Enzo Martino, avvocato del lavoro in Torino, è tra i fondatori dell’Associazione “Comma2” ed è stato vicepresidente nazionale dell’associazione Avvocati Giuslavoristi Italiani.
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C’era una volta una proposta di legge, presentata dalle opposizioni, sul “salario minimo”. Oggi, con la legge delega n. 144/2025, il quadro è totalmente cambiato: il sistema previsto esclude la fissazione di una soglia retributiva minima inderogabile e svilisce la stessa contrattazione. È facile prevedere che, con i decreti delegati, il fenomeno del lavoro povero, che già dilaga in Italia, si estenderà in maniera sempre più drammatica.
L’imponente partecipazione allo sciopero a sostegno della Global Sumud Flotilla e contro il genocidio a Gaza rinvia al mittente le intimidazioni del Governo. Né bastano a negare legittimità allo sciopero, le censure di una Commissione di garanzia totalmente appiattita sul’esecutivo, in netto contrasto con gli orientamenti della Corte costituzionale e della Cassazione.
Jobs act, precarietà, tutele in caso di licenziamento, appalti: il segnale di controtendenza dei referendum sul lavoro del giugno prossimo è esplicito e chiaro. Una vittoria referendaria provocherebbe un’inversione di tendenza nelle politiche del lavoro e concorrerebbe a difendere un sistema democratico in evidente crisi. Una doppia ragione per far vincere il sì.
Il 25 aprile, la Cgil ha iniziato la raccolta delle firme per quattro referendum abrogativi in materia di lavoro (in particolare sulle questioni della precarietà e della sicurezza). L’iniziativa travalica i confini tradizionali dell’intervento sindacale ma una risposta forte anche in termini politici era necessaria stante l’accelerazione dell’ormai trentennale attacco ai diritti dei lavoratori.
Il tema del salario minimo per legge come antidoto (almeno parziale) al lavoro povero è da tempo all’ordine del giorno, accompagnato da rifiuti pregiudiziali o ideologici anche da parte sindacale. Rifiuti a dir poco sorprendenti e che rischiano di determinare una irreversibile rottura con una parte significativa del mondo del lavoro, sempre più priva di rappresentanza sia politica che sindacale.
Nel novembre 2019 la legge ha stabilito che ai rider si applica la disciplina del lavoro subordinato. Un anno dopo il giudice del lavoro di Palermo precisa che un rider operante sotto la direzione dell’algoritmo di “Glovo” è a tutti gli effetti un lavoratore subordinato. Ma l’effettività dei diritti dei ciclofattorini è ancora in forse.
Era prevedibile che Confindustria usasse l’emergenza per rilanciare la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato. Meno scontato che a tale richiesta si accodasse il ministro Gualtieri. La domanda è d’obbligo: chi ha nostalgia del Jobs Act fino a dimenticarne gli insuccessi?
La disciplina del Jobs Act «è tale da incoraggiare, o quantomeno da non dissuadere, il ricorso al licenziamento illegittimo». Così il Comitato Europeo dei Diritti Sociali ha abbattuto una delle pietre miliari della riforma del mercato del lavoro introdotta dal Governo Renzi. Spetta ora al nostro legislatore adeguarsi.
La Cassazione, definendo la causa promossa dai riders di Foodora, è stata esplicita: ad essi, e ai collaboratori etero-organizzati in genere, vanno applicate tutte le tutele del lavoro subordinato. È un salto di qualità notevole che assicura, finalmente, tutele efficaci a lavoratori in posizione di debolezza socio-economica.
Il Jobs Act e il depotenziamento delle tutele dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo arrivano davanti alla Corte costituzionale e alla Corte di giustizia europea. Anche se limitate ai licenziamenti collettivi, eventuali decisioni di accoglimento dei ricorsi riaprirebbero i giochi sull’intera materia.