Il 12 e 13 ottobre si è tenuta a Campi Bisenzio, sotto una tensostruttura sul piazzale della ex fabbrica GKN, l’assemblea degli azionisti popolari della cooperativa GFF che, avendo raccolto 1,3 milioni di euro, si propone di avviare la produzione della nuova impresa sociale costituita dai lavoratori in lotta da ormai più di tre anni. Più volte in questa sede si è parlato della lotta dei lavoratori della ex GKN di Campi Bisenzio e se ne è messo in evidenza il carattere esemplare. Ma perché è esemplare la lotta GKN?
Dal punto di vista delle forme di lotta e di mobilitazione, perché, pur essendo difensiva, è riuscita a costruire una prospettiva futura, fondata non solo sulla capacità di resistere, ma anche su quella di costruire spazi sociali ed economici non capitalistici (cooperazione, mutualismo); perché ha costruito una reale convergenza tra diversi movimenti di lotta su temi differenti, ma convergenti (sociali, ambientali, dei diritti) nella critica concreta al sistema capitalistico; perché ha costruito rapporti politici e di solidarietà non solo a livello locale, ma anche a livello nazionale e internazionale: la raccolta dei fondi per l’azionariato popolare, ad esempio, è divisa equamente tra queste tre componenti; perché ha costruito attorno a sé un blocco sociale che va oltre i lavoratori direttamente interessati; perché ha fatto cultura a partire dai temi della lotta attraverso i libri, gli spettacoli teatrali, i film, i concerti e i festival di letteratura operaia. Dal punto di vista dei contenuti perché ha affrontato concretamente il tema della reindustrializzazione in una fase in cui il capitalismo sembra incapace di contrastare il declino dell’industria nazionale ed europea, elaborando un concreto e dettagliato piano di riconversione industriale; perché ha riaperto il confronto su alcuni temi socioeconomici affrontati dalla Costituzione nel titolo III, in particolare agli articoli 41 («L’iniziativa economica […] non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana»), 42 («La proprietà privata può essere […] espropriata per motivi di interesse generale»), 43 ( «La legge può […] trasferire […] a comunità di lavoratori […] determinate imprese che […] abbiano carattere di preminente interesse generale»); perché ha elaborato un progetto di legge regionale per la costituzione di consorzi industriali che è in discussione presso il Consiglio regionale toscano. Dal punto di vista più strettamente politico, perché ha promosso un protagonismo sociale che è la base necessaria per costruire una rappresentanza politica non formale, non esclusivamente elettorale; perché ha mantenuto una propria autonomia sia rispetto al sindacato, sia rispetto alle forze politiche senza tuttavia lacerare il rapporto e rischiare l’isolamento; perché ha messo le istituzioni politiche di fronte alla necessità di prendere posizione andando oltre una generica solidarietà.
Nelle conclusioni dell’assemblea del 13 ottobre di fronte al paradosso di «una fabbrica – la ex GKN – senza un progetto industriale» e di «un progetto industriale – quello elaborato dai lavoratori e dai solidali – senza la fabbrica», è stato posto un limite temporale, a distanza di un mese, oltre il quale chiudere la vertenza. La scadenza del 15 novembre vuol essere una sorta di ultimatum alla Regione Toscana perché si attivi concretamente per l’attuazione del piano industriale elaborato dal collettivo operaio insieme ai tecnici ed esperti solidali, approvando la legge sui consorzi industriali e trovando il modo per entrare in possesso dell’area della ex GKN.
Il piano industriale elaborato ha nel frattempo raggiunto un livello di dettaglio tale da poterlo considerare concretamente concluso: le linee industriali – produzione e installazione di pannelli solari, sia standard, sia “customizzati” con sette diverse tipologie; recupero e riciclo di pannelli usati; “cargobike” tradizionali ed elettriche – offrirebbero 106 posti di lavoro con retribuzioni equivalenti a quelle della ex GKN e richiederebbero un investimento complessivo di 11,5 milioni di euro. Sono stati individuati e “prenotati” i macchinari necessari, sono stati allacciati i rapporti con tecnici e consulenti. Il fabbisogno finanziario verrà coperto dalle quote dei soci lavoratori (400 mila euro), dagli azionisti popolari (1,3 milioni), da un fido di Banca Etica (2,5 milioni), da alcuni investitori (2 milioni) e per il restante (5,2 milioni) da aperture di credito bancario. Sono inoltre stati definiti accordi con potenziali acquirenti (tra i quali alcune comunità energetiche) per un totale pari al 62% della produzione prevista nel primo anno di esercizio. Se si potesse dare il via al progetto nel prossimo anno, la produzione potrebbe partire a regime nel febbraio 2026.
Cosa può succedere adesso? Paiono esserci solo due possibilità concrete: la Regione approva la legge sulla riconversione e opera per un insediamento della nuova azienda cooperativa sul sito attuale oppure questo non accade e la cooperativa operaia, facendosi forte del sostegno anche internazionale, trova un’altra collocazione fisica per la proposta di reindustrializzazione. Non casualmente, proprio in questi ultimi giorni, il liquidatore dell’azienda si è fatto improvvisamente vivo, dopo mesi di latitanza, per dichiararsi disponibile a trovare un altro sito per la nuova azienda cooperativa. Sono, comunque, entrambi gli esiti delineati non facili, non scontati e densi di rischi, ma hanno implicazioni pratiche e soprattutto politiche molto diverse. Nel primo caso le forze politiche di centro sinistra che governano la Regione si schierano concretamente dalla parte degli operai e contro la proprietà presunta, ma sicuramente assenteista; nel secondo caso, invece, prevale nelle forze di centrosinistra una preoccupazione di tipo liberista e la Regione, pur esprimendo solidarietà alla lotta operaia, come per altro ha già fatto negli ultimi mesi stanziando, ad esempio, un sostegno economico per i lavoratori senza stipendio da diversi mesi, non se la sente di affrontare la questione della proprietà dello stabilimento.
