“La chimera” di Alice Rohrwacher

Download PDF

La comprensione de La chimera, l’ultimo film di Alice Rohrwacher, passa tutta per la decifrazione del suo protagonista, Arthur detto Artù (Josh O’Connor), personaggio favolistico fin dal nome. È un giovane archeologo inglese che si è ridotto a vivere come un vagabondo dopo la morte della sua fidanzata (Yle Vianello) ed è diventato complice di una banda di tombaroli; all’inizio del film è appena uscito di prigione. Ma Arthur parla pochissimo e cammina moltissimo. Per capire chi è e quale sia la sua storia possiamo affidarci quasi solamente alle immagini: i suoi sogni; i numerosi animali che appaiono qua e là; la stessa locandina del film.

Arthur sogna la sua fidanzata morta e il suo calarsi nelle tombe etrusche è la discesa agli inferi di Orfeo in cerca della sua Euridice (e nella colonna sonora c’è infatti anche l’Orfeo di Monteverdi). Ma nei suoi sogni la ragazza snoda un filo rosso, che sembra uscire dalla profondità della terra e lei è quindi anche Arianna, che porge a Teseo-Arthur il filo che gli permetterà di uscire dal labirinto, ossia dalla vita, per raggiungere la sua amata. Rohrwacher gioca col mito anche nel titolo del film, ma più che alludere al mostro a tre teste, la chimera sembra rispondere al senso figurato che si assegna a questa parola, ossia quello di sogno impossibile. Inchiodato all’impossibilità dei suoi sogni, Arthur nella locandina del film è rappresentato a testa in giù e legato per un piede come l’Appeso dei tarocchi, simbolo di una condizione liminale. In tutto il film, infatti, il giovane è in uno stato di sospensione, tra sopra e sotto-mondo, tra la vita e la morte, tra dentro e fuori (è appena uscito dalla prigione, è spesso definito come “straniero”).

Ma nel film torna anche di continuo la presenza degli uccelli e del loro volo nel cielo (che allude all’ornitomanzia etrusca), a suggerire un capovolgimento: forse il sottomondo delle tombe, della morte è invece un sopra? Un luogo di libertà e di liberazione? Al tempo stesso gli uccelli sono anche indicati come un modello di vita al quale tendere, opposto all’avidità che contraddistingue i tombaroli e i trafficanti di reperti archeologici; è trasparente il richiamo evangelico: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?». E sempre nella locandina del film, non solo compaiono degli uccelli, ma dalle tasche dell’Appeso piovono monete d’oro che vengono raccolte da chi gli sta intorno, a suggerire che la sua nobile ricerca dell’amata (la quête del romanzo cavalleresco arturiano, appunto) ha invece per i suoi compagni l’unico scopo del guadagno. E questi ultimi, infatti, sono trasfigurati in bestie feroci e ringhianti in un litigio con la ricettatrice (Alba Rohrwacher), tanto bestiale quanto loro.

Tutte queste suggestioni sarebbero bastate a comporre un film ricchissimo ma coerente. Il guaio è che la regista divaga qua e là con un gran numero di altri personaggi e scene che rallentano e talvolta addirittura fanno deragliare il film. Per il puro piacere dell’accumulo aggiunge una madre (Isabella Rossellini) della fidanzata morta che tra l’altro, per trucco di scena e abiti, sembra più la nonna. Poi ci sono le tre sorelle della morta, la cameriera della madre che però non è una cameriera ma una studentessa di canto, che poi si scopre essere madre di due bambini che nasconde in casa all’insaputa di tutti. Se la Rossellini a un certo punto del film scompare inspiegabilmente dalla trama, la cameriera si intesta addirittura una sottolinea narrativa, destinata però anche questa a finire su di un binario morto, o meglio, letteralmente, in una stazione in disarmo. Ci sono poi bozzetti appena accennati dei vari tombaroli e anche un cantastorie che un paio di volte illustra quanto abbiamo visto e ce ne spiega la morale.

Insomma pare proprio che la Rohrwacher, la cui cifra viene individuata proprio nella dimensione favolistica del suo cinema, dalla fiaba non abbia appreso una delle lezioni più importanti, quella dell’essenzialità.

Gli autori

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan vive a Padova, lavora presso il Ministero della Cultura e scrive di arte, soprattutto nei suoi aspetti iconologici. Sulla scorta di Morando Morandini, va al cinema "per essere invasa dai film, non per evadere grazie ai film". E quando queste invasioni sono particolarmente proficue, le condivide scrivendone.

Guarda gli altri post di: