Mentre il Governo israeliano cerca di portare a compimento il genocidio dei palestinesi, la desertificazione di Gaza e la completa colonizzazione della Cisgiordania, l’unica speranza di contenerlo e di rovesciarne la politica sta nelle “piazze” del mondo. Come è accaduto, qualche decennio fa, per la guerra in Vietnam e per l’apartheid in Sudafrica. La crescita esponenziale del movimento pro Palestina infatti, seppur in modo ancora insufficiente, rafforza l’opposizione a Netanyahu in Israele e comincia ad aprire qualche breccia nel, fino a oggi granitico, sostegno/complicità con Tel Aviv dei governi occidentali. Ciò allarma Israele, che – in modo doppiamente spregevole – ingaggia e finanzia compiacenti e venali influencer per sostenere che a Gaza la vita scorre prospera e serena, e l’establishment di Stati Uniti ed Europa, che tenta in ogni modo di screditare (oltre che reprimere) la mobilitazione pro Palestina. L’operazione non sorprende, ché le guerre e i conflitti moderni usano la propaganda tanto quanto le armi. A colpire è, peraltro, la pervasività del pensiero dominante e la sua capacità di influenzare anche settori culturali e politici lontani dalla barbarie sionista.
La riflessione sorge spontanea leggendo il recente editoriale della direttrice di MicroMega, Cinzia Sciuto, “Ucraina, Gaza e la solidarietà selettiva della sinistra”. Sostiene, infatti, Sciuto che la poderosa mobilitazione filo palestinese (attuata – aggiunge l’autrice con impropria ironia – «in un tripudio di kefiah, di orecchini a forma di anguria, di campane, di bandiere, di “Palestina libera” e che echeggia ai concerti, alle sagre, persino alle lezioni di acquagym») è in qualche modo sospetta, non solo perché «sorvola sistematicamente sul fatto che lo sterminio in corso del popolo palestinese è stato innescato dalla barbarie del 7 ottobre e che i dissidenti di Hamas dentro Gaza sono stati e continuano a essere ancora oggi perseguitati e uccisi», ma soprattutto perché non si accompagna a un’analoga mobilitazione in favore dell’Ucraina, «completamente abbandonata dal popolo che si autodefinisce di sinistra e per il quale stare dalla parte di Davide contro Golia dovrebbe essere naturale». Ciò avviene – sempre secondo Sciuto – per una sorta di deformazione della sinistra secondo cui «l’Occidente è colpevole di ogni nefandezza e Israele è una sua sua costola, […] mentre stare dalla parte degli ucraini costringerebbe […] a riconoscere che l’aggressore per una volta non è l’Occidente ma la Russia e che a resistere non è un popolo colonizzato del Sud globale ma un popolo bianco, che guarda a Occidente». Come se non bastasse, l’editoriale si conclude con la spericolata affermazione che «il sostegno dei governi occidentali all’Ucraina è stato timido ed è stato frenato proprio da un’opinione pubblica a dir poco tiepida» mentre avrebbe potuto essere ben più consistente «se l’intera società civile dei nostri paesi si fosse mossa a sostegno del popolo ucraino».
Si tratta – lo dico con rammarico e preoccupazione – di un mix di inesattezze (per usare un eufemismo) e forzature davvero sorprendente che non può essere lasciato senza risposta, anche per l’autorevolezza della testata e il suo impegno in molte battaglie libertarie anche sulla questione palestinese.
È certamente vero che la sinistra movimentista (non certo quella istituzionale, fino a pochi mesi fa – e, in parte consistente, ancora oggi – acriticamente allineata con la destra nel sostegno militare all’Ucraina e a Israele) è scesa in piazza con una passione e una partecipazione da tempo sconosciute in favore della causa palestinese e non anche di quella ucraina. Ma ciò è accaduto per molte buone ragioni e, lungi dall’essere criticato, dovrebbe essere ulteriormente sollecitato e potenziato. Tra le molte buone ragioni mi limito, per ragioni di spazio, a segnalarne tre.
