La sala professori e i disastri della “tolleranza zero”

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Con La sala professori il regista turco-tedesco İlker Çatak racconta la comunità scolastica con un occhio straniante, come se fosse una realtà carceraria, un luogo chiuso dal quale neppure alla macchina da presa è mai permesso di uscire.

Si tratta di una scuola media più volte definita da preside e docenti, vantandosene, “a tolleranza zero”, una scuola modello il cui scopo precipuo sembra essere quello di mantenere l’ordine e un’apparente serenità, più che di educare. E proprio a questo scopo un docente sta indagando su ripetuti furti di denaro e di oggetti che si verificano da un po’ di tempo a scuola. I sospetti si appuntano su di una classe, ma il film non ci spiega perché, introducendoci direttamente all’interrogatorio dei due rappresentanti di classe, poco più che bambini. I ragazzi non parlano, ma si suggerisce loro che basta si limitino ad annuire mentre il professore, con la punta di una matita, scorre la lista degli alunni. Il ragazzino annuisce, ma non ci viene detto il nome dell’accusato.

Questo mantenere tutto nell’indeterminatezza è una costante del film che mette lo spettatore nell’incertezza e nell’ignoranza, che è proprio lo stato di soggezione psicologica in cui sembrano essere tenuti gli alunni. Assistiamo quindi a una sorta di perquisizione in classe, in cui si chiede a tutti i maschi (non si sa perché solo a loro) di posare su di un banco il portafogli. Si vuole verificare chi ha una somma troppo alta per un dodicenne. Assistiamo poi all’incontro tra la preside, il ragazzino con troppi soldi (che potrebbe essere lo stesso “denunciato” nella prima scena, ma il film non lo dice) e i suoi genitori. È una famiglia di origine turca e la madre scagiona il figlio, sostenendo di avergli dato lei stessa il denaro per comprare un regalo. Sarà vero? Anche questo non ci viene detto e anzi, un concitato dialogo in turco (volutamente non sottotitolato) tra i due genitori ci lascia il dubbio, ma solo il dubbio, che questo potrebbe anche non essere vero. Oppure la discussione fra i genitori è solo il giusto sdegno del padre per un sospetto che la madre non esita a dichiarare alla preside come frutto di un pregiudizio razzista?

A tutto quanto raccontato finora ha assistito Carla Nowak, la nuova docente di matematica della classe, molto perplessa su queste procedure, di fronte alle quali tenta timide obiezioni, senza però mai porsi in aperto contrasto con l’istituzione di cui fa parte, benché tra i docenti sia piuttosto isolata. Il punto di svolta è dato da qualcosa che Carla vede nella sala professori: una collega si impadronisce di nascosto di qualche monetina dal salvadanaio per la macchina del caffè. A questo punto Carla, che ci era sembrata intimamente estranea alla mentalità poliziesca dominante nella scuola, dimostra invece di condividerne lo spirito, aprendo una propria indagine. Crea infatti una trappola per la sua sospettata, lasciando accesa la videocamera del suo pc portatile in sala professori. Si scopre così la colpevole, che non è la collega sospetta. Ma l’avvenimento, che dovrebbe chiudere la vicenda, in realtà la apre, facendo deflagrare i rapporti all’interno della scuola e Carla si trova così a fare da parafulmine per tutte le tensioni nascoste create dalla “tolleranza zero” di questa scuola modello. Si ribella la ladra, che contro ogni evidenza si professa innocente, si ribellano gli alunni, si ribellano i genitori. E si ribellano non tanto a un sopruso (che nel caso specifico non c’è) quanto alla modalità di svelamento della colpevolezza, quelle riprese video illegali che sembrano renderli finalmente coscienti della modalità poliziesca di gestione della scuola, all’insegna del costante controllo.

E il film finisce proprio con un’inquadratura che si adatta più alla cattura di un pericoloso criminale durante una rivolta carceraria che a delle misure disciplinari verso un bambino. Una conclusione che tracima dall’alveo del film, rivelando più esplicitamente ulteriori spazi di significato. Infatti, pur nella plausibilità delle dinamiche e delle realtà scolastiche, sulle quali il regista (anche cosceneggiatore) si è ampiamente documentato, il film spinge lo spettatore a una riflessione sui governi (le sale professori) e i cittadini (gli alunni), come ha dichiarato Çatak stesso: «Abbiamo visitato tantissime scuole differenti. E abbiamo capito che ogni scuola ha una propria politica, ha una propria agenda. Ci sono quelle più liberal, in cui vi è una relazione quasi amicale e familiare con gli alunni, sul modello delle scuole scandinave, e poi ci sono le scuole in cui vige un rigido principio di autorità, dove c’è una continua sorveglianza e zero tolleranza rispetto ai codici di condotta. Ho trovato questa cosa molto affascinante, dal momento che questi profili sono quelli che poi ritroviamo nello spettro politico della nostra società, con l’avanzare degli autoritarismi in Europa, che spesso si nascondono dietro volti amichevoli. Ho trattato la scuola del film come se fosse una nazione, con il suo piccolo governo».

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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