Le elezioni europee hanno confermato, al di là del dato numerico, l’egemonia della destra. Il loro esito, inoltre, ha assunto una rilevanza che va oltre il nuovo assetto dell’Europa. Lo scenario politico ne esce, anche sul versante nazionale, profondamente segnato. All’analisi dei risultati abbiamo dedicato, nell’immediato, due ampie analisi di Marco Revelli (https://vll.staging.19.coop/commenti/2024/06/13/elezioni-a-che-punto-e-la-notte/ e https://vll.staging.19.coop/commenti/2024/06/19/europa-occidente-il-canto-stonato-delle-anatre-zoppe/) e un primo intervento di Livio Pepino (https://vll.staging.19.coop/controcanto/2024/06/17/dopo-le-europee-la-necessita-di-un-dibattito-senza-reticenze/) teso a mettere sul tappeto alcune questioni aperte. La situazione interpella, peraltro, anche noi di Volere la Luna e i gruppi e movimenti che compongono il variegato arcipelago che ci ostiniamo a chiamare sinistra alternativa. Che fare? La domanda di sempre richiede oggi analisi particolarmente accurate e risposte all’altezza dei tempi bui che stiamo vivendo, in cui all’ormai consolidata vittoria del mercato si affiancano, in Italia, il consolidamento di una svolta autoritaria che non tollera dissenso e, sul piano internazionale, una guerra mondiale “a pezzi” che rischia di degenerare in guerra nucleare. Abbiamo, dunque, deciso di aprire, sul punto, un dibattito franco e – lo speriamo – capace di non fermarsi all’esistente e di individuare nuove modalità e nuove strade da percorrere. Le analisi e le proposte pubblicate rappresenteranno uno sforzo collettivo ma saranno tra loro assai diverse e impegneranno, per questo, solo i loro autori. Poi, a suo tempo, forti del confronto realizzato, proveremo a trarre delle conclusioni, magari in un’iniziativa di carattere nazionale su cui stiamo cominciando a ragionare. (la redazione)
«La grande massa della popolazione è formata dall’addizione di tante grandezze dello stesso nome, quasi come un sacco di patate è formato dalle patate messe in un sacco. In quanto migliaia di persone e di famiglie vivono in condizioni economiche d’esistenza che hanno un modo di vivere loro proprio e hanno interessi, cultura generale e materiale diversi da quelli delle altre classi a loro contrapposte, esse formano una classe. In quanto non esiste, invece, tra i cittadini che un vincolo locale, per l’identità degli interessi, non si sviluppa tra loro nessuna solidarietà, nessuna associazione territoriale o generale, nessuna organizzazione politica: essi non formano una classe. Sono perciò incapaci di far valere a nome proprio i loro interessi di classe con una qualunque istituzione. Non possono rappresentarsi; devono essere rappresentati. I loro rappresentanti stanno al di sopra di loro, come un padrone, come un’autorità, come una potenza governativa illimitata. Così l’ultima espressione dell’influenza politica dei cittadini atomizzati è la totale soggezione della società al potere esecutivo».
Questo brano, appena riadattato in alcuni termini, è stato scritto nel 1851 da Karl Marx: eppure esso suona tremendamente attuale. Marx si riferiva ai contadini di quasi duecento anni fa, ma le sue considerazioni possono valere anche oggi per la gran parte dei lavoratori del nostro paese, come di altri. La globalizzazione, il superamento del fordismo nei paesi cosiddetti occidentali, la politica neoliberista per il mercato del lavoro attraverso la sua parcellizzazione, la crescente precarietà e la compressione dei salari, lo smantellamento dello Stato sociale, conquistato con le lotte degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, la concezione individualistica della vita che prevale e che viene alimentata dall’ideologia dominante attraverso il controllo dei media, hanno determinato la condizione di “sacco di patate” nella quale si trovano milioni di lavoratori nel nostro paese e in Europa. Il fenomeno dell’astensionismo di massa alle elezioni, l’andamento itinerante del voto alimentato dalla propaganda dei partiti di destra, che cercano di sfruttare le contraddizioni interne ai settori popolari, la perdita di identità politica dei territori marginali rispetto alle città medie e grandi, tutto questo non è comprensibile se non si tiene conto dell’analisi delle condizioni sociali e culturali delle classi lavoratrici.
