Oggi è una bella giornata!

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Oggi è una bella giornata, di sole e di primavera, di speranza e di allegria. Il referendum è passato e abbiamo vinto! La riforma costituzionale della giustizia è destinata al dimenticatoio. Come nel 2006 e nel 2016. Gli italiani e le italiane, giovani e vecchi, nati in Italia o nati altrove, acculturati e analfabeti, cittadini e abitanti dei borghi più sperduti si sono espressi. E hanno detto, come lo scrivano di Melville, “preferiamo di no”, anzi siamo saldi e determinati nel dire di no alla riforma costituzionale voluta dalla destra (e dai suoi molti alleati, per convinzione o per opportunismo, sparsi anche nel campo sedicente progressista). In 14.461.074 (il 53,7 per cento dei votanti) hanno detto che la Costituzione si può cambiare (come è accaduto un dozzina di volte negli anni) ma non stravolgere, come, ancora una volta, hanno tentato di fare i suoi nemici storici (quelli che fin dall’inizio ne sono stati estranei e quelli che si sono aggregati strada facendo). Nelle grandi metropoli il No è straripato. A Torino il Sì è fermo al 35% mentre il No vola al 65%. A Milano i punti di scarto sono oltre 17: il Sì si attesta al 42% mentre il No vola al 58%. A Venezia il No vince col 55% contro il 45 del Sì. A Bologna il Sì – fermo al 32% – è più che doppiato dai voti del No che si attestano al 68%. A Genova il Sì arriva al 36% mentre il No sfiora il 64%. Il No doppia il Sì anche a Firenze: 67% No e 33% Sì. A Roma, il Sì è sotto il 40% e il No volta oltre il 60%. A Napoli il Sì non arriva neanche al 25% e il No sfonda il 75%. A Palermo il è al 31% contro il 69% del No. A Bari il Sì è fermo al 37% mentre il No vola al 63%. Gli italiani non si sono mai dimostrati, nel voto, particolarmente progressisti, ma su alcuni punti, a partire dal referendum su monarchia o repubblica, sono rimasti saldi anche sovvertendo apparenti certezze e dimostrando che tra rappresentanti e rappresentati c’è spesso uno scarto determinato, anche, dai trucchi e dalle forzature delle leggi elettorali. È il primo dato che emerge dal voto dei giorni scorsi. Un dato che – va detto senza trionfalismi ma anche senza sconti – segnerà le prossime stagioni politiche. Torneremo sul punto, con i dovuti approfondimenti, a giorni. Ma da subito alcune osservazioni a caldo si impongono.

Questo referendum non era una scadenza qualunque. Era l’occasione scelta dal Governo, siccome ritenuta più facile e più propizia, per ottenere quell’investitura diretta da tempo cercata e destinata, nelle aspettative, a consentirgli di governare indisturbato, senza intralci e senza il fastidio delle regole. Era la prima tessera del mosaico di un assetto istituzionale autoritario, comprensivo del premierato assoluto, dell’autonomia differenziata (pur dimezzata dalla Corte costituzionale), della trasformazione dello Stato di diritto in Stato di polizia (da tempo in atto). Era lo strappo per affermare una (auspicata) egemonia culturale tesa a riscrivere la storia del Paese. Era il viatico per inserirsi nel filone delle democrature che si stanno affermano nel mondo e che annoverano ormai a pieno titolo anche gli Stati Uniti d’America. Era la spallata definitiva al diritto e alle regole come quadro cogente della vita democratica e del confronto politico. Non sono esagerazioni né interpretazioni malevole ma le ripetute rivendicazioni di uomini (e donne) del governo e della maggioranza. Se avesse vinto il Sì, oggi il Paese sarebbe diverso, a partire dalla stessa idea di democrazia. Grazie all’impegno di molti e molte non è andata così. Il disegno eversivo della destra non è battuto ma certo è arginato e indebolito.

