Trump: quando l’impensabile diventa realtà

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La finestra di Overton è una teoria dell’ingegneria sociale che spiega come quanto riteniamo culturalmente o politicamente inaccettabile se somministrato in piccole dosi crescenti, e in un determinato contesto, non solo diventa possibile, ma addirittura diviene legge. È una legge classica della manipolazione delle masse ed è la base su cui si instaurano le dittature, ma è anche una banale tecnica per vendere agli ignari consumatori prodotti di cui non hanno alcun bisogno: quanto meno in tempo di espansione economica.

Chi avrebbe mai potuto immaginare che il sito ufficiale della prima democrazia del mondo avrebbe propagandato una foto in cui esseri umani in catene vengono caricati su un aereo e trasportati chissà dove? A corredo della foto una frase perentoria in cui spicca il termine deportation, lemma inglese su cui il mondo si balocca con traduzioni più o meno meschine. Quella foto è l’essenza della finestra di Overton, in cui l’impensabile diventa legge, diventa Stato. Quella foto è un simbolo che dice chiaramente «ora comandiamo, lo faremo duramente, noi e non faremo prigionieri».

Di fronte a simboli così plateali i paralleli storici portano indietro in modo talmente grottesco da non apparire veri, e sopratutto il mito americano resiste anche in presenza di parole chiarissime, immagini cristalline, gesti inequivocabili piantati a brutto muso al centro della percezione globale, come il braccio teso alzato ben due volte e in maniera assai convinta da Elon Musk. In attesa che qualcuno scandisca il “sieg heil” correlato, anche in questo caso siamo nella finestra di Overton, nella fase precisa in cui qualcosa di radicale, precedentemente inconcepibile, diviene accettabile perché veicolato e rivendicato da personaggi dal forte carisma, solitamente definiti “visionari”, nonché ricchi sfondati: si sprecano le interpretazioni più o meno giustificative di un gesto dal valore universale che, fino a poco tempo fa, aveva un solo e molto chiaro valore. Overton non fu un progressista che si indignava per l’uso che si faceva delle sue teorie e spiegava che, come qualsiasi altra tecnologia, essa è neutra. Su quali basi sociali ed economiche si muove tale legge? Con una visione strettamente marxista in base alle strutture, cioè ai rapporti economici presenti nella società.

Il consumo come unica salvezza. Edward Bernays non fu un marxista, tutt’altro: di fatto è stato il padre della nostra società dei consumi. Parente e discepolo di Sigmund e Anna Freud, inquadrato in modo facile come “pubblicitario”, dagli anni Venti del Novecento ha lavorato per inculcare prima nelle élites politiche e poi nelle masse il mito del consumo, meglio conosciuto come l’american way of life. Bernays sosteneva un concetto semplice e complesso al contempo: l’essere umano è irrazionale e l’unico modo per tenere a bada tale l’irrazionalità, e quindi la successiva violenza e follia di massa, è dargli dosi crescenti di consumo: oggetti, esperienze, svaghi, sessualità. Individuò quindi il modo più semplice per giungere alla sedazione di massa della società attraverso la manipolazione pubblicitaria che imponeva bisogni sempre nuovi e inutili. Molti anni dopo uno straordinario pubblicitario francese di nome Frederic Beigbeder scrisse questo attacco epico e assai famoso nel suo libro autobiografico 26.900, pubblicato da Feltrinelli: «Sono un pubblicitario: ebbene sì, inquino l’universo. Io sono quello che vi vende tutta quella merda. Quello che vi fa sognare cose che non avrete mai. Cielo sempre blu, ragazze sempre belle, una felicità perfetta, ritoccata in Photoshop. Immagini leccate, musiche nel vento. Quando, a forza di risparmi, voi riuscirete a pagarvi l’auto dei vostri sogni, quella che ho lanciato nella mia ultima campagna, io l’avrò già fatta passare di moda. Sarò già tre tendenze più avanti, riuscendo così a farvi sentire sempre insoddisfatti. Il Glamour è il paese dove non si arriva mai. Io vi drogo di novità, e il vantaggio della novità è che non resta mai nuova. C’è sempre una novità più nuova che fa invecchiare la precedente. Farvi sbavare è la mia missione. Nel mio mestiere nessuno desidera la vostra felicità, perché la gente felice non consuma». Beigbeder nel suo libro non dice però che l’alternativa alla (in)felicità da consumo è la follia generalizzata, la guerra, il fascismo, Hobbes.

In tempi recenti masse sterminate di tossicodipendenti da consumo, in primis negli Stati Uniti, sono andate in carenza da cose perché da alcuni anni una manovra a tenaglia si è abbattuta sulle nostre povere vite: il capitalismo sta divorando se stesso, come molte volte accaduto in passato. Solo che questa volta l’energia cinetica accumulata è particolarmente distruttiva. Tra i vari fattori: la fine dei valori della sinistra, in primis l’eguaglianza economica fondata sulla proprietà dei mezzi di produzione, tutto sotterrato con la caduta l’Urss, l’avanzare della sesta estinzione di massa in cui siamo dentro fino al collo, l’esplodere della globalizzazione economica che distrugge i diritti dei lavoratori su scala planetaria, una vergognosa distribuzione della ricchezza che poche decine di esseri umani che possiedono i soldi di interi continenti. Questi fattori hanno demolito la capacità di consumo, nonché il lavoro, della classe media occidentale che, da anni, è stata ingozzata dell’unica cultura possibile: la felicità è il Pil in crescita.