Ora, arrivati a questo punto, possiamo, dunque, individuare un’ulteriore questione decisiva che questa lotta mette in risalto in modo esemplare: questa volta è un tema che parla a tutti i movimenti sociali che si oppongono alla gestione capitalistica e liberista della crisi attuale e a tutte le forze politiche che operano sul piano sociale per costruire un’alternativa alla crisi economica, sociale e ambientale del nostro sistema socioeconomico.
Se le istituzioni locali (quelle nazionali non si sono mai neppure posto il problema), non dialogano positivamente con i lavoratori in lotta e con i loro solidali (nazionali e internazionali), allora tutto il movimento che ha dato vita a tante convergenze positive deve porsi l’obiettivo di costruire proprie “istituzioni” politiche e di formazione di alleanze sociali e culturali sempre più forti per contrapporsi in maniera più efficace ai poteri politici ed economici, che non solo non rispondono alle richieste dei lavoratori, ma che stanno guidando il paese verso una prospettiva distruttiva anche dal punto di vista economico, oltre che sociale, perché operano in una logica di economia di guerra, ma anche perché non sono in grado di contrastare la deriva di tragica deindustrializzazione che sta travolgendo l’Europa nel suo complesso. È un tema che coinvolge, dunque, tutti i movimenti sociali delle fabbriche e del territorio, quelli contro le disuguaglianze e per la casa, quelli contro la distruzione ambientale del territorio e contro le grandi opere inutili e dannose, come la TAV e il ponte sullo stretto di Messina, quelli studenteschi per la difesa della qualità della scuola pubblica e dell’Università, quello per la pace e quelli per la difesa dei diritti e contro le discriminazioni di genere e di nazionalità.
È solo da queste forze vive nella società che può essere formulata una risposta ampia ed efficace alla domanda che sempre di più e ovunque si sta diffondendo con sempre maggiore insistenza: che fare e come fare per favorire il protagonismo politico dei lavoratori, dei settori sociali che sopportano il peso della crisi di sistema? che fare e come fare per dare rappresentanza ai tantissimi che, come i lavoratori della GKN, aspettano da troppo tempo che le istituzioni si schierino dalla loro parte? che fare e come fare per costruire una prospettiva economica e sociale positiva che inverta il declino attuale voluto dalle oligarchie economiche e politiche? che fare e come fare per impedire che la logica della guerra prevalga tra i blocchi e le nazioni?
Dopo la stesura di questa nota, nelle ultime ore, è arrivata un’ulteriore notizia che chiarisce definitivamente la situazione. Collettivo di fabbrica e sindacato hanno scoperto che la presunta proprietà dello stabilimento ex GKN ha venduto per un importo di sette milioni di euro il capannone e l’area adiacente a due società immobiliari già nel marzo di quest’anno, senza avvertire non solo i lavoratori, ai quali deve ancora dieci mesi di stipendio, ma anche il ministro D’Urso e la regione Toscana, che avevano avviato dei tavoli di crisi, peraltro sistematicamente disertati dai rappresentanti della proprietà presunta. È un ulteriore conferma che la grossa parte del padronato in questo paese non è interessata alla produzione, ma solo alla rendita e alla speculazione e che le forze politiche sono incapaci di costruire e realizzare una politica industriale di qualunque tipo.
Cosa succederà adesso? I lavoratori, affiancati dal collettivo di avvocati solidali, sapranno certamente tutelare i loro diritti e probabilmente porteranno avanti il loro progetto industriale, anche se al di fuori del sito della ex GKN per non allontanarne ancora i tempi di attuazione. Le forze politiche sia locali, sia nazionali appaiono ulteriormente ridicolizzate da questi ultimi sviluppi: surclassate da un collettivo di lavoratori che, sostenuto dalle forze solidali, ha fatto tutto da solo, costringendo i politici locali ad andare, seppur lentamente, a rimorchio e che fin dall’inizio ha denunciato l’intento speculativo che stava alla base della chiusura dell’attività industriale GKN; e allo stesso tempo queste stesse forze politiche, sia locali sia nazionali, sono state menate per il naso da uno dei tanti, soliti finti imprenditori, privi di ogni progettualità industriale, capaci solo di arraffare profitti più o meno leciti, disposti a distruggere il patrimonio industriale di questo sfortunato paese per il loro tornaconto immediato. Nel 2003 Luciano Gallino scrisse un libro che aveva per titolo La scomparsa dell’Italia industriale: sulla copertina di quel testo c’era una frase che oggi si adatta perfettamente alla vicenda GKN: «Politici e manager senza visione del futuro hanno trasformato l’Italia in una colonia industriale. Per recuperare terreno occorre una politica economica orientata verso uno sviluppo orientato ad alta intensità di lavoro e di conoscenza».
