La nazionale italiana di calcio è in crisi nera da più di dieci anni. Come tutti sappiamo non si è qualificata agli ultimi mondiali e attraversa una fase di mediocrità individuale che non sembra aver fine. In questo decennio, ogni volta che la crisi si materializza sotto forma di una sconfitta particolarmente grave, per non più di un paio di giorni i tanti giornalisti e influencer tuttologi si affannano a cercare ricette. Cosa anche auspicabile, perché in questo modo la loro tuttologia nuoce a qualcosa di tutto sommato marginale e non nuoce al discernimento collettivo rispetto a eventi storici epocali. Passata la bufera, non cambia assolutamente niente. I padroni del vapore sono sempre gli stessi, i presidenti delle grandi squadre imperversano e non sono disponibili a concedere nulla che possa ridare qualche spazio di libertà alla nazionale a scapito dei loro affari. Così, alla fine dei conti, l’unico argomento trasversale che sembra mettere d’accordo tutti e che vale per tutte le occasioni è il seguente: “Noi siamo l’Italia”. Giochiamo contro la Norvegia, una squadra mediocre ma che possiede dei giocatori che sono palesemente migliori dei nostri? Si, certo, ma “noi siamo l’Italia”. Finiamo così per perdere meritatamente contro una squadra più forte di noi? Sì, vero, ma alla fine ci qualificheremo perché “noi siamo l’Italia”.
L’altro giorno ho sfidato mio figlio a calcio, uno contro uno. Mi sono approcciato alla disfida sorridendo: certo, dalla sua parte c’era tutta l’energia dei suoi nove anni, un fatto che ormai giochi a calcio sul serio da tre anni, la sua attitudine e la sua preparazione fisica. Dalla mia parte l’età avanzata, una forma fisica che è un lontano ricordo di stagioni andate, una disabitudine ai movimenti calcistici. Tutto vero, però non potevo perdere, in fondo “io sono quello che ha giocato a calcio a buon livello”. È finita malissimo ovviamente. Ma sono certo che non perderò ancora. Come cantava Guccini? “Gli eroi son tutti giovani e belli” e, nonostante l’evidenza del passare degli anni, quanto a me non posso aver dubbi sul fatto di esser ancora giovane e bello… Vincerò, perché “io sono io, mica posso perdere con mio figlio?”.
Israele bombarda l’Iran accusandola di avere la bomba atomica. Tutti noi sappiamo che non è così e che la minaccia esistenziale è un pretesto per annientare uno Stato sovrano (per il cui governo non nutro alcuna simpatia, ovviamente). In realtà veniamo a sapere che chi ha la bomba atomica ma non aderisce ad alcun trattato internazionale e si nega a ogni controllo è proprio Israele, mentre il programma nucleare iraniano è monitorato e sorvegliato con (giusta) diffidenza e attenzione. Quindi, riepilogando: per quale motivo uno Stato con la bomba atomica è autorizzato ad attaccare uno Stato senza bomba atomica solo perché potrebbe prima o poi avercela? L’unica risposta possibile è quella che sentiamo ripetere incessantemente dagli alleati occidentali: di Israele ci si può fidare e dell’Iran no, perché “Israele è l’unica democrazia dell’area medio-orientale”. Non rispetta il diritto internazionale, compie un genocidio indifferente ai più elementari diritti umani, sopprime il dissenso interno, attacca stati sovrani come se niente fosse. È uno dei peggiori “Stati-canaglia” della storia, ma è nel giusto perché “è una democrazia”.
Quel barbaro di Putin decide di attaccare anche lui un altro Stato sovrano, giustificando la faccenda con l’argomento della “minaccia esistenziale”. La reazione dell’Occidente è quella che conosciamo: non c’è nulla di più grave del non rispettare la sovranità territoriale. Per questo dobbiamo fare la guerra a fianco dell’Ucraina. È un compito morale, prima ancora che politico. Se fai notare che Netanyahu sta facendo esattamente la stessa cosa, utilizzando lo stesso pretesto, l’unica risposta spazientita è: “Putin è Putin e la Russia non è una democrazia”, mentre “Israele è Israele ed è l’unica democrazia dell’area”.
