Hit Man – Killer per caso

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Hit Man – Killer per caso è una divertentissima commedia di Richard Linklater, tra i più talentuosi registi del cinema americano indipendente, apprezzato in Europa fin dal premio alla regia conquistato al Festival di Berlino con Prima dell’alba (1995), un delizioso film rohmeriano (formula amore&chiacchiere, però scritte benissimo) con gli allora giovanissimi Ethan Hawke e Julie Delpy.

Hit Man è ispirato a una persona realmente esistita: Gary Johnson, un poliziotto di Houston (Texas) specializzato nell’incastrare potenziali mandanti di assassini offrendosi loro come sicario, reso irriconoscibile da sempre diversi travestimenti. Sceneggiando il film, Linklater e Glen Powell (quest’ultimo anche attore protagonista e co-produttore) trasformano il personaggio in un docente universitario di psicologia e filosofia abituato a collaborare con la polizia dietro le quinte e che si trova invece catapultato in prima fila a impersonare il killer a causa di un imprevisto dell’ultimo minuto, esattamente come un sostituto a teatro. E proprio come capita sempre nei film sul mondo dello spettacolo, da Eva contro Eva in giù, il sostituto si rivela più in gamba del titolare e diventa la nuova stella. Il paragone teatrale, apparentemente inappropriato visto che si sta parlando di una commedia nera, è in realtà molto calzante perché il film è proprio una riflessione sul tema dell’identità e su quanto le maschere sociali che portiamo la influenzino: i ruoli che recitiamo cambiano la nostra essenza? E questa essenza esiste davvero o non è che un ruolo che ci è stato assegnato alla nascita dal nostro contesto o che ci siamo costruiti su misura delle nostre paure?

La personalità di Gary, nel film, è quella di un nerd, stimato ma anche un po’ compatito dai suoi studenti. Nella prima scena lo vediamo mentre spiega Nietzsche, il filosofo più lontano dal suo anonimo profilo; le gesta del superuomo come «navigare mari inesplorati, sedere sull’orlo di un vulcano» vengono parafrasate in psico-gergo contemporaneo da una sua studentessa come «uscire dalla propria comfort zone» e uno studente commenta ironicamente a bassa voce che di questo “vivere pericolosamente” il professore è certo l’emblema, con la sua Honda Civic (prendiamo atto che per gli Americani questa berlina è sinonimo di noia, forse perché è diffusissima e in produzione dagli anni ’70). Anche la vita di Gary, infatti, appare noiosa e banale: ha una casa in periferia nella quale vive solo, a parte i suoi gatti e gli uccelli (è un appassionato ornitologo), e passa le serate a leggere e a correggere i compiti dei suoi studenti. Rivendica però la sua vita interiore, della quale è, se non felice, almeno contento. La sua passione per l’elettronica lo ha portato ad avere anche una seconda vita, sia pure sempre nell’ombra, nella quale collabora con la polizia all’intercettazione dei colloqui tra mandante e finto sicario. L’imprevisto al quale si accennava all’inizio lo costringerà a un certo punto ad abbandonare il ruolo di uditore e registratore delle intercettazioni (un ruolo puramente passivo, così come quello di docente è puramente teorico) per passare a un ruolo attivo, quello del finto killer. È il momento in cui Gary accetta di volgere in pratica la lezione nietzschiana ossia di uscire dalla sua comfort zone; questa svolta del destino, come altre nel corso del film, sarà visualizzata dai cartelli stradali nei quali si imbatte con la sua auto. In questo caso una freccia indica “Paura” e quella opposta “Desiderio”, a indicare l’oscillazione della volontà, divisa tra vecchia e nuova vita.

