Il 6 novembre 2025, nel torinese, si è verificato un drammatico incidente stradale: un’auto si è scontrata con un autobus su cui viaggiavano una cinquantina di studenti. La dinamica dell’incidente non è ancora del tutto chiara: forse l’automobile ha invaso di poco la corsia opposta e il conducente dell’autobus, pur sterzando, non è riuscito ad evitare lo scontro. Tra i ragazzi ci sono stati una ventina di contusi, fortunatamente non gravi. Il conducente dell’automobile, invece, è morto sul colpo. Si chiamava Pavel Birsei, era un operaio di 33 anni, e stava tornando a casa dopo aver finito il turno di notte. Non sappiamo se la causa dell’incidente sia stata la stanchezza; quello che possiamo invece affermare con certezza è che, dopo una notte passata a lavorare, il grado di vigilanza di tutti diminuisce. Pavel lavorava alla SER di Santena, un’industria che produce cere industriali; il sito della SER la presenta come azienda in grande sviluppo, innovatrice. Se Pavel lavorava di notte, significa che almeno una parte della produzione procede a ciclo continuo. “L’automazione e la struttura informatica sono la spina dorsale dell’azienda dalla sua nascita”, afferma chi dirige la SER; però, nonostante si consideri all’avanguardia dal punto di vista tecnologico, l’azienda ha ancora bisogno di lavoratori che sacrifichino al lavoro il tempo fisiologico di riposo e che stiano in fabbrica di notte.
Non ci soffermeremo qui sulla normativa che regola il lavoro notturno, ma tutte le ricerche che si occupano di lavoro notturno, molte delle quali si possono facilmente trovare in Rete, mettono in rilievo i danni psico-fisici e i molteplici fattori di rischio per chi lavora di notte: daremo quindi questo come un dato di fatto. Lasceremo da parte gli altri settori lavorativi e ci occuperemo soltanto di quelle situazioni in cui la scelta di utilizzare il lavoro notturno ha una motivazione eminentemente economica, legata al profitto dell’imprenditore, come avviene nei processi industriali a ciclo continuo e in tutti quei casi in cui risulti vantaggioso massimizzare l’utilizzo dei macchinari.
La recente ricerca INAIL del 2024 così si esprime sul tema: “Il ricorso al lavoro notturno risponde a bisogni sociali ed essenziali, perché garantisce servizi primari come: la salute con la sanità e i servizi assistenziali, la sicurezza con le forze dell’ordine e la vigilanza, il trasferimento e il reperimento di beni di base col trasporto. Negli anni si sono aggiunte a queste esigenze, anche altre di tipo strettamente economico, legate ai processi industriali a ciclo continuo e alla massimizzazione dell’utilizzo di macchinari che non possono restare fermi perché il riavvio comporterebbe tempo e perdita di materiali o perché il loro costo è molto elevato e per essere ammortizzato è necessario farne un uso ininterrotto. Il tempo del lavoro si è di conseguenza esteso, dilatandosi nell’arco delle 24 ore, con effetti anche sulla salute e sull’integrità psico-fisica del lavoratore”. Mi fermerei sull’espressione “negli anni”, che sta ad indicare che, nonostante l’accelerazione tecnologica, il lavoro notturno, lungi dal diminuire, è aumentato nel settore industriale. Noi ci aspetteremmo invece una diminuzione dei lavoratori notturni.
Così non è: il rapporto sopracitato utilizza fonti ufficiali e sintetizza quanto segue: “Per quantificare i lavoratori notturni le principali fonti sono rappresentate dall’Indagine sulle forze lavoro di Istat e dal Rapporto Italia di Eurispes. I dati di fonte Istat sulle forze di lavoro forniscono per il 2022 una stima di oltre 2,5 milioni di lavoratori con turno notturno; in pratica l’11,1% degli intervistati (il 12,1% nel caso dei soli lavoratori dipendenti), in aumento rispetto alla precedente pubblicazione che riportava l’8,5%, ma inferiore all’incidenza rilevata nelle indagini più recenti di Eurispes e quantificata nel 15% del totale dei lavoratori, interessando circa 3 milioni di occupati”. In pochi anni in Italia siamo quindi passati dall’8,5% al 15% degli occupati che svolgono lavoro notturno. Se teniamo conto che, sempre secono Eurispes, nel 2002 i lavoratori occupati occasionalmente nei turni notturni costituivano il 6.5% sul totale degli occupati, mentre quelli abituali rappresentavano il 5.1% ci appare chiaro il forte incremento del lavoro notturno. I dati relativi al 2022 forniscono la seguente distribuzione dei lavoratori notturni ambiti lavorativi: servizi (tra cui spiccano la sanità che raccoglie il 20,6% di tutti i lavoratori notturni nei principali settori, le strutture ricettive (16%), la pubblica amministrazione (10%, nella quale rientrano anche la difesa e l’ordine pubblico), il trasporto e magazzinaggio (9,8%), l’industria in senso stretto (20,3%).