In Italia si vota una legge liberticida – a garanzia della nostra sicurezza – che di fatto criminalizza ogni manifestazione di dissenso. Anche in questo caso, se si esprime qualche cenno di preoccupazione, ti rispondono con sorriso compassionevole: “che esagerazione, fino a prova contraria restiamo una democrazia liberale in cui tutti i diritti fondamentali sono rispettati”. E infatti alla prima occasione i poveri metalmeccanici che esercitano un loro diritto fondamentale – cioè lo sciopero – vengono denunciati penalmente. Cioè accade quello che abbiamo cercato di spiegare prima, ma anche in questo caso la risposta sarà sempre la stessa: “vero, è brutto che gli scioperanti vengano denunciati, però ciò non toglie che l’Italia è l’Italia, una grande democrazia che nulla ha a che vedere con l’autoritarismo”.
In Europa – dopo decenni di misfatti culminati con gli omicidi economici di massa della Grecia – si decide che Putin è una minaccia esistenziale e non passa giorno che non desideri conquistare Lisbona e dunque si trasforma un’intera economia di scala in economia di guerra, lasciando in macerie ciò che ha definito per decenni lo stile specifico della democrazia europee, cioè il welfare state. Se lo fai notare, la risposta alla fine dei conti è anche qui la stessa: “ma che c’entra, anche se si riarma e demolisce la sanità pubblica, l’Europa è l’Europa”.
Nella più grande democrazia del mondo si stanno deportando persone a cui ormai non si riconosce nemmeno l’habeas corpus, si licenziano i professori che non la pensano come il Governo, si arrestano i politici che appartengono a partiti che si oppongono a quello dell’attuale Presidente. E tanto altro si potrebbe aggiungere. Ma nonostante questo, gli Stati Uniti restano amici fidati, la nostra stella polare. Nonostante tutto, non preoccupiamoci perché “gli Stati Uniti sono sempre gli Stati Uniti”.
In Italia abbiamo una sinistra che ha demolito i diritti dei lavoratori, che vuole il riarmo europeo e dileggia i pacifisti come se fossero dei pericolosi ingenui. Una sinistra che da tempo non dice più una parola che non sia di destra, ma ci tiene a essere riconosciuta come l’unica sinistra possibile. Perché dovremmo votarla ancora? La risposta è sempre la stessa da decenni: perché “la sinistra è di sinistra. Chi altri può essere di sinistra, sennò?”.
Ora, l’elenco degli esempi che potrei fare è infinito. Sia nella nostra vita privata sia soprattutto nella nostra vita pubblica siamo ormai a corto di argomenti razionalmente sostenibili. E dunque usiamo sempre lo stesso argomento, che esprime la disperazione e l’incapacità di fare i conti con il più grande antagonista di ogni identità, e in particolare dell’Occidente attuale. Questo antagonista è il tempo. Di fronte al tempo che passa e manifesta tutte le nostre contraddizioni rispetto all’immagine che abbiamo di noi stessi, preferiamo voltare la testa dall’altra parte. Io sono io e noi siamo noi. Nonostante il tempo stia dimostrando che noi non siamo più quel che pretendiamo di essere e anche io, tutto sommato, non mi senta troppo bene.
Ci sono due grandi limiti politici e filosofici che appartengono alla crisi dell’occidente, dietro questo elenco un po’ scherzoso.
Il primo limite è che abbiamo trasformato l’occidente da categoria storica in categoria metafisica e normativa. L’occidente è ormai nient’altro che un postulato della volontà, più o meno come la mia bravura a calcio cancellata da decenni di inettitudine e imbolsimento. Ciò nonostante resto un grande giocatore di calcio, non ci possono essere dubbi. La nostra identità non è più qualcosa che dobbiamo compiere, che viene dopo ed è l’effetto di come scegliamo di agire. È piuttosto ciò che viene prima e che non può essere in alcun modo messo in discussione dall’uso delle nostre azioni. Da un lato c’è l’identità e dall’altro il modo in cui noi agiamo, ciò che di fatto siamo. In questo modo, trasformando l’identità in un feticcio e sganciandola completamente dalla coerenza rispetto alle nostre prassi, essa assume una funzione ideologica: diventa il principio di autorità attraverso cui legittimiamo tutto con il suo contrario.
