Le elezioni regionali: il crollo della rappresentanza e della partecipazione

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Calato il sipario sulle sfide elettorali in Sardegna e Abruzzo, drammatizzate al punto da farle assurgere a test di rilevanza nazionale, e in attesa che in Basilicata e nelle altre Regioni in procinto di votare si produca la stessa eccitazione adrenalinica, si può provare a fare qualche considerazione di carattere generale. Non sull’esito, opposto, della competizione elettorale, che ha fatto esultare il centro-sinistra per la riconquista della presidenza della Sardegna e la destra per la conferma della propria presa egemonica sull’Abruzzo. Ma sullo stato di salute delle istituzioni democratiche regionali, oggi centrali nel rispondere (o non rispondere) ai bisogni dei cittadini, in particolare in materia di sanità (come la diseguale gestione della pandemia ha tragicamente dimostrato) e domani, chissà, in molti altri ambiti, se verrà portata a termine la sciagurata riforma del regionalismo differenziato.

La Sardegna, innanzitutto. Qui la legge elettorale stabilisce soglie di sbarramento altissime: 5% per singole liste, 10% per liste coalizzate (un traguardo che, come è noto, Soru non è riuscito a raggiungere). Prevede inoltre un premio di maggioranza tra il 55% e il 60% alle formazioni politiche che sostengono il candidato alla presidenza vincente. In Abruzzo il premio è ancora più generoso: tra il 60 e il 65%, accompagnato a soglie di sbarramento al 4%. Va poi aggiunto che in entrambe le Regioni, nonostante la grancassa mediatica e il notevole impegno dei leader nazionali accorsi in loco a sostenere i loro uomini (e donne), quasi il 50% degli aventi diritto non si sono recati alle urne.

La scarsa rappresentatività democratica di assemblee così costituite dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti, ma nessuno ha speso neanche mezza parola in proposito. Ci stiamo evidentemente abituando a ridurre la democrazia all’elezione di una carica monocratica: il Presidente di Regione (altrimenti detto “Governatore”, all’americana), il sindaco; nel prossimo futuro, chissà, il premier. Su questa contesa al vertice si concentra, comprensibilmente, l’attenzione dell’opinione pubblica, orientata dai media. Anche perché in un sistema come quello regionale, retto dal principio simul stabunt simul cadent, in cui il Presidente non può essere sfiduciato dall’assemblea senza che quest’ultima faccia a sua volta harakiri, è questo che conta. Mentre il ruolo del consiglio passa decisamente in secondo piano, al limite del decorativo…

Le leggi regionali di Sardegna e Abruzzo non sono molto diverse da quelle esistenti nel resto del paese, nelle Regioni a statuto ordinario come in quelle a statuto speciale. Tutte prevedono meccanismi – dai listini bloccati collegati al candidato Presidente a premi di maggioranza diversamente calcolati – atti ad assicurare il dominio assoluto del Presidente e della sua giunta sull’assemblea rappresentativa. Un sistema che ha un padre che tendiamo a rimuovere: Giuseppe Tatarella, detto Pinuccio, dirigente del Fuan negli anni universitari, per molti anni esponente di spicco del MSI, nelle cui liste viene eletto per la prima volta deputato, quindi tra i fondatori di Alleanza nazionale, ministro e vice-presidente del primo Governo Berlusconi, capogruppo di AN alla Camera negli anni successivi, nonché vice-presidente della commissione bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Massimo D’Alema. A lui si deve la legge n. 43 del 23 febbraio 1995, nota per l’appunto come Tatarellum, che ha aperto la strada alla successiva modifica costituzionale che ha introdotto l’elezione diretta dei Presidenti di Regione, ispirando tutte le successive leggi elettorali regionali.