Il lavoro notturno fa parte di quella catena i cui anelli sono costituiti dalla strutturazione dell’orario di lavoro, dall’aumento delle ore di lavoro straordinario, dagli incentivi che premiano l’intensificazione della prestazione lavorativa nonché dal favorire l’innovazione tecnologica solo e soltanto se garantisce un maggior profitto. All’ordine del giorno sono tutti questi punti, l’uno interdipendente dall’altro; la strategia che porta ad affrontarli separatamente, uno alla volta, è destinata ad essere fallimentare per i lavoratori. Non stiamo dicendo nulla di nuovo; riprendiamo alcune affermazioni di Marx, ancora attuali nonostante i molti anni che ci separano dal momento in cui furono scritte, a significare che le forme esteriori del capitalismo possono mutare ma la sostanza – la rapacità – resta sempre la stessa. Nel Capitale (Libro I, Sezione III, capitolo 8) Marx si occupa della giornata lavorativa:
Il prolungamento della giornata, al di là dei limiti della giornata naturale, fino entro la notte, opera soltanto come palliativo, calma solo approssimativamente la sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro. Quindi, l’istinto immanente della produzione capitalistica è di appropriarsi lavoro durante tutte le ventiquattro ore del giorno. Ma poiché questo è impossibile fisicamente, quando vengano assorbite continuamente, giorno e notte, le medesime forze-lavoro, allora, per superare l’ostacolo fisico, c’è bisogno di avvicendare le forze-lavoro divorate durante il giorno e la notte. Questo avvicendamento ammette vari metodi; per esempio può esser regolato in modo che una parte del personale operaio provveda per una settimana al servizio diurno, per la seguente al servizio notturno ecc. […] Questo processo di produzione di ventiquattro ore continue esiste ancor oggi come sistema in molti rami dell’industria della Gran Bretagna […] Il processo lavorativo abbraccia qui, oltre le ventiquattro ore dei sei giorni di lavoro, anche, in gran parte, le ventiquattro ore della domenica. Gli operai sono uomini e donne, adulti e bambini dell’uno e dell’altro sesso. […] Fatta astrazione dagli effetti nocivi generali del lavoro notturno la durata stessa del processo di produzione, senza interruzioni nelle ventiquattro ore, offre un’occasione, assai benvenuta, per oltrepassare il limite della giornata lavorativa nominale. Per esempio: nei rami d’industria ricordati poco fa, che sono molto faticosi, la giornata lavorativa ufficiale ammonta per ogni operaio a dodici ore al massimo notturne o diurne. Ma il sovraccarico di lavoro al di là di questo limite è, in molti casi, «veramente spaventoso» (truly fearful), per usare le parole della relazione ufficiale (Children’s Employment Commission, Third Report, Londra, 1864, ndr)
Oggi, nei paesi occidentali, non ci troviamo più di fronte a uno sfruttamento così disumano dei lavoratori. Non è cambiato, però, l’atteggiamento di fondo del padronato; nell’ultimo quarto di secolo, anzi, i passi indietro rispetto alle condizioni di vita dei lavoratori sono stati notevoli. Un punto di svolta è stato rappresentato, nel 2010 e in Italia, dal “modello Pomigliano”: per la prima volta si importavano le condizioni di lavoro di un paese come la Polonia, in un paese sviluppato e si introduceva una “nuova metrica” per programmare ogni frazione di minuto del lavoro operaio. Rileggere oggi, a quindici anni di distanza, l’intervista su questo tema a Luciano Gallino (https://www.unacitta.it/it/intervista/2058-la-competizione-distruttiva) ci fa comprendere quanto la spinta regressiva nata nei primi anni Novanta sia stata e sia tuttora potente. Ecco come commenta Gallino il “piano Pomigliano”:
Se uno guarda il piano Fiat (perché non si è trattato di un accordo, ma di un piano tipo “prendere o lasciare”), scopre che su 36 pagine, se ben ricordo, ben 19 sono dedicate alla metrica del lavoro. Che significa tecnica per spremere da ogni minuto secondo la maggior quantità di forza lavoro e di valore da tutti gli addetti. […]. La metrica del lavoro serve a scomporre e analizzare il lavoro in centesimi di secondo, e regolarlo sulla base di quello che l’operaio fa, misurandone i movimenti e le operazioni che compie. Bisogna provare a lavorare sotto un controllo che va addirittura sotto i secondi. Ci sono poi gli altri aspetti. Uno molto serio è il fatto che per otto ore uno non può toccare nulla, perché la pausa mensa è spostata alla fine del turno. Lavorare sette ore e mezza più la pendolarità, il trasporto da casa, vuol dire almeno otto ore, otto ore e mezza senza nessun tipo di sostentamento. C’è la riduzione delle pause che vengono diminuite del 25%; mi pare che scendano da due di venti minuti a due di quindici. Perché con quei dieci minuti vengono prodotte tot vetture in più all’anno. E poi c’è la questione dei turni, per cui tutti i cinquemila devono fare tre turni a rotazione, uno dal mattino presto, uno che copre la giornata e un turno notturno, cambiando quindi ogni tre settimane. Bisogna avere un’idea di cosa significa per una persona anche giovane cambiare orario di lavoro radicalmente ogni tre settimane. Sono condizioni di lavoro che definire dure è un eufemismo. Ma naturalmente, visto che la proposta è prendere o lasciare, è chiaro che poi le persone accettano. Ma non si può mascherare il peso che questa organizzazione del lavoro ha sulle persone, il fatto che dieci anni di un lavoro del genere sono sicuramente molto usuranti.
