Scena muta all’esame di maturità

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Non è da meravigliarsi che le notizie estive assumano talvolta dimensioni spropositate rispetto al peso oggettivo che esse hanno. Si sa, è tempo di ferie, l’Italia rallenta, i temi nazionali e internazionali – purtroppo – si fanno ripetitivi e per lo più toccano argomenti drammatici e inadatti alla vacanza, giornali e giornalisti sentono il bisogno di rinnovarsi con qualcosa di inedito. Quest’anno non è la cronaca nera ad avere la palma di tormentone dell’estate; anche se sulle novità rispetto al delitto di Garlasco, riesumato dopo anni, veniamo informati tutti i giorni, siamo però molto lontani dal grande successo mediatico del “giallo del catamarano” che, nel 1988, riempì le pagine dei giornali e i programmi di informazione.

La “notizia dell’estate italiana 2025” di qualche settimana fa per fortuna non ha causato vittime ma soltanto offese al comune buon senso – e di tali offese siamo abituati a subirne in grandi quantità. I fatti cui alludiamo sono presto detti: tre studenti, uno a Padova, una a Belluno, l’altro a Treviso, hanno scelto di fare scena muta all’esame orale di maturità. A loro si sono accodati alcuni altri – se le mie informazioni non sono imprecise, non arriviamo a 10 – che hanno cercato in vario modo di contestare l’esame e la legittimità dell’attribuzione del voto.

Prima domanda: quanti sono gli studenti che quest’anno hanno sostenuto l’esame di maturità? 511.349 candidati interni e 13.066 privatisti, all’ingrosso circa 525.000 studenti. I dieci che sono assurti all’onore delle cronache costituiscono una risibile minoranza: tra l’altro, non hanno nemmeno posizioni comuni, se non l’essere genericamente in disaccordo con il sistema scolastico e le modalità di valutazione loro imposte. Il più “politico” tra i ragazzi, Pietro Marconcini, un liceale romano, ha chiesto che gli venisse abbassato il voto di maturità e ha dichiarato di aver agito per solidarietà verso gli studenti che avevano fatto scena muta. Nella lunga intervista rilasciata a Tecnica della scuola (Scena muta Maturità, perché ho chiesto di ridurmi il voto a 60/100: parlano gli esperti ) si dichiara contro una scuola che spinge alla competizione ed è consapevole che, da un punto di vista procedurale, non è possibile abbassare on demand un voto già assegnato. Ma, considerato che il ministro vuole dal prossimo anno punire con la bocciatura chi farà scena muta, cosa al momento non possibile, si è convinto che poteva andar oltre la normativa anche lui, imitando in questo lo stesso Valditara. Ragionamento, come avrebbe detto Fabrizio De André, “se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato”. La più ingenua, forse, è la studentessa che ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Ho provato a spiegare che, sebbene nella mia scuola la parte relativa alla preparazione sia stata ottima, ritengo che sia mancata totalmente l’attenzione alle persone. Il focus dei docenti è sempre stato sui voti. Io non ho mai avuto grossi problemi, ero una ragazza tranquilla, coi voti nella media. Ma non c’è mai stata la voglia di scoprire la ‘vera me’ da parte dei docenti». A meno che non sia un indebito intervento del giornalista, il linguaggio stereotipo della studentessa (“il focus dei docenti”, “la vera me”) mi porta a dubitare dell’“ottima preparazione ricevuta”; ma i ragazzi hanno ancora tanta strada davanti ed è chiaro che certo conformismo lessicale è anche il riflesso dell’aria confusa che si respira nelle scuole italiane.

Ciò che mi ha davvero colpito, però, non è stata la reazione di questo manipolo di ragazzi: mi limito a notare, come dato non positivo, che essi hanno preso una posizione individuale a fronte di un disagio collettivo. D’altra parte l’intero occidente si è bevuto la storia di una ragazzina svedese che all’inizio di settembre 2018 ha saltato per tre settimane la frequenza scolastica e ha protestato, seduta sui gradini del Palazzo del Parlamento. Ci dobbiamo quindi stupire se ragazzi di poco più grandi emulino un gesto individuale di protesta sperando sia l’inizio di una protesta collettiva? Personalmente, non me la sento di stigmatizzare questo evidente limite ma nemmeno di metterlo tra parentesi. Credo che tali atteggiamenti siano da iscriversi a pieno titolo nel vasto copione della società dello spettacolo e mi chiedo piuttosto come possano riuscire a destare attenzione in un’opinione pubblica intorpidita. L’effetto valanga che una non-notizia come gli studenti che hanno fatto scena muta alla maturità ha generato si spiega, in buona parte, con l’impegno che giornalisti ed opinionisti hanno messo nel diffondere e nel commentare il fatto.

Va da sé che la prima conseguenza è stata quella di dividere gli intervenuti tra innocentisti e colpevolisti. Il capo della fazione colpevolista si chiama Giuseppe Valditara e fa il ministro dell’Istruzione e del Merito, proprio quel “merito” che gli studenti hanno contestato, perché legato a una visione agonistica e competitiva della scuola. Al seguito di Valditara sta il codazzo dei “colpevolisti”: da Vittorio Feltri a Nicola Porro a Paolo Crepet e poi, a sentire i sondaggi, un esercito formato da sette insegnanti su dieci e da sei cittadini su dieci. Tutti pronti a lanciare il crucifige, a chiedere a gran voce che i ribelli siano puniti con la bocciatura e ripetano l’anno. Gli innocentisti, di conseguenza, possono mettere in campo soltanto un esercito più contenuto: tre docenti su dieci, quattro cittadini su dieci e un certo numero di intellettuali progressisti, politici, psicoterapeuti, da Tomaso Montanari a Ilaria Salis, da Giuseppe Lavenia a Matteo Lancini a Enrico Mentana.

