La sinistra deve lasciarsi il tempo per nascere

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Se la memoria non mi inganna, sarà la cinquantesima volta negli ultimi dieci anni che mi ritrovo a scrivere circa quel che dovrebbe fare la sinistra per tornare al centro dell’attenzione. In effetti, considerando che nel frattempo sono inevitabilmente diventato anziano, non escludo che la memoria mi stia ingannando. Ma se invece il mio ricordo è autentico, forse è giusto partire da qui. Da questa ripetizione di parole, ricette, speranze e infine fallimenti che da dieci anni infiliamo con la stessa eleganza di una preziosa collana di perle. Ciò complica non poco il mio percorso, che approfittando della pazienza dei miei lettori dividerò in due tappe differenti. Nell’articolo successivo a questo mi occuperò di cose serie e, in modo particolare, dirò perché a mio avviso la sinistra deve essere rigorosamente laburista, in un senso molto più ampio e complesso del semplice primato dei diritti sociali e della giustizia sociale. Ma ciò che vorrei fare adesso è raccogliere quel dato di partenza – la coazione a ripetere della sinistra che parla di se stessa fino al punto di parlarsi addosso – per condividere due premesse metodologiche la cui dose di provocazione credo sia direttamente proporzionale all’utilità che c’è nel metterle in campo all’interno di questa discussione.

La prima riguarda la successione di articoli che questo sito sta meritoriamente ospitando da un po’ di mesi e tutti dedicati a rispondere alla domanda su “che fare?”. I contributi sono tanti e di altissimo livello. Sembrerebbe dunque un successo. Ma io tenderei a ritenerlo un tipico caso di successo fallimentare. La maggior parte di questi contributi sono di persone come me, benché molto più titolate di me. Cioè maschi bianchi e occidentali che prendono ripetutamente la parola da dieci anni per dire che non devono più prendere la parola. Finendo allora col riconoscere che non ci resta che “dare la parola” ad altri, preferibilmente donne giovani e non occidentali. Ma che vuol dire “dare la parola”? Quello che appare come un gesto di generosità è invece molto spesso un gesto del tutto paternalista, soprattutto quando la parola le persone la stanno agendo per conto loro, in altre sedi e con modalità differenti. O più probabilmente si sono zittite perché stanche di aver “data la parola” per gentile concessione di noi che continuiamo a presumere cosa loro pensino o vogliano. Tutto sommato, non stiamo riferendoci ad altro che alla questione fondamentale che è emersa in questa discussione: che non si tratta semplicemente di ricostruire un soggetto politico all’altezza, ma che bisogna soprattutto favorire il riconoscimento di un popolo di sinistra, una qualche forma di rappresentazione unitaria che non sia surrettiziamente politica ma che sia innanzitutto sociale. Eccola la domanda. Qualcuno sostiene che il fatto che la società sia attraversata fino alla sua radice da questioni di ingiustizia sia già condizione per rendere necessaria una concrezione politica (un partito o una coalizione che rappresenti tali questioni e l’esigenza del loro superamento). Dimenticando che non basta una società divisa in classi perché le classi abbiano coscienza di se stesse. Non basta un mondo sempre più separato tra i sommersi e i salvati perché i sommersi si riconoscano sulla stessa barca (i salvati non ne hanno bisogno: ognuno ha il suo yacht personale). Ecco perché qualcun altro – e io sono tra questi – sostiene che non si possa descrivere la situazione attuale nei termini dell’ottimismo della società e del pessimismo della politica. Non c’è da un lato una società matura alla rappresentanza e dall’altro una rappresentanza al minimo storico di credibilità che va semplicemente ricostruita. Il divorzio tra società e politica è il grande tema e non si risolve pensando che nella prima ci sono delle pretese di giustizia che attendono solo le parole giuste da parte degli esponenti della politica.

È per questo che dare la parola può essere un gesto esclusivamente paternalista, mentre noi dovremmo metterci in ascolto e non solo di quelle parti di società che già riconosciamo come nostre (è la critica che muovo ai movimentisti radicali. Ovvio che nella società ci sono esperienze emancipative e politicamente rilevanti. Ma fungono da sentinelle, sono preziose ma non bastano. Bisogna costruire una sinistra popolare, non una sinistra che assolutizza delle esperienze che restano avanguardie. È il motivo per cui Gramsci non era populista, con buona pace di sommi teorici che sostengono il contrario).

So di essere piuttosto severo – innanzitutto con me stesso. Ma introduco subito un esempio, che mi accompagnerà in entrambe le puntate. Nella discussione sul lavoro che noi facciamo, c’è chi dice che la sinistra dovrebbe adottare ricette anti-lavoriste (radicalizzare per esempio il reddito di cittadinanza) e chi invece sostiene che dovremmo combattere il neo-schiavismo sempre più diffuso ritornando ai diritti sociali che abbiamo perduto, a partire dalla garanzia del tempo indeterminato. O antilavoristi o laburisti. Ecco, io invece non credo che la sinistra debba sciogliere questa contraddizione. Se leggiamo i flussi elettorali più recenti, vedremo che buona parte dei giovani, quando non si astiene, tende a votare a sinistra più che a destra. Tutto ciò ci offre una dote di speranza da non sprecare. Ma i giovani, se li ascoltiamo, saranno antilavoristi o laburisti? Qual è la loro idea di emancipazione – parola preziosissima ma da tenere per noi per non spaventarli – al riguardo?