Al suo ruolo di sicario Gary si prepara come un attore in camerino, studiando minuziosamente il travestimento più adatto, ma anche specifici gestualità, linguaggio ecc. Infatti quando si spaccia per sicario si adegua alle credenze e all’immaginario dei clienti (è la parte più divertente del film): sobrio professionista per la donna d’affari; macho in mimetica, bandana e occhiali a specchio per il vecchietto appassionato di armi; fino alla versione dark in cappotto di pelle nera alla Matrix… Così facendo Gary asseconda i clienti, permettendo loro di non uscire dalla propria rassicurante comfort zone proprio nel momento in cui in realtà stanno compiendo un’azione realmente spericolata, cioè ordinare un omicidio. Ma il film gioca anche con l’immaginario degli spettatori, visto che il poliziotto a cui Gary ruba il ruolo di finto killer ha la perfetta immagine di un sicario da film di Tarantino, una specie di giovane Sean Penn (l’attore è Austin Amelio) molto equivoco e stropicciato, molto anni Settanta. La voce off del film arriva all’affermazione paradossale che in realtà quello del sicario è un lavoro che non esiste, ma che la gente crede esista solo per le sue infinite rappresentazioni cinematografiche e letterarie (e il regista ce lo mostra con un montaggio di una serie di spezzoni a tema tratti dalla storia del cinema). Ma se il cinema può creare un personaggio, il personaggio può addirittura creare una persona, perché nel corso del film vediamo Gary cambiare sotto l’influenza di uno dei suoi travestimenti, il killer affascinante e gentiluomo Ron, un incrocio tra Robert Redford e Brad Pitt (siamo sempre entro il perimetro dell’immaginario hollywoodiano), costruito per incontrare la bella Madison (Adria Arjona), moglie maltrattata desiderosa di sbarazzarsi del marito. Nei panni di Ron, Gary riesce a dissuaderla per evitarle l’arresto, ma il suo travestimento ha centrato così bene la personalità della ragazza da diventare anche la materializzazione di una sua fantasia sessuale. Così tra i due nasce un rapporto da Ultimo tango, visto che per tutelare la sua falsa identità lui è costretto a non rivelare quasi nulla di sé. Ma anche Madison impersona un ruolo che lo colpisce, quello di una specie di dark lady.

L’apice della finzione si raggiunge in una scena d’amore, nella quale la ragazza travestita da hostess per un gioco amoroso accoglie il suo innamorato, come sempre travestito da killer. Gary è consapevole di giocare col fuoco, come ci mostrano altri cartelli stradali con le opposte frecce per “Piacere” e “Ragione”, ma anche una scena in cui spiega ai suoi studenti Freud e il conflitto tra Super-io ed Es – che fra l’altro sono anche i nomi dei suoi gatti! Ma il rischio vero che sta correndo Gary è quello di diventare un’altra persona, per la prevalenza del personaggio Ron. Il tema era stato preannunciato all’inizio del film da un dialogo con la sua ex moglie, che gli aveva parlato di uno studio secondo il quale una persona può cambiare la sua natura, abituandosi a comportarsi come farebbe un altro. Alla domanda di Gary «E dove va allora il mio vero Io?», lei aveva risposto che il solito Io c’è sempre, ma si ritira sempre più a vantaggio dell’altro, quello che si è scelto di essere. Ed è proprio quello che vediamo accadere nel corso del film: Ron prende sempre più il sopravvento, tanto che anche nella sua vera vita Gary, per trarsi d’impaccio in situazioni imbarazzanti, inizia a chiedersi come si comporterebbe il suo alter-ego e a comportarsi di conseguenza. Non rivelo fino a dove lo conduce questo processo di identificazione, ma il finale del film, che mostra un’ulteriore metamorfosi in una nuova e imprevista comfort-zone, sembra lasciarci con questa domanda: allora il nietzschiano «navigare mari inesplorati», lungi dall’essere un modo di vita, è solo quello stato momentaneo che ci permette di non restare sempre uguali a noi stessi? E l’Es non è che una spinta per passare da un’isola a un’altra, di Super-io in Super-io?

 

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

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