Primo. C’è una considerazione generale, ovvia ma che è bene ribadire. Da sempre, a fronte di guerre e conflitti che si vogliono far cessare, le manifestazioni di piazza – almeno nei sistemi democratici, ché le dittature seguono tutt’altre logiche imposte dall’altro – si dirigono verso il proprio campo e non verso quello opposto, anche quando le responsabilità sono, in misura maggiore o minore, condivise. Non (o almeno non necessariamente) per pregiudizi ideologici ma perché le politiche di cui si può, realisticamente, esigere il cambiamento sono quelle del proprio paese e delle potenze con esso alleate e poi, sotto l’aspetto soggettivo, per evitare una complicità altrimenti automatica. Il milione e più di israeliani e israeliane che continuano a scendere in piazza contro Netanyahu non lo fanno certo perché favorevoli ad Hamas (o perché ne dimentichino o sottovalutino le atrocità) ma per tentare di salvare gli ostaggi ancora in vita e per far cessare il massacro in atto fermando la mano dei propri rappresentanti (cioè facendo quanto nelle loro possibilità). Così gli europei – e gli occidentali in genere – manifestano (possono/devono manifestare) per indurre chi li governa a interrompere il sostegno al Governo di Tel Aviv e per mostrare al mondo, e anche a Israele, che l’Occidente non è solo quello che appare nei media e negli inutili summit di facciata. E ben venga che la protesta (e la solidarietà al popolo palestinese) si esprima in tutti i modi possibili, anche – con buona pace di Sciuto – durante lezioni di acquagym o corse ciclistiche… Superfluo dire che sostenere la causa palestinese non significa ignorare o giustificare la barbarie dell’attacco del 7 ottobre e neppure condividere le politiche di questa o quella formazione al governo a Gaza o in Cisgiordania. Il doverlo ribadire è indice solo del regresso culturale e della barbarie (uso non a caso il termine) che attraversano il dibattito politico nel nostro Paese.
Secondo. Ma perché – continua Sciuto – la sinistra movimentista non manifesta allo stesso modo per l’Ucraina? Per una ragione molto semplice, addirittura intuitiva, che ha a che fare con la profonda diversità delle due situazioni e con le diverse posizioni dei governi occidentali al riguardo. Cominciamo dalla diversità delle situazioni. Le guerre, tutte le guerre, sono un crimine e non uno strumento di governo del mondo o – per usare le parole della nostra Costituzione – di risoluzione delle controversie internazionali. E quella stessa sinistra che scende in piazza per la Palestina ha fatto altrettanto e lo fa, con maggiore o minore intensità, per la pace e contro ogni guerra e ogni terrorismo, indipendentemente dai suoi protagonisti (nella mia città – Torino – ciò accade ogni sabato, da 170 settimane e ad animare i presidi sono in buona parte le stesse realtà impegnate nelle manifestazioni pro-Palestina). Ma è davvero sorprendente che non si colga la diversità tra una guerra (sanguinosa e ingiustificabile – lo si ripete – come tutte le guerre che, anche in questo momento, attraversano il pianeta) e un genocidio programmato e attuato in modo spietato e scientifico, non – come si dice – dal 7 ottobre 2023 ma da quando chi governa Israele ha deciso che “la Palestina è uno Stato senza popolo”. Un genocidio che si accanisce su bambini e neonati, che affama volontariamente un intero popolo e distrugge intenzionalmente ospedali e luoghi di cura, che uccide in modo mirato chi prova a documentarlo, che viola tutte le risoluzioni internazionali e delegittima chiunque non avalli i suoi obiettivi e i suoi metodi. Come non comprendere che quello in atto a Gaza (e in Cisgiordania) è un crimine senza paragoni, un unicum nel nuovo millennio, che ha uguali solo nelle peggiori atrocità della storia? Un crimine che impone una protesta e una mobilitazione eccezionali, che dovrebbero essere ben maggiori di quelle in atto. Ogni guerra – e quella in corso Ucraina in particolare – esige una ferma presa di distanza, la denuncia dell’aggressore, l’individuazione delle cause che l’hanno determinata, la richiesta di trattative dirette a farla cessare. Ma il genocidio richiede qualcosa di più: richiede l’impegno, senza se e senza ma, a fermare la strage e a isolare e processarne i responsabili. È questa la ragione della unicità e della specificità, anche rispetto alla guerra in Ucraina, delle manifestazioni in favore della Palestina e non una preconcetta ostilità nei confronti dell’Occidente o, addirittura, una indulgenza o simpatia nei confronti di Putin (che il popolo di sinistra, in realtà, contesta da sempre, da quando, per restare nel nostro Paese, l’establishment lo vezzeggiava nel G8 di Genova mentre i manifestanti contro un vertice foriero di guerre e sfruttamento venivano brutalmente caricati e percossi).