Ora, tornando alla foto della Casa Bianca, la massima espressione democratica di questo disperato occidente, la soluzione al problema della classe media che non consuma più è dato dai migranti: anche da altri fattori, ma loro sono il problema, e la soluzione, number one. Pare incredibile che pochi esseri umani che rubano qualche povera cosa, siano percepiti come più pericolosi di altri esseri umani che rubano perché non pagano le tasse, miliardi, e impoveriscono masse sterminate di esseri umani. L’impensabile che diventa normalità è qui con noi da molto tempo, da ben prima di Trump, che ne rappresenta solo la logica conclusione: il fascismo quale guardia bianca del capitale che si sente minacciato è un grande classico. I migranti sono inoltre il mezzo con cui far diventare socialmente accettabile ogni forma di violenza sui colpevoli di ogni tempo: i poveri (che, quando sarà superata l’ubriacatura collettiva di destra, inizieranno a disubbidire).

Se la storia – e così è – si ripete con fasi cicliche, siamo nel 1925. E le discussioni salottiere da Lilli Gruber in cui pacate voci pensose tranquillizzano, i “vedremo cosa farà Trump” rassicuranti, altro non sono che le vecchie vuote ciance rieditate di Chamberlain e company. L’impensabile è diventato accettabile e ora diventa legge, diventa Stato. Stato armato fino ai denti e pieno di debiti. Le prossime portate nel menu che porta direttamente alla guerra sono: crescente popolarità della violenza come strumento fondamentale delle relazioni umane tra le masse, allo scopo di mantenere l’ordine; fine di ogni sensibilità ambientalista; ripresa dei consumi fondata su economie largamente di guerra, che, poi, lì portano; consenso totale a regimi semi dittatoriali o dittatoriali tout court; allargamento della platea dei colpevoli da perseguire con ogni mezzo. Scenari iperbolici? Pensiamo a quella foto e a quel braccio teso: chi avrebbe mai pensato si potessero realizzare negli Usa? Pensiamo che in quel grande luogo dove quel braccio è stato alzato nessuno ha protestato. Se la progressione rimane lineare anche la guerra seguirà il percorso della legge di Overton: avessi un figlio intorno ai 15 anni, sarei molto preoccupato.

Noi. Non è chiaro cosa siamo, non solo in Italia ovviamente: differentemente dal 1925. A quel tempo lo sapevano bene, e sopratutto non se ne vergognavano. “Cosa siete oggi?” chiedeva il giovane cattolico a un Moretti ex comunista depresso. Siamo ancora lì. Abbiamo detto che il capitalismo va bene, la globalizzazione idem, la privatizzazione del reale, l’individualismo: tutto benissimo. Abbiamo distrutto il diritto del lavoro in nome della competitività e finanziato Stati canaglia che trattano i migranti come animali. Lo abbiamo fatto perché “è caduto il muro”. La storia è nota, ben descritta in tempi remoti da Marco Revelli nel libro Le due destre: una con profonde radici fasciste, e una liberale ordo capitalista.

È il cosiddetto “realismo capitalista” teorizzato da Mark Fisher, nel quale tutto quanto, perfino chi protesta, perfino questo articolo che state leggendo è mercato. Questa caterva di analisi e nomi e citazioni come sempre spiega quanto a sinistra siamo forti con l’analisi della fase: è il nostro passatempo preferito, in cui siamo imbattibili. Ci incartiamo sul “che fare”, dato che ovviamente suona già troppo sospetto visti i pregressi: non sia mai.

C’è stato un momento in cui a sinistra si è aperta una piccola finestra di Overton, il nostro impensabile. Quando abbiamo iniziato a parlare dei limiti della crescita, 1972, e poi a teorizzare che l’essere umano poteva trovare la felicità lontano dalla lotta per le risorse con cui creare immondizia dopo un fugace consumo. Cose inimmaginabili, come del resto l’idea di fare un saluto nazista davanti alla folla che omaggia il nuovo presidente Usa. Serge Latouche, ora come non mai, dovrebbe essere una delle nostre finestre di Overton. Il movimento No Tav in val Susa lo è stato prima di essere brutalmente represso. Sappiamo tutti di cosa si tratta, conosciamo tutti la vergognosa campagna mondiale che ha deriso una teoria storicamente non astratta, con profonde radici nel sacro di ogni tempo.

Seconda finestra di Overton: la proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Ecco, detto. Se ne può ancora parlare? O già psicoreato solo pensarlo? Quella che ha portato l’intera Europa dalle macerie post guerra mondiale alla civiltà, ve le ricordate quella barbarie in cui esistevano le case popolari, la sanità pubblica, perfino il cibo a basso costo perché prodotto da aziende di Stato? Ve lo ricordate lo Stato proprietario delle banche? Tutto cancellato.

Cosa potrebbe essere oggi la nostra finestra di Overton? Proprietà pubblica dei servizi e banche, proprietà pubblica delle risorse naturali, nonché della produzione alla voce piattaforme internet: visto che Musk e gli altri fantastiliardari non ci piacciono. E il ruolo dei lavoratori? Come proprietari dei mezzi di produzione? Se state pensando che è impossibile, pensate alla foto con gente incatenata e deportata. L‘alternativa è il buon vecchio socialismo (privo di aggettivazioni): quanto di più impensabile si può immaginare. Oggi.

Gli autori

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore, reporter, promotore culturale, ha scritto, per Einaudi, "La guerra invisibile" (2023) e, per Bollati Boringhieri, "Ancora dodici chilometri" (2019), entrambi sul tema delle rotte migratorie di massa. Ha scritto diversi libri anche sulla condizione sociale e politica di Torino, città in cui è nato. Tiene un seminario presso l'Università per stranieri di Siena inerente la rotta dei Balcani.

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