Pochi giorni fa, l’11 luglio, è morto Goffredo Fofi, intellettuale eclettico, uomo di cultura in perenne contrasto con quello che la nostra società intende come “cultura” – da lui definita, senza mezzi termini, “oppio del popolo”. Tanti sono stati in questi giorni gli articoli che lo hanno ricordato (su queste pagine: https://vll.staging.19.coop/cultura/2025/07/14/goffredo-fofi-un-mite-ribelle-tra-cinema-letteratura-e-politica/ e https://vll.staging.19.coop/rimbalzi/2025/07/14/goffredo-fofi-quella-vana-e-instancabile-ricerca-della-verita-delle-cose/), molti coloro che piangono l’amico dall’intelligenza versatile, acuta, anticonformista e animata da perenne curiosità. A questi ricordi si aggiunge il mio – che recupera soltanto in parte una delle molte inclinazioni di Goffredo Fofi, quella dell’educatore e che si concentra su un unico suo scritto, prezioso ad iniziare dal titolo e dal sottotitolo, Salvare gli innocenti. Una pedagogia per i tempi di crisi: il testo è stato pubblicato parecchi anni fa, nel 2012, ma che è tuttora di stringente attualità.
Non c’è discussione sul fatto che i nostri siano tempi di crisi:
«È crisi quando le difficoltà del presente si coniugano all’incertezza su un futuro che si teme peggiore del presente; quando le trasformazioni della società, il peso delle scelte sbagliate della classe dirigente (delle poche migliaia d’individui che, oggi, le stanno a capo) ricadono su tutti, specialmente sui meno difesi e su chi si è lasciato più stupidamente irretire nel tempo di pace dalle menzogne di chi era al comando, facendosene complice perché si era nel tempo delle vacche grasse; quando un sistema alla cui base è l’avidità di pochi e l’ingiustizia che ne segue finisce per barcollare o crollare, mostrando quanto aveva di marcio e la doppiezza della sua cultura. Non si può, oggi, non parlare di una crisi generale ed epocale, radicale […] di una generale incapacità d’imboccare nuove strade anche quando ne sbandierano l’esistenza tanti che sono bravissimi nel dire cosa bisognerebbe fare ma lo sono meno a convincere chi, dall’alto, dovrebbe cambiar rotta e chi, dal basso, dovrebbe reagire ricominciando a pensare (a saper pensare), a volere (a saper volere), a muoversi (a sapersi muovere) e a collegarsi (a volersi collegare) ad altri che sono nelle sue stesse condizioni».
Ecco tratteggiati, in poche e chiare parole, tutta la narcosi dei nostri tempi, tutto il cinismo di chi governa la parte più fortunata del pianeta con un rivoltante piccolo cabotaggio che vede ogni giorno affermare il privilegio dei pochi contro il disagio dei molti. Al centro di questo universo disordinato si colloca il problema principale, che è quello dell’educazione. Con lucida consapevolezza Fofi descrive lo stato dell’educazione nel nostro Paese: parla «di un processo di ottundimento delle coscienze e delle intelligenze» contro il quale non c’è stata se non una debolissima resistenza tra «i pedagogisti autorizzati» e, in ogni ordine di scuola, «una maggioritaria supinità».
Da quando ho letto il pamphlet di Fofi ho adottato l’espressione “ceto pedagogico” che mi sembra una amara e felice sintesi dello stato di confuso disagio in cui da decenni (almeno tre) versano gli insegnanti italiani. Ho sentito, in quella definizione, apparentemente così ingenerosa verso chi fa un mestiere comunque difficile e importante, la sintesi delle ansie, dei dispiaceri, delle delusioni senza illusioni che hanno attraversato i miei trent’anni di insegnamento. In realtà gli «educatori autorizzati» non sono stati in grado (per molte ragioni) di arginare il declino del loro ruolo: «hanno faticosamente realizzato di contare sempre di meno e di risultare sempre più superflui, e si sono arroccati, dapprima, nell’accanita (e vana, per via dei meccanismi stessi che andavano accettando) difesa del proprio status economico e solo più tardi, cominciando a sospettare di non essere più utili al nuovo ordine, del proprio status sociale». E si deve, per correttezza di analisi, aggiungere che soltanto una parte (piccola) del “ceto pedagogico” ha cercato di ribellarsi, mentre la maggioranza silenziosa si accontentava del mugugno continuo in sala professori e considerava inevitabile l’acquiescenza al presunto potere del preside-manager, quella risibile figura che, troppo spesso, funge da cinghia di trasmissione di ogni “innovazione” messa a punto dai burocrati ministeriali travestiti da pedagogisti di Stato.