Il secondo limite discende un po’ da questo. Se l’identità è un feticcio e non dipende più dalle azioni che compiamo, allora tutte le categorie che prima abbiamo incrociato – Stato nazione, Europa, Usa, Israele, Italia calcistica e Italia politica – sono concetti astratti e normativi, più che organismi viventi e sottoposti al mutare della storia. L’occidente ha perso di vista il contesto dentro cui la politica acquista senso, che è precisamente il piano storico. Senza la storia, tutto resta uguale a se stesso. Ma adesso che la storia è ricominciata – come era del tutto prevedibile, nonostante la nostra presunzione – la fissità delle nostre identità diventa quasi grottesca. L’Europa che pretende di essere riconosciuta come tale facendo il contrario di ciò che la caratterizzava; una democrazia che compie crimini e genocidi ma pretende di non essere condannata perché è una democrazia; un governo che non mette in discussione le libertà fondamentali mentre arresta le persone che scioperano, persino una nazionale di calcio che non ha più uno straccio di attaccante o di calciatore in grado di creare superiorità numerica ma continua a pensarsi una potenza calcistica.
In questi giorni il presidente cinese ha diffuso un messaggio che suona anni luce lontano dalla banalità delle dichiarazioni dei leader occidentali. Ha scritto questo: «100 anni fa, l’Impero britannico dominava il commercio globale, controllando più del 20% della ricchezza mondiale. Molti credevano che il suo sole non sarebbe mai tramontato. 200 anni fa, la Francia dominava il palcoscenico europeo, con i suoi eserciti temuti e la sua cultura invidiata. Napoleone si dichiarò immortale. 400 anni fa, la corona spagnola regnava da Manila a Città del Messico, con le sue flotte del tesoro cariche di argento e seta. I re pensavano che la loro gloria sarebbe durata per sempre. Ogni impero si proclamava indispensabile. Alla fine, ognuno di essi è stato superato. Il potere diminuisce, l’influenza si sposta, e la legittimità muore nel momento in cui viene assunta piuttosto che guadagnata. Se l’America perderà il rispetto del mondo, scoprirà ciò che ogni impero caduto ha imparato troppo tardi: il mondo va avanti. Sempre». Una vera (e minacciosa) lezione di politica, di filosofia della storia e di vita. Nessuno può più permettersi di vivere nel ricordo delle proprie identità perdute. Le identità svaniscono, se non sono in grado di reggere l’urto degli imprevisti della storia. Non saremo giudicati né per quello che siamo stati né per quello che vorremmo ancora essere, ma solo per il modo in cui scegliamo di agire di fronte a ciò che accade oggi e nel tempo che viene.
La crisi dell’occidente è tutta plasticamente riassunta in questa noiosa ripetizione di un solo argomento per autolegittimarsi e assolversi dai disastri infiniti che sta combinando: continuare a rivendicare di essere uguale a se stesso mentre le sue azioni smentiscono ciò che dice di essere. Dal punto di vista culturale, affrontare questa crisi di autolegittimazione è un compito davvero fondamentale, senza il quale non troveremo le parole e gli argomenti per modificare lo stato di cose presente. Resteremo solo alla deriva in questo tempo tragicamente grottesco, tanto quanto sono grottesco – ma almeno non tragico – io che mi accanisco ancora a sfidare a calcio mio figlio.

Grazie Sergio,
un testo ‘oggi’ … lento, profondo e dolce come l’alba … di altri tempi
un testo ‘definitivo’ … in rete, attuale, preciso come la notte … che cala ogni giorno
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a rivederci leo