“Vermiglio”, di Maura Delpero

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Vermiglio, meritatissimo Leone d’Argento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, è stato definito il nuovo Albero degli zoccoli (Ermanno Olmi, 1978). Senza dubbio i due film hanno in comune la materia e lo stile, cioè un quadro estremamente realistico, perfino nell’uso del dialetto, di una scomparsa civiltà rurale che faceva parte dei ricordi familiari degli autori: una cascina nella campagna bergamasca a fine Ottocento per Olmi; un maso montano nel paesino di Vermiglio, in Val di Sole, sul finire della Seconda Guerra Mondiale per Delpero.

A Olmi la regista trentina ruba in effetti due elementi fondamentali che riguardano l’idea di tempo connaturata a questa civiltà. Prima di tutto l’impostazione del film lungo l’arco temporale delle quattro stagioni, a indicare un tempo circolare scandito dal ripetersi dei diversi lavori agricoli e non rettilineo, estraneo quindi al concetto di progresso; poi, a ribadire questa dimensione di atemporalità, c’è la musica classica a costituire la colonna sonora. Però, a differenza del Bach di Olmi, che si sovrapponeva alle scene e vi aggiungeva quindi una sacralità retoricamente costruita, qui la musica proviene più realisticamente dal grammofono di uno dei personaggi e, fra i vari dischi, compaiono appunto anche le Quattro Stagioni di Vivaldi.

In cosa, invece, sta l’originalità di Delpero rispetto al modello? Sicuramente su dove appunta la sua attenzione e sul punto di vista che assume. Olmi si concentra, come quasi sempre nel suo cinema, sul tema del lavoro e L’albero degli zoccoli ha un valore quasi etnografico nel presentare i lavori agricoli (e quello che ci sta intorno) con la precisione di un artista fiammingo come Pieter Bruegel. Il regista si immerge tra i suoi personaggi, tutti non attori, e il suo punto di vista è quello della comunità stessa.

Delpero, invece, mette al centro la famiglia contadina (o meglio semi-contadina, perché il capofamiglia è un maestro elementare) patriarcale e la racconta soprattutto dal punto di vista dei suoi otto figli e più in particolare delle figlie femmine. Basta questa scelta a scardinare “l’eccesso idillico” che Morando Morandini riscontrava nella sua recensione, pur molto positiva, al film di Olmi. Delpero ha il merito di raccontare luci ed ombre di un mondo dall’interno della storia stessa, senza sovrapporre chiavi di lettura attuali o ideologiche. Sono i personaggi stessi a partecipare armonicamente di un contesto, ma al tempo stesso a soffrirne le durezze e le ingiustizie. A queste reagiscono non con un’improbabile ribellione, ma con piccoli gesti o una frase che rivelano la coscienza di un malessere, di uno scollamento. Ai personaggi è riconosciuta quindi una profondità psicologica che nel film di Olmi era molto ridotta dal prevalere della comunità della cascina come corpo unico, senziente e pensante. Non a caso invece Delpero, pur usando come titolo del film il nome del paese, ci parla quasi esclusivamente di un suo nucleo e soprattutto di come i suoi membri stiano in questo nucleo. Un racconto intessuto dei gesti e delle (poche) parole della vita quotidiana, punteggiata talvolta da grandi dolori e, più raramente, da gioie, entrambi gli stati vissuti con pudore e con altrettanto pudore raccontati dalla regista. Spesso Delpero per smorzare i picchi emotivi usa infatti l’espediente del sonoro proveniente da un luogo sovrapposto invece alla visione di un altro, come nella bellissima scena del funerale di un bimbo, dove il canto del Requiem intonato in chiesa accompagna la visione del suo esterno e poi di paesaggi innevati.

Tutto è ammirevole e perfettamente misurato in questo film e non ultima la direzione degli attori. La regista ha infatti saputo amalgamare come un tutt’uno nel cast i professionisti, tra i quali un grande attore come Tommaso Ragno, e i ragazzini non attori che interpretano i figli più piccoli, restituendoci il sapore di verità di questo piccolo mondo perduto, amato ma non rimpianto.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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