Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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Arriva al cinema, con la regia di Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini, il romanzo “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza. Il lungo feuilletton ottocentesco non annoia, ma non appartiene alla miglior letteratura e al miglior cinema. Resta da capire se questo esito dipenda dai registi o dall’autrice del romanzo (e forse il difetto sta proprio nel manico).
Valerio Zurlini, seppur non sempre riconosciuto, è uno dei registi più talentuosi della sua generazione: non una generazione qualunque, ma quella di Federico Fellini, Francesco Rosi e Pier Paolo Pasolini. In questi giorni la “Cinémathèque française” gli dedica un’importante retrospettiva. L’auspicio è che anche gli spettatori scoprano il piccolo, prezioso patrimonio di film che ci ha lasciato.
“Una spiegazione per tutto” del regista ungherese Gábor Reisz è stato presentato, in modo improprio, come una riflessione politica sull’Ungheria di oggi. Molto meglio, per apprezzare le qualità del film, è considerarlo una riflessione generale sulla ricostruzione e la reinvenzione dei fatti (nel caso la verosimile bocciatura di uno studente) da parte di un giornalismo aggressivo e spregiudicato.
Lo spunto è l’elezione del primo sindaco donna di Marsiglia, Michèle Rubirola, sostenuta dalle forze di sinistra riunite, dopo 25 anni di governo delle destre. Ma è solo lo spunto. “E la festa continua!” è la festa è ogni giorno, l’attitudine dei personaggi ad agire sperando l’insperabile, perché, come sosteneva Eraclito, «chi non spera l’insperabile non lo scoprirà».
La sala professori che dà il titolo all’ultimo film del regista turco-tedesco İlker Çatak è l’epicentro di una vicenda inquietante che si svolge in una scuola governata dall’ideologia della “tolleranza zero” e che coinvolge preside, insegnati, studenti: trasparente metafora della società, che apre a una riflessione sui governi (le sale professori) e sui cittadini (gli alunni).
Torna nelle sale, in versione restaurata, “Suspiria”, il film del 1977 che vide il passaggio di Dario Argento dal thriller all’horror. Poco compreso all’atto della sua uscita, il film è pieno di dissonanze e di apparenti incongruenze che rimandano al nazismo e all’attualità e hanno sullo sfondo una domanda: davvero il male può essere considerato semplicemente un disvalore morale?
Un violento ribaltamento del buonismo natalizio in una Roma da piena crisi climatica dove, davanti al Vittoriano, tra le strade assolate e l’asfalto liquefatto, svetta incongruo un gigantesco albero di Natale. “Te l’avevo detto” di Ginevra Elkann è un film in totale controtendenza rispetto alla retorica nazionale. Mette addosso un profondo disagio ma ha il pregio di uscire dagli stereotipi.
L’incedere di “Un colpo di fortuna”, ultimo film di Woody Allen, è semplice: un re della finanza salva una bella fanciulla da un amore infelice e la sposa, ma ecco arrivare un giovane povero che conquista il cuore della sposa con seguiti drammatici. Ma la trama si stempera nei virtuosismi dei riferimenti e nella luce caravaggesca che la pervade.
In un cinema come il nostro, nel quale il lavoro è sempre stato un tema poco rappresentato, Palazzina Laf è un film prezioso, da vedere assolutamente. Lo sfondo è l’Ilva di Taranto e le condizioni di lavoro al suo interno ma, per usare le parole del regista Michele Riondino, «è un film che parla di lavoratori e di come è nato un problema, non solo per Taranto ma per i lavoratori in generale».
Su piazza Fontana, dopo oltre 50 anni, sono stati celebrati innumerevoli (e infruttuosi) processi, ma è stato girato un solo film, “Romanzo di una strage” (2012). Per tramandarne la memoria, ha dichiarato il regista, Marco Tullio Giordana: intento meritorio ma, almeno in parte, frustrato da un’impostazione in cui l’occhio dello storico è sostituito da quello del filosofo o dell’antropologo.