L’interessante dibattito che si è aperto all’interno di Volere la luna sui risultati elettorali locali, nazionali riferiti alle elezioni europee e poi negli altri paesi del nostro continente, sia a livello nazionale, sia in riferimento al rinnovo del Parlamento europeo, ha messo in luce molti aspetti significativi. Sono stati, infatti, sottolineati la crisi drammatica della democrazia rappresentativa, la difficoltà a riconoscersi nell’Unione Europea, per come essa è stata costruita a partire dal trattato di Maastricht, la mancanza di un progetto sociale e politico “diverso”; si è ribadita la spoliticizzazione delle “masse” in contrapposizione al “protagonismo narcisistico” delle autoproclamate “avanguardie”; si è riaffermata l’importanza dell’antifascismo e della riproposizione della pace, ma si sono anche evidenziati i limiti e le insufficienze di una posizione principalmente fondata solo su queste due priorità. Nelle analisi approfondite del voto si è messo in evidenza come l’onda elettorale della destra non sia stata complessivamente così alta, come i media avevano fatto credere, sia in Italia, sia in Europa; i risultati delle elezioni britanniche e francesi, infatti, sembrano confermare questa valutazione, anche se la vittoria laburista (o meglio la sconfitta dei conservatori) è densa di ambiguità e di limiti di programma e se la “convergenza repubblicana” francese toglie poco all’affermazione popolare della destra estrema e non garantisce una svolta progressista.
Ma, come si sa, alle elezioni bisogna decidere se votare e, in caso affermativo, per chi e come votare: questo aspetto ha finito per prevalere, forse, nel nostro dibattito. Così nella povertà dei programmi e nella loro indeterminatezza, qualcuno di noi è andato alla ricerca di candidati in grado di essere protagonisti nella “battaglia delle idee”, nella “trasparenza democratica”, nella “creazione collettiva”, all’interno delle diverse liste della “sinistra radicale” oppure tra gli indipendenti nelle liste dei partiti del “campo largo”; altri, invece, si sono schierati con la maggioranza reale e si sono astenuti. E c’è chi, in assenza di qualche “grande leader” che faccia la differenza, si è rassegnato a votare per i soliti partiti. Poi, espletato oppure no il diritto/dovere civico del voto, si è riproposta la solita domanda: che fare? Qualcuno ha proposto di lavorare all’interno dei partiti del “campo largo” collocati più a sinistra perché valuta che oggi, in Italia, le forze politiche non possono “nascere dal basso” a causa della “pochezza delle lotte sociali”; all’opposto qualcuno ha invitato a tornare sulle strade, sul territorio, forse proprio per stimolare la nascita di nuove lotte sociali. Ma se quello che ci troviamo davanti è un “sacco di patate”, come diceva Marx, forse bisogna ragionare su tempi lunghi, che non sono quelli che intercorrono tra una scadenza elettorale e l’altra, e su modalità diverse di lavoro politico nel sociale.
Anche se la storia non solo non è finita, ma è addirittura in larga misura imprevedibile e riserva spesso eventi inattesi e conseguenze impreviste, bisogna avere la capacità di leggere e interpretare i fatti anche piccoli che accadono attorno a noi. Prendiamo, ad esempio, la lotta dei lavoratori della ex GKN: è sicuramente un episodio singolare, ma significativo ed esemplare, non solo per la capacità di durare nel tempo (tempi lunghi, appunto!), ma anche e, a maggior ragione, per l’abilità messa in atto di far convergere gruppi e settori diversi, non solo operai, per costruire pratiche e culture autonome, per aver elaborato in termini pratici e concreti una riconversione industriale in un’ottica pubblica e rispettosa dell’ambiente. È una lotta nata “dal basso”, come tutte le lotte sociali, ma è riuscita a legarsi con una visione “dall’alto” dei problemi strutturali della nostra economia disastrata, preda di finanziarie multinazionali e di capitalisti locali, irresponsabili e straccioni, abituati a drenare risorse pubbliche e a evitare doveri fiscali e sociali. Oggi questa lotta è arrivata al punto cruciale, non solo perché non si può pensare di trascinarla ancora tanto oltre i tre anni per i quali è fin qui durata, ma soprattutto perché essa è arrivata a misurarsi con le istituzioni che devono, a questo punto, decidere da che parte stare e quali provvedimenti prendere per risolvere la vertenza. E l’istituzione, il Consiglio regionale – dove siedono proprio i rappresentanti di alcuni di quei partiti dei quali si è discusso a proposito del voto – deve misurarsi con la capacità di rispondere alle richieste dei lavoratori della GKN, che hanno addirittura elaborato con i loro solidali una proposta di legge apposita. Dunque, la lotta obbliga oggi quei “rappresentanti” a schierarsi, a prendere posizione, ad assumersi la responsabilità che è stata loro attribuita dal voto: il loro comportamento concreto ci dirà se hanno senso, oppure no, eventuali tentativi di cercare di incidere nel “campo largo” della sinistra istituzionale locale, se nei momenti elettorali è stato efficace, oppure no, cercare di sostenere, all’interno delle diverse liste, candidati ritenuti sensibili alle battaglie sociali.