Anche nell’educazione dunque, afferma Fofi, ha vinto il mercato: pensiamo alla deriva meritocratica e, soprattutto, al piegarsi (al genuflettersi) della scuola dinanzi al lavoro come unico senso dell’imparare, al cedere all’idiozia dell’addebitare la preoccupante disoccupazione giovanile in Italia alla mancanza di adeguata formazione da parte della scuola, nonostante la palese contraddizione di un Paese che forma professionalità costrette ad emigrare per trovare un impiego dignitoso. La centralità dell’educazione è indubbia: non si deve però lasciare questo ambito decisivo nelle mani sbagliate, che sono quelle di chi, sinora, ha governato la scuola offrendo soluzioni ambigue, sempre inficiate dalla sottomissione a un utilitarismo destinato ad accentuare la diseguaglianza. Nelle nostre aule gli sforzi di buona volontà dei pochi che hanno ancora il coraggio di esprimere, attraverso l’insegnamento, una visione del mondo più giusta, vengono spesso vanificati dall’ottusità della maggioranza, prona ai voleri del superiore Ministero o forse indifferente e sfiduciata rispetto alla possibilità che le cose possano cambiare in meglio.
Il j’accuse che Fofi lancia in questo testo contro i professionisti dell’educazione mi sembra tanto duro quanto giustificato, soprattutto perché l’autore è stato sempre, sin dalla sua giovinezza, interprete di altre possibilità educative, volte all’emancipazione e animate da un forte desiderio di giustizia sociale. Fofi era diplomato maestro; giovanissimo, parte dalla sua Gubbio e raggiunge Danilo Dolci in Sicilia, dove a Cortile Cascino, a Trappeto, a Partinico lo affianca nelle lotta contro la povertà, la miseria, l’ignoranza, dalla parte dei diseredati. L’incontro con Dolci precede l’incontro con un altro grande uomo di pensiero ed azione, Aldo Capitini, la cui lezione nonviolenta e le pratiche di disobbedienza civile segneranno il percorso ideologico del giovane Goffredo. La scuola e l’educazione saranno poi e sempre al centro dei suoi molteplici interessi: conoscerà i più importanti pedagogisti “non autorizzati”, quelli che praticavano l’educazione degli adulti e il “lavoro di comunità” e riserverà uno spazio privilegiato alla riflessione sull’educazione nelle riviste Lo straniero e Gli asini. Il suo progetto di una co-educazione comunitaria, in cui gli adulti – tutti – si prendano cura dei più piccoli e li proteggano è certo un progetto a grandi linee. Ma una cosa, molto importante, è chiara: gli sforzi degli adulti consapevoli (persuasi, avrebbe detto Capitini) devono essere volti a sottrarre i più piccoli, i più giovani alla logica del profitto, l’unica che oggi sembra affermarsi.
Abbiamo visto a quali estreme conseguenze porti tale logica: alla guerra, alla distruzione, alla disumanizzazione che fa sì che qualche scellerato possa considerare persino i bambini di Gaza nemici da eliminare. Nel nostro torpido Occidente le conseguenze sono meno clamorose: ma stiamo lasciando in mano a retori di livello infimo, a politici senza discernimento e a persone di vario malaffare la parte più giovane e, per forza di cose, la più vitale della nostra società. Non ci possiamo accontentare di proteste marginali, per quanto giuste, di azioni di testimonianza, peggio ancora di raccolte firme (quando mai se n’è vista una agire efficacemente?) per placare il nostro tormento di adulti insoddisfatti e mediamente consapevoli dei tempi di crisi in cui viviamo. Oggi è doveroso essere irrequieti, scontenti e pronti a difendere i più deboli – e i più deboli di tutti sono i bambini. Salvare gli innocenti è un imperativo categorico, e gli innocenti si salvano soltanto se hanno, accanto a loro, adulti che comunichino loro i valori giusti che oggi sono in caduta libera, primo tra tutti quello dell’eguaglianza.
Goffredo Fofi se n’è andato, ma sarà, come il suo maestro Capitini, un compresente. Ci ha lasciato la sua eredità: operare per il bene e coltivare l’utopia.
«Utopia, sogno, delirio… ma forse che i ministri e pedagogisti non delirano, anche i migliori, ricattati dall’opera di mediazione tra le tante pressioni corporative e dalle private ambizioni e così affannati a tornire zeppe e a cucire toppe? La differenza sta forse, ancora una volta, tra i sogni dettati dalla paura di ciò che il mondo sta diventando e dall’attenzione e il rispetto verso i nuovi nati e quelli dettati dal potere, i deliri dei tanti egoismi che si sovrappongono gli uni agli altri e che ci tolgono aria e luce, futuro».
in homepage e nell’articolo: Goffredo Fofi con padre Camillo De Piaz, Milano 2008, foto di Vincenzo Cottinelli