Se, oggi, con il premierato, gli eredi diretti di un partito rimasto a lungo al di fuori dell’arco costituzionale vogliono mettere il loro sigillo su una nuova Costituzione, in netta discontinuità con quella anti-fascista, l’egemonia dell’estrema destra in tema di visione della democrazia (!) è di antica data e trova proprio nell’ampia condivisione creatasi attorno al Tatarellum uno dei suoi punti più alti. Al di là di differenze di facciata (il premierato non prevede, formalmente, lo scioglimento automatico dell’assemblea in caso di crisi) lo spirito e lo scopo della “madre di tutte le riforme” meloniana sono in perfetta continuità con le riforme avviate nel 1995: ridurre la contesa elettorale all’investitura diretta del capo, secondo quella concezione della “democrazia identitaria”, teorizzata da Carl Schmitt, basata su una concezione del “popolo” come soggetto unitario e omogeneo. L’idea dell’identità tra il popolo e il leader è uno dei cardini della concezione populista della democrazia, che Nadia Urbinati ha ben sintetizzato nel motto “Me the people”, ricalcato sull’originale “We the people” del preambolo della Costituzione degli Stati Uniti. E che, dalle nostre parti, trova una perfetta corrispondenza nel sempre attuale – pare – “Duce, sei tutti noi!”.

Svanisce in questo modo la sostanza pluralistica della democrazia. Che nasce per dare voce e visibilità ai conflitti tra diverse opinioni e interessi, postulando l’esistenza non di un popolo organicisticamente inteso (una “illusione metafisica”, per Kelsen), ma di una società divisa in “parti” (e organizzata in partiti), che solo un organo collegiale – consiglio comunale o regionale, parlamento – può “rappresentare”, più o meno fedelmente a seconda del sistema elettorale adottato. Perché possa poi compiersi quella difficile e delicata opera di mediazione e composizione in cui si sostanzia l’arte politica. Qui si tocca un altro tasto dolente.

Che ne è stato dell’esigenza, dichiarata da più parti, di correggere gli effetti distorsivi della riduzione del numero dei parlamentari con l’approvazione di una legge elettorale rigorosamente proporzionale? Il PD si era solennemente impegnato in tal senso, condizionando la sua tardiva adesione alla riforma del M5stelle all’adozione di una serie di “correttivi”, primo tra i quali il ritorno al proporzionale. Abbiamo invece votato, nel settembre del 2022, col pessimo Rosatellum. E chissà per quanto tempo ce lo dovremo tenere. A meno che, con l’approvazione del premierato, non passi una riforma del sistema elettorale molto simile alle attuali leggi regionali: premio del 55% alle liste collegate al candidato-premier vincente, che si troverà così con una maggioranza gonfiata, e blindata, prona al suo insindacabile volere. L’ennesima vittoria del Pinuccio nazionale. Che, se ci vede, da lassù, avrà ragioni per sorridere…

Gli autori

Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: "In nome del popolo. Il potere democratico" (Laterza, 2011), "Cittadini senza politica. Politica senza cittadini" (Edizioni Gruppo Abele, 2016) e "Libertà in vendita. Il corpo fra scelta e mercato" (Bollati Boringieri, 2023).

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One Comment on “Le elezioni regionali: il crollo della rappresentanza e della partecipazione”

  1. Un esercizio fine a se stesso quello di – piu’ o meno dottamente -disquisire delle varie alchimie delle leggi elettorali, nelle quali l’elemento costante e’ l’imposizione blindata di candidati da far appprovare e basta; tutti scelti dai potentati economici per il tramite dei loro maggiordomi, chiamati anche politici.
    L’unica dialettica a tutti i levelli – regionale, comunale, nazionale – si esercita fra le varie fazioni lobbiste che rappresentano diverse cordate d’affari. Tutte beneficiarie del regime attuale.

    Il vistoso ripiegametno economico, sociale e culturale della plebe, l’esito di oltre 60 anni di neoliberismo “senza alternative”, quindi senza rappresentanza alcuna dela gente, rappresenta la ragione dell’astensionismo elettorale in rapida crscita. Non solo in Italia.
    Ma su questo fatto, essenziale per la democrazia, si glissa. A tutti i livelli. La farsa della democraiza continua.

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