno esser pianti – ciò che sta avvenendo a Gaza: il crudele tentativo di trasformare dei corpi in materia, da scaricare come quei sacchi che lasciamo distrattamente ai bordi delle nostre spiagge – dove si può ovviamente: siamo ecologisti anche in ferie – quando il tramonto ci coglie ormai stanchi delle nostre giornate di vacanza. Quando abbiamo finito di mostrare il nostro corpo nella visibilità compulsiva delle nostre tracce social: non sappiamo più stare insieme, ma non sappiamo nemmeno più fare a meno di questa perversa vita comune digitale che ci è rimasta e che ancora vendiamo come la terra promessa della nostra prossima felicità. I nostri corpi vivi e trafitti dall’incanto dell’estate, ma in realtà finti, esposti, smisuratamente dispersi nella tragedia del nostro ostentare, del nostro dovere alla felicità.
La verità è che – per ricordarci cosa sia davvero un corpo, cosa sia davvero questo agosto che non finisce più – dobbiamo contemplare quei sacchi chiusi in una foto da Gaza. La verità è che quel che è davvero un corpo è invisibile agli nostri occhi di occidentali sazi e riposati, che guardano tutto ma non vedono più nulla. Nascosta alla vista, eccola la nudità dei corpi, nello strazio impietoso di ciò che sta accadendo a Gaza. Che cos’è un corpo, un corpo ucciso? Ora lo sappiamo: è un corpo scomposto, disperso, che non sa più di chi essere. È un corpo che risplende, nudo, infinitamente nudo di fronte alla crudeltà dei carnefici.
Non lo so se in questi sacchetti ci sia anche il presunto e poetico peso di un’anima, i famosi 21 grammi. So per certo che questo piccolo, impercettibile peso non c’è più nelle nostre foto ammiccanti, nelle nostre saracinesche abbassate mentre andiamo in ferie persino di fronte alla guerra, nel nostro continuare a tacere. Non è aprile il mese più crudele, è questo agosto che non finisce mai. È questo strazio che non finisce più e noi non abbiamo più parole da inventare per ricordarlo al mondo. Sono i nostri corpi ad essere crudeli, i nostri corpi che vogliono sentirsi acutamente e profondamente in vita, mentre corpi senza vita sono ridotti a non essere nemmeno più corpi. Quei corpi morti: sono innocenti. Questi nostri corpi vivi: sono complici.

Anch’io mi sento complice, perchè nonostante la mia indignazione, non riesco a urlare la mia rabbia abbastanza forte di fronte a tanta barbarie.
Dove è sprofondata la nostra umanità?
Sinceramente non mi sento complice, addolorato ed indignato certamente, anche ora, in Agosto. I complici sono coloro che prendono decisioni, i (s)governanti a vari livelli,( dagli USA all’UE al governo italiano), che sostengono Netanyahu,
il suo governo fascista e razzista, l’esercito israeliano, mentre compiono crimini efferati, stragi infinite e distruzioni assurde, in nome del così detto “diritto di Israele di difendersi”. Sono costoro i complici che bisogna denunciare, condannare e combattere ….
Non so se sentirmi comlpice o meno (in parte si comunque), sicuramente sto dalla parte sbagliata ma mi sento dalla parte degli Oppressi e nel mio piccolo-piccolo cerco di fare qualcosa. E quella cosa che mi riesce meglio è quella di non sentirmi mai completamente felice, men che meno divertirmi. Nel pieno di tanta indicibile sofferenza trovo sconcertante la disinvolta ostentazione del divertimento, soprattutto di quello più effimero ed ebete! Da ben prima del fatidico 7 ottobre anch’io mi chiedo dov’è finita la nostra umanità. Oggi più che mai il mio “diritto” alla felicità è in ferie, congedo permanente mi vien da dire. Per coerenza.