Nel 2008 la casa editrice Chiare Lettere pubblicava La paga dei padroni, un testo scritto da Gianni Dragoni, allora inviato de Il Sole 24 Ore e Giorgio Meletti, allora responsabile della redazione economica dl Tg La7. Insomma, due giornalisti preparati ma non militanti di un qualche partitucolo marxista-leninista. La prima pagina della corposa inchiesta ne racchiudeva compiutamente il senso: il lettore veniva informato che l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, aveva percepito nel 2007 la somma di oltre 25 mila euro al giorno. Vale a dire qualcosa in più del guadagno annuo della media dei lavoratori dipendenti italiani che, secondo i dati del centro studi della CGIL, nell’intero 2007 avevano guadagnato 24.890 euro. Un anno di lavoro contro un giorno. Mi pare inutile il commento; ma da allora, quando si parla di diseguaglianza a me viene da chiedere alla persona con cui parlo di dirmi quanto, a suo avviso, poteva guadagnare in un giorno, nel 2007, Alessandro Profumo. I più arditi non si sono mai spinti oltre i diecimila euro al giorno. La rimozione non credo sia casuale: sapevamo tutti che nel 2017 Marchionne, alla FCA, percepiva uno stipendio che era 437 volte lo stipendio di un operaio mentre l’Amministratore delegato della Fiat Valletta, negli anni Sessanta, guadagnava 12 volte più di un operaio (che era un po’ di più di quello che auspicava Adriano Olivetti: «nessun dirigente, neanche il più alto in grado, deve guadagnare più di dieci volte l’ammontare del salario più basso»). Nel 2021 Carlos Tavares, AD di Stellantis, ha guadagnato 758 volte il salario medio di un suo metalmeccanico; intanto, in Italia, il potere di acquisto delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti nell’identico intervallo di tempo continuava a scendere.
Torniamo al 2008. Di quell’anno ormai lontano un’altra lettura mi è rimasta impressa. Si trattava di un articolo pubblicato da La Repubblica e firmato da Maurizio Ricci. Il contenuto dell’articolo riguardava il fatto che in Italia la quota del PIL che andava verso profitti e, soprattutto, rendite, era sempre più alta. In sostanza otto punti di PIL erano passati dal lavoro al capitale negli ultimi venti anni (dal 1988 al 2008). Otto punti di PIL nel 2008 valevano circa 120 miliardi di euro che, suddivisi tra i 17 milioni di lavoratori dipendenti, significava circa 7 mila euro in più in busta paga. Giustamente Ricci commentava: «Altro che il taglio delle aliquote Irpef!». Di quell’illuminante articolo, che traeva i suoi dati da fonti ufficiali (BIS Working Papers No 231 The global upward trend in the profit share By Luci Ellis and Kathryn Smith) ricordo l’incipit: «La lotta di classe? C´è stata e l´hanno stravinta i capitalisti».
Dal 2008 la diseguaglianza, lungi dal diminuire, si è accentuata. Facciamo riferimento all’ultimo rapporto OXFAM (Diseguaglianza. Povertà ingiusta e ricchezza immeritata, 2025) che così descrive la situazione del nostro Paese: «Tra la fine del 2010 e la metà del 2024 si registra una dinamica divergente tra la quota di ricchezza netta detenuta dal 10% più ricco delle famiglie italiane e quella detenuta dalla metà più povera dei nuclei familiari del nostro Paese. La quota del top-10% passa in 14 anni dal 52,5% al 59,7% (con un picco del 59,9% al termine del 2023), mentre la quota del bottom-50% si contrae di quasi un punto percentuale, passando dall’8,3% di fine 2010 al 7,4% di metà 2024».
Va da sé che, nello stesso periodo (fine 2010 – metà 2024) il valore del coefficiente di Gini, che misura sinteticamente il grado di disuguaglianza della distribuzione dei redditi, ha visto un marcato aumento. Una società fortemente diseguale è anche una società priva di mobilità sociale; paradossalmente, come è accaduto in questi ultimi decenni in Italia, chi detiene il potere fa appello a sproposito al concetto di “meritocrazia” per giustificare un divario economico tra cittadini, divario che nulla ha a che fare con il merito e che quasi sempre è legato alle differenti condizioni economiche di partenza dei singoli. Con felice espressione il rapporto OXFAM parla del fenomeno dell’inversione delle fortune, che consiste in «un calo della quota di ricchezza detenuta dalla metà più povera dei nuclei familiari italiani e un simultaneo aumento della quota di ricchezza dei nuclei familiari all’apice della piramide distributiva».