Ecco, detti in parole semplici ed efficaci, gli effetti del lavoro notturno sulla vita delle persone che subiscono la turnazione. Il lavoro notturno esprime l’essenza del lavoro alienato – anche se ormai questa parola, “alienato”, sembra essere fuori corso persino a sinistra, è ora, invece, di reintrodurla. Il neoliberismo ha restaurato la riduzione del lavoro a pura merce e adesso è tempo di restituire valore al lavoro, ad iniziare dall’inserimento dignitoso dell’attività lavorativa nel tempo di vita. Non c’è nulla di “naturale” nella giornata lavorativa di otto ore e lo slogan “lavorare meno, lavorare tutti” è quello che dobbiamo riesumare in tempi in cui la disoccupazione giovanile in Italia sfiora il 20% e l’età del pensionamento viene spostata sempre più avanti. Sul lavoro notturno nell’industria si deve essere in grado di opporre il punto di vista dei lavoratori contro le brame di guadagno degli imprenditori: non si può scambiare il danno che deriva alla salute di un essere umano contro una retribuzione aggiuntiva (che, per giunta, sarà sempre una minima parte del plusvalore che il lavoratore produce). Tendenzialmente la turnazione notturna, almeno quella legata alla necessità di ottimizzare i profitti, dovrebbe sparire o ridursi a qualcosa di residuale. Però, come già abbiamo detto in premessa, questo risultato si potrà ottenere soltanto muovendo una critica serrata a tutti gli elementi che riducono il lavoro a pura merce: si dovrà dire di no all’aumento delle ore di lavoro straordinario, agli incentivi che premiano l’intensificazione della prestazione lavorativa e pretendere che l’innovazione tecnologica sia volta a garantire migliori condizioni di lavoro e non ad un maggior profitto per l’imprenditore.
Il primo punto all’ordine del giorno è e resta la riduzione del tempo di lavoro a parità di salario. Quando parliamo di “tempo di lavoro” non dobbiamo dimenticare che, in un sol colpo, politici spregiudicati al servizio di imprenditori rapaci, fiancheggiati (più o meno volontariamente non importa) da sindacalisti venduti o imbelli hanno regalato almeno sette anni di vita dei lavoratori alla logica del Capitale.
Chiudo con una proposta: partiamo dal lavoro notturno per mettere sotto inchiesta l’attuale organizzazione del lavoro. È tempo di affrontare l’avversario in campo aperto.

Ritorniamo sempre al punto di partenza: il capitalismo. Che si tratti di lavoro, tempo, ambiente, persone, finanza, tecnologia, guerre… da tutto ciò che esiste insomma, il capitalismo deve estrarre profitto per aumentare il suo potere di estrarne sempre di più, in un ciclo perpetuo. In definitiva il capitalismo vive sottraendo vita. E’ come un mostro invisibile che si è insinuato nei meandri più reconditi di tutto ciò che esiste, ha colonizzato ogni spazio, compresa la nostra mente. La vita non è compatibile con il capitalismo. Come detto nell’articolo, “negli anni” sta ad indicare un affermarsi sempre più pervasivo del capitalismo. Ciò significa che ci stiamo incamminando verso una realtà distopica. Prima che sia troppo tardi “e’ tempo di affrontare l’avversario in campo aperto”. Il lavoro è sicuramente un buon campo di battaglia, e l’abolizione di quello notturno un passo importante verso la vittoria. Personalmente sono convinto che anche il tabù delle otto ore debba e possa essere infranto, al ribasso ovviamente, senza che ciò pregiudichi la sostenibilità economica degli imprenditori e dello Stato. Mi spingo oltre, e al fine di evitare i malintesi che a quanto pare si sono verificati cambierei così l’ Art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sulla vita dignitosa dei cittadini”.
Caro Stefano,
va da sé che sono d’accordo con ciò che scrive. L’urgenza di battersi per la dignità del lavoro diventa ogni giorno più forte – in tutti i campi il lavoro è precarizzato e spinto verso uno stato servile. In tutti gli ambiti lavorativi si lavora di più e peggio rispetto al secolo scorso, senza altra motivazione che non sia quella del puntare al profitto massimo da parte del capitale. L’opposizione capitale/lavoro sembra però, a troppe persone, cosa d’altri tempi. Invece il lavoro vivo viene soffocato dal lavoro morto, il lavoro alienato è la regola. In tanti ci rendiamo conto che così non va, eppure manca la capacità di muoversi insieme, con la stessa passione e indignazione che ha portato centinaia di migliaiadi persone in piazza per la Palestina. Non è soltanto questione di mancanza di rappresentanza politico-sindacale (che pure è carente) . Che sia la cattiva coscienza dell’Occidente che ci ottunde e ci paralizza?