È laborioso e complicato ricostruire la fisionomia del diritto penale che la maggioranza di destra ha prodotto negli anni dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. La difficoltà sta nel fatto che si è di fronte a un diritto penale proteiforme, dalle molte e mutevoli sembianze.
È un diritto penale del nemico, che sceglie come bersagli della repressione penale quanti vivono nel disagio sociale, gli irregolari, i dissenzienti, i protestatari, gli alternativi, e, naturalmente, i migranti. Assumendo una posizione di rigore estremo nei confronti della marginalità sociale, dei reati di strada e di tutte le forme di azione politica e sociale che fuoriescono dai binari della più stretta legalità formale.
È un diritto penale dell’amico, declinato, come sottolinea Alessandra Algostino «in senso classista e autoritario», che attua la depenalizzazione dei reati dei colletti bianchi e introduce tutele privilegiate per le forze di polizia, così veicolando «l’immagine dello Stato come autorità». Mostrando indulgenza verso illegittimità, abusi e devianze dei detentori del potere e introducendo nel processo penale sempre più complesse e sofisticate garanzie che però saranno utilizzabili solo dai soggetti culturalmente ed economicamente forti e meglio difesi.
È un diritto penale di segno neocorporativo, utilizzato con grande e spregiudicata flessibilità per inviare messaggi rassicuranti a particolari settori della popolazione, a categorie professionali, a segmenti delle istituzioni, anche allo scopo di coprire il vuoto di effettive iniziative di protezione che richiederebbero impegni seri e concreti in termini di uomini e mezzi più che vacue e stentoree “grida” repressive.
È un diritto penale della perenne emergenza, generato da una decretazione d’urgenza ormai giunta al parossismo e divenuto meccanico riflesso condizionato di risposta agli allarmi lanciati dalla cronaca nera ed alle ansie ingenerate nella popolazione da media troppo spesso a caccia di sensazionalismo.
È un diritto penale massimo, per il suo gigantismo e per la proliferazione delle fattispecie, delle aggravanti, degli aumenti incontrollati delle pene, in frontale contrasto a quel “diritto penale minimo” che da tante parti, anche a destra, si continua ad invocare.
È un diritto penale erratico, asistematico, imprevedibile, che ha definitivamente abbandonata la strada del tradizionale orientamento di law and order, per divenire reazione impulsiva al malessere sociale, incurante dei canoni di coerenza, di razionalità giuridica e di ragionevolezza che soli possono garantire l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge penale.
Infine, per l’effetto congiunto di queste caratteristiche, il diritto penale di questi anni è anche un diritto dell’insicurezza giuridica e sociale. Insicurezza giuridica, in primo luogo, perché molte delle nuove fattispecie incriminatrici sono indeterminate e perciò creeranno pericolose incertezze tra i cittadini e gli operatori del diritto. Insicurezza sociale, inoltre, perché invece di “strade illuminate” e di presidi umani e tecnologici idonei a proteggere i cittadini contro il crimine si affida tutta la deterrenza alla proliferazione dei reati e all’elevazione delle pene mentre si moltiplicano, incessanti e martellanti, le aggressioni che mirano ad indebolire la magistratura, che è il primo agente della legalità repubblicana.
In definitiva siamo di fronte a un diritto illiberale che rappresenta l’esatto pendant dei progetti autoritari di revisione della Costituzione repubblicana coltivati dalla maggioranza di destra che governa il Paese. Parliamo di progetti chiari, scoperti, esibiti, che puntano da un lato all’accentramento del potere nella figura di un presidente del consiglio dei ministri “pigliatutto”, eletto direttamente dal popolo, e, dall’altro, a una riduzione dell’indipendenza del giudiziario da realizzare anche grazie alla rinascita della corporazione e della gerarchia interna. Saranno queste tendenze, accentratrici e verticistiche, a vincere nell’Italia del prossimo futuro, investita, al pari di altri Paesi dell’Occidente, da un’onda di destra che si è diffusa tanto nel Paese dominante, gli Stati Uniti, quanto in molti Stati europei sinora di sicura tradizione democratica? E sarà davvero l’autoritarismo la risposta più naturale e meglio accolta dalle opinioni pubbliche dei Paesi democratici al lungo elenco di “paure” – degne di un romanzo di Stephen King – che le turbano: la sostituzione etnica, la minaccia della criminalità, l’insicurezza economica, e via dicendo?
Nell’assoluta incertezza su “come andrà a finire” la fase inquieta che attraversiamo, nutriamo una sola soggettiva certezza: non è il tempo delle posizioni defilate, attendiste, di comodo. Occorre restare saldamente sul fronte dei principi liberali e democratici in politica e dell’illuminismo e dell’umanità nel campo del diritto penale. Sapendo cogliere ansie e inquietudini dei nostri concittadini ma cercando di offrire risposte diverse da quelle indicate da un governo che, proprio sul terreno delle istituzioni e del diritto penale, sta mostrando il suo volto più aggressivo ed estremista. E continuando tenacemente a indicare alternative praticabili e cure intelligenti e mirate di contro alla indigeribile e fallimentare ricetta della destra: riempire i fogli della Gazzetta Ufficiale di più reati, di più pene, di più vuote minacce di repressione e accentrare la maggior quota di potere politico possibile nell’esecutivo e nel premier.
L’articolo riproduce parte dell’introduzione al numero di Questione Giustizia dedicato al diritto penale della destra, anticipata nel sito della rivista (https://www.questionegiustizia.it/articolo/editoriale-dir-pen-destra)
