E se la via d’uscita fosse la legge elettorale proporzionale?

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Se un dato oggi connota il sistema costituzionale italiano, è indubbio che si tratta dello strapotere del Governo su un Parlamento ridotto a mera appendice ratificatoria delle decisioni dell’esecutivo. Controllo governativo dell’ordine del giorno, ordinarietà dei decreti-legge, abuso della questione di fiducia, maxi-emendamenti dell’esecutivo, contrazione della discussione, monocameralismo di fatto: è questa la veste quotidianamente assunta dalla forma di governo italiana, che pure la Costituzione vorrebbe fosse parlamentare.

Occorrerebbe reagire indebolendo i poteri del Governo e rafforzando quelli del Parlamento. Esattamente opposta è, invece, la direzione perseguita dall’estrema destra al governo, con l’obiettivo di definitivamente consolidare l’esistente attraverso l’introduzione del premierato: una riforma volta a consacrare a livello costituzionale quanto già di distorto vi è nella prassi. Alla base del disegno governativo vi è lo stravolgimento definitivo del principio intorno a cui è costruita la forma di governo vigente. Oggi noi elettori votiamo per eleggere il Parlamento, e dagli equilibri politici che si vengono così a produrre dipende, tramite il voto di fiducia, la nascita del Governo. Con la riforma, voteremo per eleggere il Capo del Governo, e da questi dipenderà la formazione del Parlamento, dal momento che la distribuzione dei seggi dovrà avvenire in modo da assicurare al partito o alla coalizione del Capo la maggioranza degli eletti. L’esatto contrario, insomma, di quel che avevano deciso i costituenti.

A scaturirne, sarebbe un sistema senza pari nel mondo (non vale nemmeno il precedente israeliano tra il 1996 e il 2001, come talvolta si dice: in Israele, infatti, la legge elettorale rimase proporzionale, con la conseguenza che il primo ministro eletto non aveva alcuna garanzia di controllare la Knesset). La regola ovunque vigente nei sistemi democratici è che non vi è certezza alcuna che le elezioni producano una maggioranza assoluta a beneficio di una delle parti in competizione: persino negli Stati Uniti d’America il Presidente può non avere il controllo del Congresso (e, anzi, solitamente è così). La ragione è evidente: oltre un certo livello, la manipolazione dei risultati elettorali non può spingersi, pena la dissoluzione del principio democratico. Se il sistema politico è plurale, il Parlamento sarà plurale. Al di là delle criticità puntuali, che pure sono numerosissime, la falla fondamentale del premierato meloniano sta proprio in questo: istituisce un sistema che, annullando la separazione tra il potere esecutivo e il potere legislativo (una conquista del costituzionalismo che affonda le radici indietro nei secoli, sino al pensiero di Montesquieu), mina le basi stesse della democrazia.

Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che il premierato sia un disegno sorto improvvisamente dal nulla. L’ossessione per la maggioranza assoluta da conoscere «la sera stessa delle elezioni» viene da lontano, è trasversale agli schieramenti politici e già ha prodotto strappi profondissimi sul sempre più fragile tessuto democratico italiano. Non si può dimenticare che ben due leggi elettorali volte a costruire maggioranze certe, approvate una dalla destra e una dal centrosinistra, sono state annullate dalla Corte costituzionale per violazione del principio dell’uguaglianza del voto degli elettori (vale a dire, per la loro natura intrinsecamente anti-democratica). Con la prima di tali leggi – il cosiddetto Porcellum – si sono svolti tre turni elettorali (2006, 2008, 2013), da cui sono scaturiti sei Governi: tutti basati su maggioranze parlamentari frutto dell’alterazione anti-democratica del voto degli elettori. Per fortuna la seconda legge – il c.d. Italicum – è stata annullata dal Giudice delle leggi prima che potesse, a sua volta, fare danni. Ma è incredibile che dopo la bocciatura del primo tentativo ve ne sia stato un secondo. Non c’è democrazia al mondo che abbia subito un’onta simile.

Per realmente reagire a un vulnus di tale portata, è necessario andare alla radice del problema e riconoscere che, a fronte di una società plurale, un Parlamento plurale non soltanto è necessario, ma è anche un bene. Per essere chiari: è un bene che nessuna parte politica abbia la maggioranza assoluta. L’obiettivo dev’essere il ritorno alla legge elettorale proporzionale: pura, senza soglie di sbarramento né, tantomeno, premi di maggioranza. Che ciascun partito abbia tanti parlamentari in rapporto con quanti sono i voti che ha ottenuto, in modo che il Parlamento sia composto non da vincitori e vinti, ma da persone che rappresentano davvero il corpo elettorale perché ne riproducono, il più fedelmente possibile, gli orientamenti. Le elezioni non devono coronare un vincitore, ma riprodurre in scala gli orientamenti ideali della società.

Naturalmente, riportare il Parlamento al centro del sistema costituzionale implica che i protagonisti della vita politica tornino a essere i partiti politici. Partiti pesanti, non leggeri; di carne, non di plastica; reali, non virtuali: per poter davvero essere espressione della società, nella società le forze politiche devono avere radicamento. Il finanziamento pubblico – abolito dal Governo Letta tramite decreto-legge: come se si trattasse di una necessità straordinaria e urgente! – va ripristinato e la militanza politica organizzata deve tornare a essere considerata una risorsa indispensabile.

Si tratta di un salto culturale che l’intera società italiana è chiamata a compiere. Al momento, le calcificazioni anti-parlamentari sono così consolidate che persino la forza politica che più di tutte ha ambito a porsi in rottura con l’esistente – il Movimento 5 Stelle – ha finito per muoversi in polemica contro i partiti, la politica professionale, il finanziamento pubblico e, di conseguenza, il Parlamento. Un vero e proprio paradosso: proclamare la massima discontinuità e praticare la massima continuità.