Come giustamente ricorda Marco Revelli nel suo ultimo libro, noi diamo per scontato che, se chiedessimo a una trentenne se preferisce passare tutta la sua vita da Sephora a vendere oggetti (ma anche in un sindacato a difendere lavoratori, o in una scuola a insegnare, per dire) o a consumare ciclicamente identità varie lasciandosi la libertà di cambiare, lei non avrebbe molti dubbi. Ma ne siamo certi? Siamo certi che la sinistra debba conquistare i propri voti con la promessa di una vita dentro Sephora come antidoto alla precarietà? E se invece la questione fosse che, di fronte a tutto ciò che è venuto meno in questi anni, la sinistra deve promettere di più di ciò che prometteva quarant’anni fa? Sia chiaro, non sto riproponendo sotto altre vesti il mito della rottamazione. La rottamazione renziana era ovviamente un pretesto, perché non si trattava di far parlare altre generazioni, ma di sostituire come soggetti della sinistra gli oppressi (o i loro rappresentanti) con gli oppressori (o con i rappresentanti dei loro interessi). E la giovane trentenne cui faccio riferimento non è una trentenne qualsiasi. Non mi interessa una sinistra passpartout e rivendico il conflitto sociale anche tra trentenni. Faccio piuttosto riferimento a quelle persone che vorrebbero situarsi sul solco delle tradizioni emancipative e delle loro storie e che non trovano la confidenza per poterlo fare. A quella trentenne di oggi che non ha smesso di sognare e che possiede probabilmente un’idea di vita liberata molto più densa, complessa e ambiziosa non solo della dittatura del piacere cui è costretta nel mondo di oggi, ma anche di quella promessa di vita compiuta che la società del lavoro ha prospettato a delle generazioni che venivano non dall’opulenza assoluta degli anni ottanta ma dalla povertà assoluta della guerra (come vedremo nella prossima puntata). E in ogni caso non possiamo interrompere il circolo vizioso della nostra inutile presa di parola se non siamo disposti non solo a compatire la miseria del presente cui è costretta la giovane che non ha altra alternativa che i lavori saltuari oppure una vita intera da Sephora, ma anche ad ascoltare il sogno di una cosa (il suo sogno, non dando per scontato che sia come il nostro) che ancora risuona nel segreto della disperazione delle persone a cui abbiamo consentito venisse sottratta – grazie alle riforme della scuola e dell’università – l’unica arma della democrazia: la capacità di assegnare un nome alle cose, di trasformare in parole la rabbia dei giorni.

Volendo sintetizzare questa prima premessa, potrei dire: non illudiamoci di avere già tutte le ricette pronte e che il deficit che scontiamo sia soltanto organizzativo. Nel cantiere della sinistra servono architetti, non semplici geometri. Non si tratta di applicare le ricette del passato, ma di fare i conti con un mondo che è cambiato in peggio, radicalizzando i conflitti sociali, il primato della struttura economica, l’individualismo come unica forma di vita possibile, il disprezzo per la vita democratica. Di fronte a queste sfide fondamentali, dobbiamo rilanciare le politiche di sinistra non riducendole al semplice realismo politico (cosa fare per vincere) ma rilanciandole all’altezza dell’utopismo politico (annunciare, letteralmente, un mondo nuovo fin dalle sue fondamenta).

