Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.
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Un violento ribaltamento del buonismo natalizio in una Roma da piena crisi climatica dove, davanti al Vittoriano, tra le strade assolate e l’asfalto liquefatto, svetta incongruo un gigantesco albero di Natale. “Te l’avevo detto” di Ginevra Elkann è un film in totale controtendenza rispetto alla retorica nazionale. Mette addosso un profondo disagio ma ha il pregio di uscire dagli stereotipi.
L’incedere di “Un colpo di fortuna”, ultimo film di Woody Allen, è semplice: un re della finanza salva una bella fanciulla da un amore infelice e la sposa, ma ecco arrivare un giovane povero che conquista il cuore della sposa con seguiti drammatici. Ma la trama si stempera nei virtuosismi dei riferimenti e nella luce caravaggesca che la pervade.
In un cinema come il nostro, nel quale il lavoro è sempre stato un tema poco rappresentato, Palazzina Laf è un film prezioso, da vedere assolutamente. Lo sfondo è l’Ilva di Taranto e le condizioni di lavoro al suo interno ma, per usare le parole del regista Michele Riondino, «è un film che parla di lavoratori e di come è nato un problema, non solo per Taranto ma per i lavoratori in generale».
Su piazza Fontana, dopo oltre 50 anni, sono stati celebrati innumerevoli (e infruttuosi) processi, ma è stato girato un solo film, “Romanzo di una strage” (2012). Per tramandarne la memoria, ha dichiarato il regista, Marco Tullio Giordana: intento meritorio ma, almeno in parte, frustrato da un’impostazione in cui l’occhio dello storico è sostituito da quello del filosofo o dell’antropologo.
Abbiamo assistito, negli ultimi tempi, alla nascita di un nuovo genere letterario: quello delle omelie dei funerali in diretta televisiva. Non è stato sempre un genere apprezzabile. È il caso, tra gli altri, della omelia pronunciata a Padova, nella basilica di Santa Giustina, ai funerali di Giulia Cecchettin, nella quale hanno prevalso – e non è stato un bel segnale – eufemismi e scelte lessicali rivelatrici di una ostinata e capillare volontà minimizzante.
“The Old Oak” è l’ultimo film di Ken Loach. L’ha dichiarato il regista stesso, ormai ottantasettenne, che si congeda ricordandoci, in questa società sempre più frammentaria e individualista, l’enorme forza che possiamo avere se siamo uniti. Una verità così semplice da essere scandalosa, tanto è in contrasto con il mondo in cui viviamo.
Un regista non riesce a completare un film. Ma non, come negli ultimi lavori di Gabriele Salvatores e Nanni Moretti, per guai sentimentali, bensì per il bizzarro funzionamento del suo cervello che gli impedisce di realizzare il montaggio e lo spinge a crearsi continuamente nuovi problemi e inventare nuove soluzioni. È “Il libro delle soluzioni”, ultima opera di Michel Gondry.
“Il grande carro” è il nuovo film di Philippe Garrel, ultimo continuatore della Nouvelle Vague. Il film, costruito intorno a un teatro dei burattini e ai suoi animatori, ha evidenti tratti autobiografici, ma è difficile da classificare. Perché è, appunto, come un carro, sul quale lo spettatore sale a una fermata qualunque, trovandosi in mezzo a una storia già iniziata da tempo e che continua.
In “Oppenheimer” la storia del padre dell’atomica è privata di ogni drammaticità e l’accento si sposta dalla tragedia di Hiroshima all’ego del protagonista. È una banalizzazione cinica soprattutto laddove la costruzione della bomba è rappresentata come un qualunque “colpo grosso” cinematografico, con la suspense, il conto alla rovescia e poi l’esultanza di chi ha partecipato al progetto.
Il film di Nikita Michalkov “Oci ciornie” fruttò, nel 1987, a un grande Marcello Mastroianni la palma d’oro come miglior attore a Cannes. Sono passati, da allora, 36 anni ma il fascino del film resta intatto, con quella insistita inquadratura delle fette di anguria smangiucchiate nella stanza in cui si consuma la storia, riproduzione di un’unica grande natura morta.