Alla scontata obiezione per la quale un Parlamento plurale non potrà realmente funzionare si deve replicare che il compito dei parlamenti nei sistemi democratici pluralisti è esattamente questo: rendere possibile, grazie alla mediazione della rappresentanza, quel dialogo che nella immediatezza della società sarebbe assai più complicato. Forze politiche che godono di maggioranze artificiali create dalle leggi elettorali non saranno mai disponibili a dialogare con le controparti, ma sempre saranno tentate dalle imposizioni di forza. Le fila dei loro parlamentari saranno colme di yes-men e yes-women, perché quel di cui il Capo ha bisogno non è di pensatori critici, ma di esecutori fedeli. Al contrario, forze politiche che possono contare in Parlamento solo sulla forza che realmente hanno nella società saranno naturalmente aperte al dialogo e al confronto e necessiteranno di personale politico a ciò adeguato: si batteranno perché la discussione abbia per esito una soluzione il più vicina possibile alle proprie posizioni, ma non avranno timore del compromesso, una volta spesi tutti i loro argomenti.

La democrazia, scriveva Hans Kelsen, è discussione, non decisione, e deve avere per obiettivo soluzioni assunte con il massimo del consenso e con il minimo dell’imposizione possibili. Utopia? Nient’affatto: la fase più feconda della storia repubblicana, tra l’inizio degli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta del Novecento, è stata segnata proprio da un’attitudine di stampo kelseniano, grazie alla quale sono state realizzate le più profonde trasformazioni nel senso della realizzazione dell’uguaglianza (dalla scuola media unica, gratuita e obbligatoria, al Servizio sanitario nazionale). Naturalmente, raggiungere tali obiettivi non è stato facile e il conflitto che ha preceduto i compromessi allora raggiunti è stato sempre aspro e profondo: non può, tuttavia, non far pensare il fatto che allora, al tempo delle ideologie inconciliabili, l’accordo era nell’ordine delle cose possibili, mentre oggi, nell’epoca della fine delle ideologie, la sola strada percorribile è quella della conta dei numeri in Parlamento (vale a dire, dell’imposizione della forza della maggioranza).

Occorre riconoscere che cercare scorciatoie nella costruzione di maggioranze artificiali è frutto d’infantilismo politico. Occorre tornare a fare politica. Certo, in una società plurale è attività impegnativa e complicata, ad alto rischio di fallimento. Ciò non toglie che tenere insieme il pluralismo è la sfida che è necessario tornare a raccogliere, perché far finta che il pluralismo non esista è illusorio e pericoloso. Illusorio, perché le regole saranno sempre piegate a sé dalla realtà: non a caso abbiamo oggi più partiti di quanti ce ne fossero con la legge elettorale proporzionale. E pericoloso, perché non si può realmente governare una società a colpi continui di imposizioni di parte (socialmente minoritaria): non a caso continuiamo a scivolare in un declino ultratrentennale che sembra impossibile riuscire a fermare. Il risultato è che, persa ogni fiducia nella possibilità di operare all’interno di un orizzonte comune, ciascuno si è ridotto a fare per sé: a livello individuale e collettivo, come dimostrano i casi emblematici dell’evasione fiscale e dell’autonomia regionale differenziata, esplicitazioni chiarissime del rigetto di ogni residua forma di solidarietà.

Ovviamente, sarebbe illusorio pensare che la legge elettorale proporzionale possa essere, in sé, salvifica; salvifica, però, può essere l’idea di società che porta con sé.

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020), "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021), "Spezzare l'Italia. Le regioni come minaccia all'unità del Paese" (Einaudi 2024) e, con Gustavo Zagrebelsky e Armando Spataro, "Loro dicono, noi diciamo. Su premierato, giustizia e regioni" (Laterza 2024). Collabora con «il manifesto».

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2 Comments on “E se la via d’uscita fosse la legge elettorale proporzionale?”

  1. Come studioso di Teoria delle Scelte Collettive, prima di andare in pensione mi sono occupato a lungo di sistemi elettorali. Condivido pienamente ciò che scrive Pallante, e vorrei aggiungere un contributo. Uno degli argomenti principali contro il sistema proporzionale puro è che esso darebbe un potere indebito ai piccoli partiti di centro, che possono ricattare i grandi minacciando di modificare la maggioranza. Questo argomento è sbagliato. Infatti, se i piccoli partiti di centro godono di quella “rendita di posizione” e il sistema proporzionale è puro, nasceranno abbastanza piccoli partiti da consumare quella rendita (anche se questa potrebbe sussistere per le prime elezioni): ci saranno tanti piccoli partiti, nessuno dei quali avrà abbastanza seggi per modificare una maggioranza. Questo argomento teorico è stato confermato dall’analisi dei dati. E’ interessante notare che è invece una soglia di sbarramento che propizia quell’inconveniente, perché la necessità di superarla indurrà i piccoli partiti potenziali a coalizzarsi in uno (presumibilmente molto litigioso al suo interno).

  2. Traggo dal suo articolo “Il finanziamento pubblico – abolito dal Governo Letta tramite decreto-legge: come se si trattasse di una necessità straordinaria e urgente! –”. Succede spessissimo che la necessità straordinaria e urgente, a fondamento dei DdL, non sia possibile ravvisarla. E’ una distorsione dell’applicazione della Costituzione presente da decenni. Sarebbe opportuno che iniziassimo a sollevare il caso al cospetto del Presidente della Repubblica, il quale, con la sua controfirma, di fatto avalla i DdL incostituzionali appunto perché emessi in assenza di vera necessità e urgenza. Perché questa indecenza nel funzionamento del Capo dello Stato (una delle tante) non viene mai sollevata?

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