Questa lotta piccola, ma esemplare, ci fa capire, quindi, che la rappresentanza ha senso solo se c’è un protagonismo sociale che la giustifichi, la motivi, la responsabilizzi. Naturalmente si potrebbero fare altri esempi, forse meno esemplari e clamorosi, ma pur sempre significativi in campo sociale, come le varie vertenze sull’abitare che incominciano a crescere a livello nazionale, soprattutto nelle città più grandi: gli sviluppi futuri di queste e di altre esperienze indicheranno se bisognerà pensare di costruire un cantiere che, partendo dalle pratiche di lavoro nel sociale, sperimenti nuove forme di aggregazione politica non finalizzate, almeno nell’immediato, alla rappresentanza nelle istituzioni. Anche la stessa stagione referendaria promossa principalmente dalla CGIL, con tutte le sue potenzialità, ma anche con gli evidenti rischi ben noti, sembra indicare che la strada politica passi oggi prioritariamente per la mobilitazione sociale.
Basterà andare strada per strada e sul territorio? Probabilmente occorrerà anche sperimentare nuove modalità di mutuo aiuto e di cooperazione sociale che sono, ad esempio, presenti nella lotta GKN; alle lotte e alle vertenze bisognerà, quindi, collegare anche iniziative culturali e ricreative che valorizzino quelle esperienze, soprattutto agli occhi delle nuove generazioni, ma non solo. Come scriveva Marx, per sentirsi classe bisogna condividere non solo una condizione materiale comune, ma anche culture materiali e intellettuali e uno stile di vita collettivo che si contrapponga alla cultura dominante e alla sua concezione della vita totalmente subordinata al lavoro per sopravvivere e per arricchire i ceti al potere.
È evidente che questa ipotesi di lavoro richiede, però, anche che la parte sociale progressista presente nel mondo dell’intellettualità e delle professioni sociali, nelle università e nelle scuole, nella sanità, nei campi dell’informazione e dell’arte prenda posizione, apra un confronto interno alle categorie del ceto medio e si schieri dalla parte dei lavoratori, per un nuovo modello ambientale, economico e sociale. Per questo aspetto non basta ragionare su tempi lunghi; occorre soprattutto avere uno sguardo sugli spazi larghi, oltre il proprio territorio, oltre i confini nazionali: oggi tutta la situazione mondiale è in movimento. Il vecchio ordine occidentale conosce una crisi di legittimità inedita e si sente minacciato dalla crescita delle nuove economie all’est e al sud del mondo. La vicenda, a un tempo ridicola e drammatica, dei candidati all’elezione del presidente degli Stati Uniti ne è una rappresentazione plastica. I “cattivi maestri” del Corriere della sera e di Repubblica, quelli fortemente insediati e arroccati nei diversi canali televisivi o disseminati nelle piattaforme social, ci vorrebbero tutti tristemente omologati a uno stile di vita che distrugge l’ambiente e insieme le relazioni sociali, ci vorrebbero tutti fanaticamente arruolati nella guerra contro tutti gli altri per salvaguardare il dominio delle classi dirigenti occidentali. È chiaro che se non si riesce a contrastare efficacemente questa narrazione tossica, che sta aprendo ampi spazi al fascismo moderno, al razzismo e al sovranismo, difficilmente si potrà costruire un blocco sociale che sappia delineare un’alternativa credibile agli occhi di quei lavoratori e di quei cittadini che si rifugiano nell’astensionismo o nel voto alla destra. Saranno, dunque, le lotte sociali e il conflitto culturale a preparare il terreno sul quale, con tempi lunghi e con uno sguardo ampio, potremo costruire un efficace rapporto con la politica a livello istituzionale.