Tra gli “innocentisti” val la pena di citare il professor Montanari. Giustamente Montanari è scandalizzato per l’atteggiamento sanzionatorio di Valditara; dove sbaglia, credo, è nel fare di questi ragazzi dei contestatori consapevoli. Montanari scrive un bell’articolo, in cui dimostra di apprezzare la capacità degli studenti “ribelli” nel mettere in forse la bontà della scuola che hanno frequentato; a mio avviso non sottolinea quello che a me pare l’aspetto più negativo – e cioè la dimensione individuale (nessuno di loro, ad esempio, ha detto di aver discusso con altri studenti l’opportunità del gran rifiuto), cui si unisce un indubbio protagonismo, parente stretto di quell’agonismo che i ragazzi condannano nella scuola. Sono sfumature, però, a mio avviso, importanti; così come Montanari non si chiede come mai una notizia da nulla abbia agito da lievito per una discussione sulla scuola che potrebbe a buona ragione nascere da altri e più gravi problemi. Un passaggio dell’articolo di Montanari è in ogni caso importante: «Bisognerebbe riprendere le riflessioni di Virginia Woolf su quanto una scuola che formi alla competizione, forma in realtà alla guerra. Intesa come tentativo continuo non di comprendere l’altro, e di coabitarci, ma di schiacciarlo, di sconfiggerlo»: vero e tragicamente attuale.

Valditara, il capo dei colpevolisti è stato esplicito e duro: «Se un ragazzo non si presenta all’orale, oppure volontariamente decide di non rispondere alle domande dei suoi docenti non perché non è preparato, cosa che può capitare, ma perché vuole ‘non collaborare’ e quindi ‘boicottare’ l’esame, dovrà ripetere l’anno». E poi: «La valutazione finale terrà conto anche del grado di maturazione complessiva, dell’autonomia e della responsabilità. Abbiamo deciso di fare chiarezza. Lo studente che, senza giustificato motivo, non si presenterà all’orale o rifiuterà di rispondere, dovrà ripetere l’anno. Atteggiamenti che deliberatamente intendano boicottare gli esami sono offensivi verso il lavoro dei commissari e verso la scuola, che è una cosa seria». Non vorremmo dare lezioni al ministro ma già oggi chi non si presenta all’orale senza giustificazione non passa l’anno. Diverso il caso di chi fa “scena muta”: tra l’altro, i ragazzi che si sono rifiutati di sottoporsi alla prova orale hanno addotto “giustificati motivi” e dimostrato autonomia (che significa “dar norma a se stesso”) e consapevolezza del proprio gesto. Perché dovrebbero essere puniti? Forse perché non prendono sul serio l’esame? Forse perché ritengono offensivo parlare a vanvera a partire dallo “spunto” proposto dalla commissione? Quanto al boicottaggio è una delle pratiche nonviolente di dissenso, come hanno teorizzato, tra gli italiani, Aldo Capitini e Danilo Dolci e non un’azione terroristica.

In conclusione, penso che noi adulti siamo messi male: non riusciamo a porci con mente tranquilla di fronte a comportamenti che, nel loro spontaneismo e nei loro limiti, esprimono un disagio. Noi adulti, poi, siamo portati a lodare o a condannare, a esaltare i contestatori o a considerarli irresponsabili e privi di rispetto verso la scuola e i docenti. La cosa migliore sarebbe, anche in questo caso, stare ad ascoltare quello che il minuscolo gruppo di dissidenti ha detto, visto che a scuola i problemi esistono davvero.

Fossero stati meno ingenui gli studenti non avrebbero dato giustificazione al loro silenzio. A questo punto, cosa avrebbe potuto minacciare Valditara? Come si fa a distinguere un silenzio da panico da un silenzio ostile e riottoso? E poi tutt’e due non esprimono forse un malessere nei confronti di un’istituzione che dovrebbe aiutare i più giovani a crescere armoniosamente?

Resta da spiegare come mai ciò che è accaduto abbia generato una reazione spropositata – mi sa che, come i libelli, anche le notizie habent sua fata. Non vorremmo andare troppo indietro con i ricordi ma l’abolizione della validità legale dei titoli di studio è uno dei punti del Piano di rinascita democratica della Loggia P2. La motivazione è interessante: «per sfollare le università e dare il tempo di elaborare una seria riforma della scuola che attui i precetti della Costituzione». Ripetutamente il centro-destra si è scagliato contro la validità legale del titolo di studio e qualcuno oggi comincia a sospettare che in questa artefatta montatura dei casi di cui abbiamo parlato (che, al limite, potevano finire nella cronaca del giornale rionale), ci sia una strumentalizzazione diretta, appunto, a screditare la scuola e l’esame di Stato. Non credo che i ragazzi lo sappiano, ma il più grande boicottatore dell’esame di stato è proprio Valditara che, in questo senso, si pone come il prosecutore della tendenza della sua parte politica volta a togliere valore legale al diploma. Un esempio: la riduzione a quattro anni dei percorsi liceali (ministro Bianchi) e dei percorsi tecnico-professionali (ministro Valditara) consente di sostenere l’esame di Stato un anno prima rispetto ai percorsi tradizionali; è chiaro che così si introduce una discriminazione tra studenti ed è altrettanto chiaro che questo è un primo passo verso una ulteriore destrutturazione del sistema scolastico, non più definito in modo certo nemmeno quanto alla durata del percorso della secondaria superiore. Che poi Valditara faccia il cerbero e minacci di bocciare chi boicotta fa parte del gioco; ma è un brutto gioco che porta verso l’ulteriore declino della nostra scuola.

Gli autori

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti, ricercatrice, si occupa di Letteratura italiana e del rapporto tra sistema scolastico e società.

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