Stato d’assedio. La nostra vita

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Questo articolo sarà molto personale e me ne scuso preventivamente con i lettori. Credo però sia l’unica forma che possa utilizzare per esprimere il contenuto politico che vorrei proporre. In questi giorni il mio abitare interiore è stato un continuo andirivieni tra tre stanze più o meno buie o luminose.

La prima stanza sta nel buio di un teatro. Ho avuto modo di assistere a un meraviglioso spettacolo dedicato ai cecchini di Sarajevo. È un’opera di Roberta Biagiarelli (che ne è anche l’attrice insieme a Sandro Fabiani, per la regia di Luca Bollero) dal titolo Pazi Snajper (Attenzione cecchino) e che consiglio a tutti di andare a vedere (informazioni si trovano qui: www.babelia.org). È il racconto di una coppia di amanti (non rimane che l’amore, quando scarseggiano il cibo e le sigarette e le cose da fare o lavorare) e dei cecchini che la minacciavano, nell’assedio di Sarajevo di ormai trent’anni fa. Ne sono uscito turbato, come se quell’evento così indietro nel tempo svelasse il segreto di ciò che sta accadendo adesso e a cui non riusciamo fino in fondo a dare le parole. Nella sua profondità, l’orrore dell’assedio non è che il senso di una vita la cui contingenza si è fatta assoluta, sospesa all’arbitrio o alla potenza di un altro, la cui volontà resta oscura. Un assedio è sempre una faccenda di potere. Subìto, non contendibile, irresolubile con le parole. Cioè il contrario esatto di come abbiamo sempre inteso la politica: «Laddove la politica lascia spazi vuoti, quei vuoti vengono sempre riempiti», si recita a un certo punto. L’assedio è uno dei modi in cui vengono riempiti gli spazi lasciati vuoti dalla politica. E noi diventiamo niente più che sagome di vita o di morte. La nuda vita, la chiamerebbero i filosofi veri. Nuda vita a cui non resta che correre, restare fermi, nascondersi, rendersi visibili. E poi, magari, morire. Tutto è inutile, perché la sovranità su noi stessi non c’appartiene più.

So perché ne sono uscito così turbato. Perché ho capito che l’assedio è una delle immagini più potenti e ricapitolative del tempo barbarico che stiamo attraversando. Non c’è sfera della nostra vita che, abbandonata dalla politica, non sia stata posta in perenne stato d’assedio. Che hanno in comune i migranti, i carcerati, i precari, gli ansiosi, gli impoveriti, le donne oppresse dalla mascolinità tossica, coloro che subiscono la guerra, i reduci, gli sfollati? Che sono tutti letteralmente assediati. E se provano a muoversi, a scappare, un cecchino può mirare e sparare. Un elenco che può allungarsi ancora: sono la schiuma del mondo. Tutti quelli che sono posti sotto assedio dalla potenza di un capitalismo che non ammette più controllo e che è dominato da capitalisti cecchini, che si siedono sul trono del mondo e da lì sparano, quando vogliono e come vogliono. Per puro arbitrio, per pura violenza o per puro profitto, non c’è più alcuna differenza temo. Insieme a tutti quelli che il capitalismo opprime senza più maschere, con l’unica faccia che sembra essergli rimasta: quella della guerra. Il luogo in cui la potenza si rivela nella sua nudità, per quel che è. Tutti noi, tutti, non abbiamo ormai che paura di morire. Così, d’improvviso, per la strada e per il solo fatto di muoverci, con la sola colpa di stare al mondo. Persino io, chiuso al riparo della mia vita perbene, posata e nella parte giusta del mondo. Costretto a trasformare ogni parola che scrivo in prestazione, ogni respiro in ansia. Tutto ciò che ho, posso perderlo da un momento all’altro. E non dipende certo da me, ma dalla contingenza della competizione come paradigma del mondo. Oggi qualcuno mi legge, mi ascolta. Ma che accadrà domani, quando passerò di moda? Cerchiamo riconoscimenti, likes, visibilità, e non ci accorgiamo che l’unico successo che ci è concesso è nelle mani di un cecchino. Il perdente e il vincente, categorie del nostro occidente opulento, sono uguali dinanzi all’assedio dentro cui sono costretti. Trionfare o umiliarsi, vivere o morire. Nella società dell’ansia l’unico stato di cose consentito è l’assedio, anche da questa parte del mare.