Era questa la vera posta in gioco. Il resto – come abbiamo segnalato sin dall’inizio – era dettaglio. Lo era, in particolare, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, brandita come una clava, tra gli altri, da alcuni avvocati e giuristi democratici (rivelatisi alla fine minoritari), incapaci di cogliere il contesto in cui ogni riforma (anche se, in ipotesi corretta e condivisibile) si colloca e sordi di fronte alle reiterate affermazioni della presidente del Consiglio e dei suoi ministri secondo cui il fine della modifica costituzionale era quello di imporre alla magistratura di “remare nella stessa direzione del Governo” e di evitare l’applicazione delle garanzie più elementari a migranti e ribelli (il tutto in un quadro in cui il diritto – interno e internazionale – deve valere solo “fino a un certo punto”). Difficile non vedere in tale posizione – come abbiamo scritto nei giorni scorsi – un atteggiamento astratto e inconcludente, simile a quello del manzoniano don Ferrante che, intento a sostenere l’inesistenza concettuale della peste, che pure infuriava intorno a lui, se ne ammalò e ne morì. A quei giuristi va rilanciata la sfida. La giustizia penale ha un bisogno disperato di essere liberata da norme liberticide che si susseguono a mesi alterni e da prassi processuali antigarantiste (caratterizzate da misure cautelari applicate in pura funzione di ordine pubblico, da motivazioni tautologiche o apparenti, da intercettazioni a pioggia e protratte, da contestazioni abnormi, da dilatazione delle ipotesi di concorso di persone nel reato, dall’uso improprio di fattispecie associative, dalla anacronistica riproposizione di reati d’opinione e da molto altro ancora). È questo il terreno di azione, auspicabilmente comune e immediato, dei giuristi democratici (magistrati, avvocati, accademici); non quello dell’eversione costituzionale, dell’ingegneria istituzionale e dell’aggressione all’associazionismo giudiziario all’ombra e in sintonia con il Governo e la maggioranza più forcaioli della nostra storia repubblicana.

Il referendum e il suo esito sono fatti politici grande rilievo. Anzitutto essi hanno dimostrato che quando il voto conta i cittadini partecipano (ha votato il 58,9 per cento degli aventi diritto, smentendo tutte le previsioni dei sondaggisti di ogni colore): non è certo il superamento della crisi della democrazia e della politica ma è un contributo a coglierne le ragioni. In secondo luogo essi hanno evidenziato lo scarto enorme tra il sentire dei cittadini e quello della loro rappresentanza parlamentare, dando così un colpo mortale alle credibilità di ogni riforma della legge elettorale che tenda a ulteriormente mortificare la rappresentanza in favore di una presunta governabilità. In terzo luogo, il ruolo nella vicenda referendaria delle organizzazioni politiche tradizionali, a cominciare dai partiti, è stato marginale: le migliaia di dibattiti nei luoghi più impensati del Paese (mi è capitato di farne uno persino in una chiesa, tra madonne e crocifissi), i residui volantinaggi nelle piazze e nei mercati, la presenza capillare e fantasiosa sui social hanno visto in primo piano giovani, associazioni, volontariato, sindacato, studenti. La partecipazione plurale ed eterogenea è il fatto nuovo più significativo, che si sovrappone  alla politica tradizionale (e talora la sostituisce). In quarto luogo – e proprio per questa ragione – il referendum non è stato la prova generale delle prossime elezioni, come pure molti attori istituzionali e commentatori stanno dicendo: piuttosto è stata una lezione da interpretare e di cui far tesoro. Infine – ed è, insieme all’esito, il fatto più importante – il referendum ha fatto crollare il mito, costruito in questi anni, della invincibilità della destra: essa è (e resta) forte, ma soprattutto per la mancanza di un progetto e di una posizione ideale alternativa. Quando – come accaduto nel referendum – questa posizione esiste ed è visibile e tangibile anche la forza della destra si sgretola.

Per ora mi fermo. Nei prossimi giorni avremo molte occasioni di ulteriore approfondimento. Ma ora godiamoci questa giornata di festa. È una boccata di aria pura di cui avevamo bisogno!

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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One Comment on “Oggi è una bella giornata!”

  1. Oggi è una bella giornata perché all’orizzonte si vedono tanti giovani decisi a costruire un mondo migliore. Sono i tanti giovani (manganellati) che hanno inondato le piazze contro la guerra e il genocidio a Gaza. Sono i giovani che hanno occupato le università per difenderle dall’invasione militarista di questo Governo (fatto di opportunisti, cialtroni e incompetenti). A tutte queste ragazze e ragazzi dico il mio riconoscente GRAZIE! Ho trovato su internet questo commento: “Per la vittoria del NO ha contribuito di più l’Iran con il blocco dello Stretto di Hormuz che il PD”. Condivido e spero che finalmente e seriamente tutta questa pseudo sinistra faccia proprie le istanze di questi giovani, ai quali rinnovo il mio GRAZIE. Il futuro è nelle vostre mani.

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