Terzo. I governi occidentali sono tutti schierati, senza apprezzabili distinguo, con l’Ucraina. Lo sono sotto il profilo umanitario: l’accoglienza europea degli ucraini in fuga dal loro paese è, opportunamente, senza precedenti (ben 5.908.200 rifugiati, al 30 novembre 2023, secondo la competente agenzia dell’ONU) mentre – non si può fare a meno di rilevarlo – i palestinesi che cercano di raggiungere l’Europa attraverso il Mediterraneo vengono respinti e fatti annegare in mare (e l’Italia mena gran vanto per l’accoglienza nei propri ospedali di alcune centinaia di bambini di Gaza traumatizzati o mutilati dalle bombe israeliane…). E merita aggiungere – anche se i più lo dimenticano – che in primo piano nell’accoglienza dei rifugiati ucraini sono spesso organizzazioni (cattoliche e non), contemporaneamente mobilitate contro il genocidio a Gaza. Ma il dato che qui rileva è quello politico-militare. L’Unione Europea sostiene l’Ucraina a livello diplomatico ed economico e, soprattutto, con la fornitura di armi e di assistenza strategica. Di più, lungi dal promuovere o favorire trattative capaci di far cessare un conflitto che, acuito dall’ingiustificata invasione russa, ha, peraltro, cause risalenti e responsabilità molteplici (anche oltre le parti che si combattono in campo), continua a incitare l’Ucraina a combattere fino a una impossibile “vittoria finale”. In questa situazione manifestare per la pace, per la fine delle ostilità e per l’apertura di una trattativa che affronti tutte le questioni sul tappeto è doveroso – e, come si è già ricordato, viene fatto dai movimenti (sia pure, anche qui, in maniera insufficiente) – ma scendere in piazza acriticamente “per l’Ucraina” significa solo, nei fatti, sostenere le politiche dei governi europei, che sono uno dei più rilevanti ostacoli alla pace. Ed è questo, purtroppo, che chiede Sciuto: un più convinto sostegno della società civile per consentire ai governi europei e occidentali di “fare di più”. Un “fare di più” che significherebbe soltanto la fornitura di ulteriori armamenti, l’invio di eserciti europei in Ucraina e, magari, una guerra nucleare: una prospettiva che non va certo incentivata, ma ostacolata con la massima mobilitazione.
Le ragioni del diverso atteggiamento del popolo di sinistra di fronte al conflitto in Ucraina e al genocidio palestinese sono, dunque, molte e assai diverse da quelle evocate nell’editoriale di MicroMega. L’auspicio è che quel popolo, a dispetto dei tentativi di silenziarlo e delegittimarlo, mantenga e potenzi un’identità e una lucidità che sono, oggi, il solo veicolo di speranza: per la Palestina, per l’Ucraina e per il futuro del pianeta.

Vorrei aggiungere, a proposito della guerra in Ucraina, che in questo caso non sbaglia di grosso (come fa di solito) addirittura Trump che la definisce “la guerra di Biden”.
Non dobbiamo mai dimenticare che l’origine ultima della guerra attuale in Ucraina sta nel golpe di piazza Maidan con cui sobillatori (anche, in particolare quelli armati, neonazisti finanziati ed addestrati dai “tecnici” del suddetto Biden) in armi hanno cacciato violentemente un presidente legalmente eletto e poi hanno messo fuori legge tutti i partiti d’opposizione (a loro), a partire dal partito comunista.
I golpisti hanno poi stracciato gli accordi sottoscritti a Minsk per la pace, perché l’obietivo strategico era fermare/distruggere i gasdotti che portavano il gas russo, a buon prezzo, alle industre europee.
Dimenticare tutto questo non aiuta e MicroMega purtroppo qui si fa abbagliare in modo così vistoso da generare persino sospetti sulla sua capacità di legere davvero criticamente le cose del mondo.
Grazie per la chiarezza. Sono totalmente d’accordo, mi vergogno del mio paese che a livello istituzionale non fa niente come tutti i governi occidentali.
Sto male ogni giorno per la popolazione palestinese senza terra e casa, senza il riconoscimento della loro esistenza, per il genocidio che i famosi occidentali nel xx secolo dicevano mai più. Mi auguro ci siano sempre più voci istituzionali e di potere che si attivino al massimo per fermare questo genocidio malgrado sia ormai tardi.
Rita
Anch’io, quando ho letto l’editoriale di Cinzia Sciuto (persona peraltro non sospettabile di interessi reconditi) sono rimasto sconcertato. Gaza e l’Ucraina non sono comparabili dato che in Ucraina si combatte una guerra mentre a Gaza si attua un vero e proprio genocidio, termine che oggi viene usato a tutti i livelli ma che fino ad alcuni mesi fa (ricordo un articolo di Luigi Manconi su Repubblica) anche a sinistra veniva contestato .
Gli interessi reconditi per un giornalista ci sono quasi sempre. Bisogna verificare chi è l’editore dela testata per cui scrive e di solito si capisce il perchè delle opiniomi che scrive. Poco dopo il cambio di proprietà di Micromega ho annullato l’iscrizione a Micromega
Aggiungerei che chi ha seguito le problematiche russo / ucraine almeno dal 2014 si sarà accorto che il conflitto diventava inevitabile.
1) il tentativo di espellere o ucrainizzare la maggioranza russofona del Donbass;
2) la volontà di entrare nella Nato da parte di un governo ucraino pressato dai neonazisti , dopo aver già accerchiato la Russia approfittando della sua debolezza dopo la caduta del ‘ muro di Berlino “;
3) la prosecuzione dell’idea americana ( e non solo) della Russia come impero del Male; Trump nel suo altalenare da un giorno all’altro sembra privilegiare la Cina come nemico assoluto…ma anche…
Non si possono mettere sullo stesso piano Palestina ed Ucraina per tutti questi motivi e forse tanti altri.
L’ analisi di Livio Pepino è.veramente ottima . Complimenti