La seconda stanza è una fotografia. Il “corridoio di Netzarim”, così si chiama. Sono giorni che non riesco a staccare gli occhi dalle immagini di questa striscia di terra che è davvero niente più che un corridoio – largo come quelli che si trovano certamente nelle mille case disseminate per il mondo dei pochi ricchi che lo dominano e che adesso lo governano anche, senza più timore di mostrarlo. Un corridoio stretto che corre lungo un mare bellissimo che lo cinge e chissà se lo assedia o lo libera. Abbiamo una tregua, finalmente. E non possiamo che rallegrarcene. La guerra è cessata, ma è cessato l’assedio? Quelle immagini ci restituiscono la pena di persone che tornano indietro, verso case che non ci sono più, con la geografia urbana irrimediabilmente travolta dalla crudeltà degli attacchi israeliani. Mi chiedo se quella crudeltà non servisse precisamente a questo: a inibire ogni possibilità di tornare a casa. Ho ricordato di quando tornavo alla mia casa d’origine. È distante, sia nello spazio che nel tempo. Me ne sono andato via che avevo diciott’anni, come tanti altri ragazzi che dalla Calabria non hanno il coraggio della restanza (così la chiamerebbe l’antropologo Vito Teti) e si affidano solo alla disperazione dell’erranza. Tornare a casa per anni è stata una forma di ritrovamento di me stesso. Ma cos’era, tornare a casa? Era ritrovare il senso dell’orientamento. Tornare a casa era sapere dove fosse casa mia. Sapere che quella era l’ultima curva dell’autostrada e di là di quella strada sarebbe spuntato il profilo di casa mia e le persone ad attendermi lì dentro. Ma è ancora tornare a casa quel pellegrinaggio di gente condannata al disorientamento? Tornare in una casa che non c’è più, da persone che in buona parte sono state barbaramente uccise? Una casa demolita è ancora casa?

In quella fiumana di gente che torna verso una casa che non c’è più non credo ci sia una sola persona che pensi che l’assedio sia finito. Gaza è l’evidenza di una civiltà che non sa più pensarsi se non sotto forma di assedio. Si torna in una casa che non c’è da una disperazione sempre più antica e sempre più penosa, mentre il nuovo padrone del mondo già blatera di spostare tutti dove vuole lui. La guerra è sospesa, ma l’assedio rimane. La guerra è sospesa solo perché l’assedio rimane. I cecchini hanno semplicemente staccato il dito dal loro grilletto – maledette siano le armi, sempre – e si affacciano dalle loro finestre. Le uniche che sono rimaste in piedi. Guardano questa fiumana di gente che torna nella trappola di Gaza e non ha più nemmeno un tetto dove nascondersi, un letto dove fare l’unica cosa che resta quando si è sotto assedio, gli amanti. Eccolo, di nuovo, l’assedio come nuovo ordine barbarico di questo nostro mondo.

La terza stanza è quella dove mi sono rifugiato per godere di un po’ di luce. È un piccolo testo di Albert Camus. Lo stato d’assedio, s’intitola. Un gioiello che aiuta ad orientarci nel tempo dei nostri assedi. Un giorno d’improvviso arriva la peste e riduce una città di mare a uno stato d’assedio. Che cos’è lo stato d’assedio a cui la città è costretta? Certo è la violenza della peste che si muove come un cecchino, che decide senza apparente ragione chi far morire e chi lasciar vivere. È la violenza che prende il posto lasciato vuoto dalla politica, che si fa essa stessa “Stato”. Ma è soprattutto l’impossibilità di uscire dalla paura. L’assedio è un ordine che ci costringe a sentirci come animali braccati. Provare paura è ormai l’unico sentimento del mondo. Da questa parte del mare e da quell’altra parte, con gradazioni diverse, con urgenze diverse. L’unica città che ci è rimasta è una trappola per prede che hanno paura.

