Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.
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La domanda è d’obbligo: in tempi di crisi val la pena di occuparsi dell’educazione e della scuola? La risposta non può che essere affermativa. In questi tempi bui è più che mai necessario occuparsene per sorvegliare che non vengano sparsi semi di violenza nel campo, fertilissimo, dell’educazione; per controllare che non si sostituisca il sapere con la propaganda; per difendere strenuamente la libertà di pensiero e di insegnamento.
Sì, la lotta di classe c’è stata e l’hanno vinta, negli anni Ottanta, i detentori di rendita, che hanno imposto le loro regole a tutto il pianeta. Così la disuguaglianza continua a crescere. Da questa consapevolezza e con l’obiettivo di eliminarla occorre ripartire per costruire un’unità che non è qualcosa da cui partire, ma un obiettivo da costruire.
Il quesito referendario più chiaro viene dichiarato inammissibile perché “oscuro”, il ministero dell’istruzione si sorprende dell’attività “commerciale” di enti di formazione da lui riconosciuti, il governo libera e rimpatria con un volo di Stato un generale libico torturatore. Perché accettiamo di essere presi in giro senza protestare?
Il ministro Valditara tesse, sussiegoso, le lodi di ciò che ha fatto. In realtà c’è poco da essere fieri. L’ultimo suo intervento è la riduzione a quattro anni dei corsi di studio degli istituti tecnici e professionali. Una riduzione di chiaro stampo classista, in cui Valditara, per di più, non ha inventato nulla, ma è riuscito nell’incredibile impresa di peggiorare i progetti dei suoi predecessori.
Nel discorso conclusivo della kermesse di “Atreju”, la presidente del Consiglio, gonfiando le vene del collo, ha urlato: «I centri in Albania fun-zio-ne-ran-no!». La sua fonte è un vecchio libro di Giovanni Guareschi, “Lo zibaldino”, che svela il metodo: gridare forte equivale a dire, a bassa voce, il contrario. Una divertente stramberia, ma meno stramba della speranza che i centri albanesi prima o poi funzioneranno.
Christian Raimo, docente e scrittore, è stato sospeso dall’insegnamento per tre mesi per una critica “colorita” al ministro dell’Istruzione, effettuata fuori dal luogo di lavoro. Episodi analoghi si stanno moltiplicando nella scuola. L’obiettivo è evidente: normalizzare gli insegnanti e mettere il potere al riparo dalla critica.
Tra i leghisti scesi a Palermo per solidarizzare con Salvini, c’è anche il ministro Valditara che dichiara: «Sono un cittadino libero, perché non dovrei essere qui?». Grande liberale, il ministro. Ma allora, perché non ritira l’iniziativa disciplinare nei confronti di Christian Raimo reo di averlo criticato e di aver contestato il suo modo di governare la scuola?
Dare risposte a 360°, lavorare a 360°, collaborare a 360°… Il tic di Giorgia Meloni può far sorridere ma scandisce un progetto: quello di far scivolare il Paese sempre più in giù, ben lontano da ogni assetto che si possa dire democratico. Ovvero trasformare i cittadini in sudditi, nel tempo più veloce possibile e, soprattutto, a 360°.
Le Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica sono lo specchio di una scuola in balia dell’inconcludenza del Ministero. La banalità delle previsioni, i rimandi insistiti all’educazione finanziaria, il cicaleccio su “sviluppo economico e sostenibilità” sono sufficienti per respingerle. In attesa che il corpo docente faccia sentire la propria voce.
Viviamo un tempo di passioni tristi, in cui il cattivo gusto va di pari passo con la retorica e la negazione del buon senso. Lo si è visto, da ultimo, nell’indecorosa fuga dal ring della pugile Angela Carini con il seguito di polemiche costruite a tavolino. C’è un’alternativa possibile ma, per costruirla, occorre non lasciare nulla che ci sembri ingiusto senza almeno un commento.