La rinascita greca di Genji lo Splendente

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Quando, all’inizio dello spettacolo, davanti al teatro, lungo il torrente Parma, l’attore Vasilis Tryfoultsanis urla in greco qualcosa che non possiamo comprendere, non immaginiamo che quel prologo di ordinaria ambientazione urbana lascerà il posto di lì a poco a un ribaltamento spaziale e temporale. Entrati a teatro, al posto del foyer percorriamo lo stretto corridoio di una casa giapponese: le pareti listate di legno, i pannelli chiari che opacizzano figure e ambienti. Quindi veniamo ricondotti all’esterno, dal lato opposto, invitati a sederci sulla scena dell’arena all’aperto. A pochi passi dal pubblico siedono i cinque musicisti dell’Oros Ensemble, mentre lo spazio dell’orchestra e della càvea dell’arena è occupato da cantanti, danzatori, attori.

La regista greca Marilena Katranidou, mettendo in scena il racconto di Marguerite Yourcenar L’ultimo amore del principe Genji, nuova produzione del Teatro Due presentata come apertura della stagione, ha riscritto lo spazio teatrale parmigiano ricreando gradualmente una nuova anima, giapponese e greca, dalla creazione della scrittrice belga. Una rilettura che ritesse l’idea con cui Yourcenar aveva immaginato una sua personale conclusione del finale incompiuto della biografia del protagonista del romanzo-fiume Gengji Monogatari, modello supremo della letteratura giapponese, scritto nell’XI secolo dalla “dama di corte” Murasaki Shikibu.

«Quando Genji il Rifulgente, il più grande seduttore che mai abbia stupito l’Asia, ebbe raggiunto il suo cinquantesimo anno, si accorse che bisognava cominciare a morire […]. E così distribuì i suoi beni, congedò i suoi servitori, e si accinse ad andare a finire i suoi giorni in un eremitaggio che aveva avuto cura di far costruire sul fianco della montagna». Ho citato per esteso l’inizio del racconto perché esemplifica in poche righe il miracolo di stile con cui Yourcenar ha ritessuto la lingua del Giappone antico di Murasaky Shikibu. Miracolo che consiste nel farci entrare in una dimensione così assoluta e compiuta da non consentire al lettore di opporre resistenza. Bene ha fatto Katranidou a non teatralizzare in sequenze dialogiche la selettività poetica di quella lingua, e a mantenersi aderente alla lettera del testo, senza rimaneggiarlo. Proprio questa scelta apparentemente anti-teatrale le ha permesso di conseguire il massimo di teatralità dal suo congegno, ottenuta attraverso una traduzione tutta estetica (degni di lode i costumi di Dido Gkogkou), visualista e musicale del racconto.

Sotiria Koutsopetrou è la Signora-del-villaggio-dei-fiori, la “dama di corte” che mediante l’inganno riesce a condividere l’isolamento di Genji, Christos Strinopoulos, allegoricamente resuscitato dalla iniziale apparizione in video e vanamente inseguito sulla càvea. Anche lui del resto seduce nuovamente con l’inganno la dama, perché la menzogna è il principio ordinatore dell’Eros di corte, della vita libertina di Genji e di quel mondo di privilegi di classe. Aliki Atsalaki, Dimitra Kandia, Eirini Kyriakou, Sotiria Koutsopetrou, Katerina Peki, Konstantina Samara sono le convincenti interpreti, sorta di coro neo-tragico, delle lasse poetiche e delle cadenze solenni, mitiche, di questa vicenda d’amore, sortilegio e morte. I gradoni dell’Arena all’aperto sono la scena di una azione e narrazione fisica, proiezione di un “altrove” greco antico-moderno.

Questa compagnia di giovani attori greci riduce così quel senso di sottile estraneità, che sottrae il Giappone al tentativo di contatto della cultura occidentale-latina. Non solo perché la fredda eleganza, che in un felice reportage-narrazione Goffredo Parise aveva percepito nel 1982 come distintiva dell’identità di quel Paese, è come mitigata passando attraverso i corpi e i volti mediterranei degli interpreti. Più ancora perché l’artista greca ha ripensato e approfondito l’ambiguità presente già nel titolo, Nouvelles orientales, con cui nel 1932 Marguerite Yourcenar aveva accostato Estremo e Medio Oriente con la Grecia e i Balcani in una miscellànea di racconti.

Per poterlo fare Katranidou ha dunque trasformato l’edificio stesso del teatro nella combinazione di una casa giapponese e di un teatro greco. Questa prima mossa del suo congegno scenico è seguita però da una seconda mossa. La lingua greca in cui ha trasferito il francese eletto della Yourcenar e l’emozionante musica eseguita dal vivo dall’ensemble greco Oros, sono il tramite dell’attribuzione di un nuovo valore interpretativo al testo originale. Quel che la scrittrice belga non aveva per sua stessa ammissione adeguatamente motivato, la fusione cioè dell’Estremo Oriente con il mondo greco e balcanico, viene inverato nella scena mediante un tentativo di autenticazione che avviene attraverso la forza del linguaggio del corpo, del canto, della musica.

Le foto nella homepage e nel testo sono di Andrea Morgillo

Gli autori

Olindo Rampin

Olindo Rampin è nato a Venezia e vive a Parma. Insegna Discipline Letterarie nelle scuole superiori. Scrive, tra racconto e critica, di teatro e di danza.

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