Nell’inverno a cavallo tra il 2021 e il 2022 ho percorso interamente la rotta dei Balcani, via principale d’accesso al continente europeo da parte dei cosiddetti “migranti”. Ho poi scritto un libro per la casa editrice Einaudi, La guerra invisibile.
A Tuzla, una popolosa città industriale della Bosnia ho conosciuto un ragazzo che giungeva dalla Libia: lo avevano catturato in Austria dei poliziotti dopo che aveva viaggiato attaccato al telaio di un camion per un paio di giorni. In una stazione di servizio un benzinaio lo aveva visto e denunciato alla polizia, il mondo è sempre più pieno di carogne. Acchiappato come un cane randagio lo avevano buttato dentro un furgone per poi scaricarlo, dopo un lungo viaggio, davanti ai miei occhi a Tuzla, presso la stazione, al tempo ricolma di altri esseri umani come quel ragazzo, buttati lungo i binari. Spazzatura dell’Europa.
Ogni considerazione sulla totale illegalità di questa pratica di “respingimento” che si concludeva di fronte a me è scontata. Ma era la storia di questo giovane che mi aveva impressionato, ben più di molte altre: già operatore di movimento terra, guidava le ruspe, era scappato dalla Libia a causa della guerra civile; fino al giorno in cui i miliziani non si erano presentati alla porta di casa sua armi in pugno mai aveva pensato di venire in Europa. «A me non fregava niente dell’Europa», così mi disse. Era in viaggio da alcuni anni. Anni, avete letto bene. Fatta la dovuta tara a questi racconti rimanevano sul piatto dove mangiavamo qualcosa insieme un elemento molto netto: lui era lì contro la sua volontà.
Una delle molte cose che ho capito da quel lunghissimo viaggio che ho compiuto è questa: chi “la combina grossa ed emigra” non lo fa perché attratto dalla terra del latte e del miele, dai costumi lascivi dell’occidente, dai soldi e da altri cliché che ci siamo infilati in testa: lo fa, nella stragrande maggioranza dei casi, perché non ha alcuna facoltà di scelta.
Abbiamo qui in Europa una percezione distorta del libero arbitrio, del concetto di scelta, della volontà: nella vita di quel giovane che parlava a nome di moltitudini, un giorno del 2011 era scoppiata la guerra civile e lui aveva perso, se mai le ha avute, tutte le precedenti condizioni che connaturano il vasto mondo della libertà. Che libertà aveva quel ragazzo, oltre a quella di essere arruolato a forza e farsi ammazzare? Quella di scappare. È difficile considerare la fuga da casa propria una scelta. «Io guidavo le ruspe», continuava a ripetermi, ancora incredulo dopo molti anni.
Ora, in questo tempo assai buio in cui il nemico pubblico numero uno del paese più potente del mondo è diventato il “migrante”, si sta allargando, sopratutto nella destra neofascista che si sente ormai legittimata da una sorta di diritto divino, il concetto di “remigrazione” che, in soldoni, significa rispedire a casa quanti più migranti possibile. Penso che la sinistra moderata sia tentatissima dalla facile scorciatoia verso il consenso delle plebe arrabbiata. Per una ragione o per l’altra il migrante è diventato l’unico elemento fisico su cui la politica può dire qualcosa, dato che non tocca palla su tasse, finanza, economia, le strutture che ormai sono state appaltate al mercato totale.
Avanza sul piano politico ideologico il concetto, assai nuovo, di “remigrazione”, cioè il buon vecchio cacciamoli tutti. Certo si parte dagli “irregolari”, “quelli che non hanno diritto”.
Il prossimo 17 maggio a Milano si terrà, incredibilmente, il primo raduno mondiale della destra estrema che professa tale ideologia, che vede in Martin Sellner, austriaco, il suo guru. Cercate in internet su questo nome, capirete cosa sta arrivando a Milano. I canali social di estrema destra stanno ampiamente pompando questo evento, già vietato in paesi come Svizzera e Gran Bretagna in quanto considerato “neonazista”.
Il termine “remigrazione” nasce in Francia dalle parti di Generazione Identitaria, orrendo gruppo di destra ossessionato dal tema migranti che ho conosciuto da vicino nell’inverno del 2018 sulle Alpi, al confine tra Italia e Francia. Qui approntarono un campo invernale molto ben attrezzato lungo la rotta alpina che aveva lo scopo di “intercettare e segnalare” alla gendarmeria francese chi entrava dall’Italia attraverso i boschi. Non c’è molto da aggiungere al termine “remigrazione”. L’ideologia sottostante – taluni si avventurano perfino in analisi di classe per che vedono nei migranti un esercito di riserva inventato dai padroni per tenere basso il costo del lavoro – è pura fuffa che imbelletta razzismo manifesto.
Che i migranti finiscano a fare gli schiavi è indubbio, ma questo deriva in primis dalla totale mancanza di controlli sui luoghi di lavoro. E dall’assenza dei sindacati. In ogni caso, la figura del migrante, ma sarebbe meglio dire “nuovo” italiano, o europeo, mai come oggi è un bersaglio contro cui scagliarsi per avere consenso a basso costo: un nemico perfetto. Debole, sradicato, preda della burocrazia, e soprattutto povero.
Il prossimo 25 aprile, questa figura dovrebbe essere riconosciuta centrale, simbolica per una nuova Resistenza.
È immorale che su queste persone, in fuga da paesi sconvolti dalle guerre civili imposte dall’occidente – come il ragazzo che ho conosciuto a Tuzla e infiniti altri – si alzi ora la spada di Damocle della re-migrazione. La moralità e la morale esistono e lo faranno per sempre. Questi esseri umani devono essere difesi, perché buona parte di costoro non aveva alcuna intenzione di venire a vivere in occidente.
Il 25 aprile, sui vari palchi che ci saranno in giro per l’Italia, sarebbe bello se a parlare ci fosse un essere umano in arrivo da lontano, che magari non sa niente di cosa è accaduto 80 anni fa. Ma lo sappiamo noi.

Il fenomeno delle migrazioni è sempre esistito ma mai come oggi è dovuto alle condizioni invivibili in cui abbiamo ridotto varie parti del globo. Invivibili soprattutto per guerre e condizioni ambientali. Lo abbiamo fatto, e continuiamo a farlo, noi che stiamo bene, per stare sempre bene o ancora meglio a discapito dei derelitti della Terra. Rubare e migrare sono le facce della stessa medaglia. La medaglia è il capitalismo. Il fatto incontrovertibile che noi rubiamo e devastiamo il mondo contringendo le moltitudini a spostarsi per sopravvivere è stato vigliaccamente capovolto dalla destra razzista nella falsità che gli immigrati vengono per rubarci il benessere che ci siamo “guadagnati con fatica” (somma ipocrisia). Dobbiamo smetterla di appropriarci indebitamente (rubare, per chi ancora non l’avesse capito) delle risorse altrui e iniziare finalmente una equa condivisione. E’ l’unica soluzione per evitare la catastrofe che si profila all’orizzonte.