Larghe masse lavoratrici hanno visto negli ultimi decenni peggiorare il proprio reddito e le proprie condizioni di vita. Intanto i più ricchi diventavano sempre più ricchi. Le masse lavoratrici non hanno trovato risposta al loro disagio individuale nelle proposte dei sindacati, i primi che dovevano difenderli nell’ambito lavorativo. Dispiace vedere oggi Landini che si accalora per la mancanza di giustizia sociale ma che non spende una parola di autocritica rispetto alla linea di estrema cautela (uso un’espressione eufemistica) tenuta dalla CGIL, il più grande sindacato italiano, almeno a partire dalla metà degli anni Ottanta. Nel frattempo la sinistra istituzionale ha compiuto una discesa ardita che l’ha portata a praticare terreni indistinguibili da quelli del centro-destra. In particolare la politica dei redditi è stata lasciata da parte, ci si è dimenticati del diritto concreto ad una giusta retribuzione in nome di più sfumati e meno onerosi “diritti civili”. Eppure, tra i primi diritti c’è quello di avere un lavoro non servile, un lavoro che non metta in pericolo la sicurezza e la salute di chi lo compie e che poi gli dia una retribuzione in grado di farlo vivere decorosamente. La gente comune questo lo sa per esperienza e se presta più orecchio alle sirene del centro-destra è soprattutto perché, in quella parte politica, vede tre elementi che, giusto o sbagliato che sia, danno sfogo al proprio disagio esistenziale: la capacità di costruire un nemico (stranieri irregolari o meno, toghe rosse etc.), la determinazione nell’esprimere la rabbia (in questo e soltanto in questo Meloni è maestra; il non-pensiero urlato e messo in scena è pur sempre trascinante e suona come un’espressione di forza) e la faccia tosta di offrire speranza al popolo bue pur attraverso un gran numero di menzogne (non credo che il popolo sia “bue” costitutivamente, ma quando si lascia circuire da palesi menzogne sì).
Che oggi potere politico e ricchezza estrema vadano a braccetto non è l’ultimo dei problemi: anzi, è il più grave pericolo per la democrazia formale e sostanziale. Ciò che ho scritto nella prima parte dell’articolo lo conoscevamo già in tanti: ma se sappiamo, perché rimuoviamo l’entità di un fenomeno disgregativo che, se non contrastato, ha portato e porterà a pessime conseguenze?
A tutti coloro che invocano l’unità della lotta, quasi scendesse dal cielo come lo Spirito Santo, vorrei ricordare che oggi l’unità non è qualcosa da cui partire, ma un obiettivo alto da costruire. Senza unità, senza masse pronte a mobilitarsi sarà difficile uscire da questo pantano. Perciò è necessario scegliere parole d’ordine efficaci – la lotta contro la diseguaglianza, la redistribuzione della ricchezza parallela alla redistribuzione del tempo di lavoro, il contrasto all’inquinamento del territorio – e smetterla di lamentarsi della mancanza di unità. È un dato di fatto sgradevole con cui fare i conti: siamo molti, ma non abbiamo un idem sentire. Per trovare un terreno comune servono il dialogo serrato e luoghi in cui dialogare affinché insieme si individuino le azioni migliori. E, a dire il vero, servirebbero anche riferimenti affidabili sia in ambito sindacale sia in ambito politico. Tutti coloro che considerano oltraggioso il modo in cui veniamo comandati (non governati, ma comandati) debbono diventare “centro” (uso un’espressione cara ad Aldo Capitini), farsi carico di diffondere idee, di suggerire comportamenti, di inventarsi azioni di protesta.
Il collante che terrà insieme il fronte frantumato dell’opposizione sociale non potrà prescindere dalla valutazione dell’entità della sconfitta culturale e materiale che la sinistra ha subito. Tale valutazione porterà per forza di cose a riconfermare eguaglianza e giustizia sociale come valori fondanti e irrinunciabili. Il coraggio di immaginare un mondo diverso e migliore (dico “coraggio” perché la nostra è la “società della stanchezza”, del torpore intellettuale e dell’assuefazione, per scuotersi dai quali ci vuole coraggio) si nutrirà dell’evidenza che l’alternativa, e cioè il piccolo cabotaggio delle pur apprezzabili proteste parziali, circoscritte a un obiettivo o nate dall’emergenza, sinora non ha mai prodotto un sufficiente effetto di contaminazione. Sì, la lotta di classe c’è stata, l’hanno vinta negli anni Ottanta i detentori di rendita, che hanno imposto le loro assurde regole a tutto il pianeta. Hanno costruito un sistema apparentemente inattaccabile ma in realtà fragile, non foss’altro perché tende verso la guerra come suo esito ultimo. Sta a tutti noi, a tutti coloro che dall’attuale assetto non ricevono, a caro prezzo, se non le briciole, riaprire la partita. Non dovremo più permettere che il lavoro vivo sia sormontato, in ogni campo, dal lavoro morto, che la rapacità dei detentori di rendita non trovi argini, che l’indifferenza nei confronti della tutela e della cura del mondo in cui viviamo diventi la regola.