E allora, che rimane da fare? A noi che non possiamo uscire dalla città dell’assedio, a meno di non diventare cecchini. Come si fa ad arginare l’assedio restando dentro l’assedio? È questa l’unica domanda che dobbiamo porci, credo. Camus affida al personaggio di Diego la risposta a questa domanda. Semplicemente un essere umano che non consente alla paura e che crede che «la vita non è nulla. Quelle che contano sono le ragioni della mia vita». Come gli amanti di Sarajevo, a Diego non resta che amare «il mondo e le sue estati: questo avrebbe dovuto salvarci». Perché i cecchini che decidono col loro arbitrio chi salvare e chi no «hanno dimenticato la rosa canina, i segni del cielo, i volti dell’estate, l’alta voce del mare, i volti dello strazio e l’ira degli uomini», e soprattutto perché «continuando a uccidere si finisce con l’invidiare l’innocenza di quelli che uccidiamo».

Nell’assedio in cui siamo, non resta che dimenticare la paura e stare con chi dobbiamo stare. Con quella gente misera e santa – «piccoli, straccioni e a mezz’aria» li chiamerebbe Camus – che sfida un corridoio stretto per tornare verso una casa che non c’è e non smette di annusare il profumo del cedro, di ascoltare il rumore del mare. Quella gente misera e santa che farà la guerra di nuovo e ucciderà altri innocenti in altri 7 ottobre: «Io non disprezzo che i carnefici. Qualunque cosa tu faccia, questi uomini saranno sempre più grandi di te. Se uccideranno sarà in un’ora di pazzia. Tu invece massacri secondo la legge e la logica. Non beffarti dei loro dorsi curvati, poiché da secoli le comete della paura passano sopra di loro. Da secoli essi muoiono e il loro amore è straziato. Il loro delitto più grande avrà sempre una scusa. Ma non ci sono scuse al delitto che è sempre stato commesso contro di loro».

Ora le stanze si chiudono. I nostri stati d’assedio non lasciano varchi o respiro. Eppure, come suggeriscono gli amanti di Sarajevo, «la vita è bella, anche quando non lo è». Anche sotto assedio non resta che tenere fede al profumo del cedro, al rumore del mare, al disprezzo per i carnefici e alla simpatia per le vittime.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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One Comment on “Stato d’assedio. La nostra vita”

  1. Apprezzo lo spirito di solidarietà umana tra “assediati”, insito in questo scritto dallo stile letterario-poetico. Concordo sul fatto che siamo sotto assedio ( di cui in tanti ancora non si sono resi conto o non vogliono farlo per le loro meschine convenienze), un “ordine” violento che il sistema dominante( economico-finanziario e politico) ci impone, con i suoi cecchini sempre pronti ad operare la loro carneficina senza alcuno scrupolo. Ma se la nostra condizione ( in particolare di coloro che subiscono l’attuale genocidio) e’ di tale tragicità, come si può alla fine affermare che ” la vita e’ bella ( espressione odiosa dopo il film di Benigni) anche quando non lo e’ ” ? (La vita non e’ bella, non e’ un’opera d’arte o un paesaggio da contemplare.) Come si fa, sotto assedio, a percepire ancora ” il profumo del cedro, ascoltare il rumore del mare”? Inoltre, ci si può accontentare semplicemente di dichiarare il proprio “disprezzo per i carnefici” e la propria ” simpatia per le vittime” ?

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