La seconda premessa provocatoria ha a che fare con l’urgenza della ricostruzione della sinistra, a partire dal più inquietante governo della Repubblica che ci sia mai stato. Ma anche dallo scenario internazionale (la terza guerra mondiale a pezzi), dal fallimento dell’Europa, dal trumpismo come minaccia permanente, dalla crisi ambientale che non trova risposte, ecc. Non dirò che è il peggiore dei mondi possibili semplicemente perché, avendo da giovane studiato Leibniz ma avendo anche visto i film di Fantozzi, so bene che mentre di un mondo possiamo postulare che sia il migliore possibile, è meglio non stuzzicare la fantasia del destino dicendo di un mondo che è il peggiore: arriverà presto qualcosa a ricordarci che al peggio non c’è mai fine. Ecco, proprio per questo, io credo che dobbiamo sganciare la necessità della sinistra dalla fretta del presente. In questi ultimi dieci anni, la sinistra è sempre stata urgente perché era in corso uno stato d’eccezione: gli ultimi rigurgiti del berlusconismo, poi l’austerity, il draghismo, il renzismo. E non si è mai lasciata davvero il tempo per nascere come si deve. Non vorrei che questa fretta diventi di nuovo un alibi per ciò che verrà. Qualcuno mi dirà: stai forse normalizzando il governo Meloni? Niente affatto, sto solo cercando di sottrarmi alla tesi della discontinuità. La forza e la minaccia del governo Meloni non nascono dal fatto di essere una novità, ma di amplificare un processo di sovversione della democrazia e delle conquiste sociali del dopoguerra che dura da fin troppo tempo. Ciò che siamo soliti definire nei termini dell’eccezione non è che il compimento di un’epoca. Si chiama neoliberismo: il suo obiettivo a lungo termine era precisamente di arrivare fin qui. Alla trasformazione delle istituzioni democratiche da esperimenti di diffusione del potere in meccanismo di controllo e ratificazione di un potere che sorge in altre sedi, che ha come unico obiettivo quello di consolidare la differenziazione sociale tra sovrani e sudditi e di produrre odio di propaganda per fare in modo che la nostra servitù sia sempre più volontaria. Il fascismo ci aspettava da tempo, come esito prevedibile e finale del neoliberismo. Il suo ritorno non è una sorpresa: è ciò che ci attendeva fin da quando il capitalismo ha scelto di liquidare brutalmente la democrazia, una volta accortosi che non gli serviva più. A pensarci bene, racchiuderei l’atto di nascita del PD in questa tensione: mettere in primo piano ogni volta uno stato d’eccezione per preservare da ogni critica l’essenza della nostra epoca, il progetto neoliberista. Il PD è un partito intrinsecamente neoliberista perché non contesta più nulla se non attraverso l’invenzione permanente di pericoli eccezionali, che gli permettano di presentarsi ogni volta come “male minore”.

Perché è così importante storicizzare il governo “non-antifascista” di Meloni? Perché la sinistra sta morendo di realismo, di stati d’eccezione e di mali minori. Esattamente come la giovane trentenne di cui parlavamo prima. Che passa tutto il suo giorno dentro una ripetizione soffocante e insensata e che se vuole prendere aria – anche solo per cinque minuti – non sa nemmeno dove andare, se piove e non può rifugiarsi in qualche “bosco urbano” (che orrenda immagine di violenza specista). Dentro una città gli restano solo centri commerciali o bar dove ubriacarsi per fuggire da un male che la costringe – che ci costringe – a consumarci senza più poterci dedicare a capire ciò che vogliamo, ciò che siamo, con chi vogliamo stare. Io, che non sono credente, riconosco qualcosa di mostruosamente abietto nel fatto che la nostra civiltà – che ha edificato per millenni chiese al centro delle città, spazi dove potersi raccogliere, dove poter semplicemente stare – negli ultimi cinquant’anni non sa edificare più nient’altro che luoghi dove possiamo solo consumare e incontrare persone come se fossero cose. Non ci sono letteralmente più chiese o case del popolo o porte e finestre da cui fuggire dal male del capitalismo e del consumo. E di fronte a questo male che ha contagiato le nostre vite, che può farsene la giovane trentenne del ricorso al male minore come forma ultima della politica? Non è promettendogli che non ci sarà più la Meloni che sarà disposta a crederci, ma ricordandogli che c’è un’altra idea di società, un altro modello di convivenza, un’altra forma di vita che può sognare. Nessun male minore potrà più salvarci, in queste condizioni. Solo una sinistra capace di utopia, potrà farlo. E in particolare capace di parlare del lavoro come utopia sociale. Ma di questo, se qualcuno vorrà ancora leggermi, ne parlerò la prossima volta.

La seconda provocazione è dunque questa: non c’è alcuna necessità della storia che salverà la sinistra. Smettiamola di affidarci agli stati d’eccezione. Non saranno gli stati d’eccezione a tenerci in vita, tutt’al più serviranno a mantenerci il respiratore attaccato. La sinistra riparta da sé, dal mondo nuovo che vuole e dalla speranza di vita liberata che, dentro gli spazi saturi delle nuove alienazioni, continua a muovere ogni giorno i pensieri disarticolati e inascoltati della giovane trentenne.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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One Comment on “La sinistra deve lasciarsi il tempo per nascere”

  1. George Steiner affermava che i fatti non sono mai un argomento decisivo contro la speranza. La barbarie e lo stravolgimento del pensiero iniziano quando molti cominciano a pensare che i fatti non lascino più spazio alla speranza; i “fatti” si metamorfizzano e diventano, da costruzione umana qual sono, natura snaturata e si impongono sino al punto in cui la speranza e la possibilità di immaginare un mondo meno ingiusto si cambiano, agli occhi dei molti, in fantasie da donnicciole. Aderire all’esistente: questo è l’imperativo categorico delle masse il cui pensiero è stato colonizzato. Se penso che personaggetti dell’altezza di Schlein o Fratoianni dovrebbero occuparsi anche – e forse in primo luogo – della decolonizzazione dell’immaginario, esortare il popolo a riprendersi la vita e aprire un varco alla speranza in questo paticciaccio brutto che ci avviluppa – ebbene, non so se ridere o piangere. Preferisco ridere e ripetere a chi mi sta casualmente vicino che i fatti non sono mai un argomento decisivo contro la speranza.

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