Milano, secondo atto

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Commentando a caldo la vicenda giudiziaria milanese (https://vll.staging.19.coop/commenti/2025/07/21/succede-a-milano-il-crollo-ma-forse-anche-no/), avanzavo la previsione che la retorica “di recupero” della classe dirigente milanese sarebbe stata all’insegna della parola d’ordine di un secondo tempo riparativo, porre rimedio allo scarso interesse sociale, correggere gli eccessi di uno sviluppo polarizzante e così via. Previsione molto facile. Fin dal primo momento lo hanno detto tutti, dal Corriere della Sera allo stesso sindaco, per non parlare del Partito democratico: ora bisognerà, nei prossimi due anni, avere maggiore attenzione per i ceti medi e la popolazione meno agiata, alla coesione sociale e via cianciando. Naturalmente sempre come se si fosse persone passate di lì per caso, e sempre al fine di… non cambiare nulla.

Si tratta, comunque, di una modalità tipica della narrazione dominante che, oggi, tende a non nascondersi dietro nessun “assoluto” (sono passati i tempi delle ideologie e dei totalitarismi!) ma avanza in forma ambigua e “inclusiva”, cercando sempre di integrare le obiezioni, risultando così tanto più efficace e pervasiva. Se di questa retorica si vuole una presentazione particolarmente sontuosa, si può ora vedere l’articoloMilano, è ora di pensare al secondo atto” dell’architetto Carlo Ratti, uno dei profeti della nuova ideologia urbana, pubblicato sul Sole 24 Ore del 27 luglio. Qui la parola chiave è “secondo atto”. Leggiamone dunque alcuni brani.

Il cosiddetto “modello Milano” – spiega l’archistar italiana oggi docente presso l’MIT di Boston – «non è niente di nuovo. È il modello di tutte quelle città che, dopo una grande reinvenzione, devono fermarsi un attimo. E pensare a quel che avverrà dopo – al Secondo Atto». Così sta accadendo alla nostra città, che fino a dieci anni fa era «una città cupa persa nel ricordo del suo passato industriale». Poi, per fortuna, è arrivato Expo 2015 e sono iniziati «dieci anni di corsa: infrastrutture migliorate, università in crescita, attrattività per studenti, turisti e “non-dom” che hanno scelto di fare base in Italia. Interi quartieri rigenerati – da City Life a Porta Nuova – restituendo vitalità a vecchie ferite urbane». «Ma il successo ha un prezzo» e da che mondo è mondo («da quando sono nate le città, circa 10.000 anni fa»), le città vedono salire i prezzi delle case ecc. E così oggi – destino inesorabile delle global cities da Babilonia a Los Angeles – «Milano è [] più cara, meno accessibile» e la gente non trova casa senza svenarsi (ma quest’ultima espressione così brutale è mia, beninteso). Notiamo comunque, di passaggio, che la notizia perlomeno è arrivata anche a Boston. Ebbene, Ratti ci fa sapere che ora è però necessario fare alcune correzioni, un “Secondo atto” appunto, affinché la città possa diventare «un laboratorio urbano per la città del futuro» (questa mi sembra di averla già sentita…).

Due i «pilastri» di questo secondo atto: uno che riguarda l’edilizia e uno «la coesione sociale». Per quanto riguarda il primo viene invocata una ridefinizione delle norme, ma anche una «discussione aperta e partecipata» (chi ricorda quanto la giunta Pisapia i primi anni si riempì la bocca di “partecipazione” può prendere le misure della vacuità di questa retorica!). Il secondo è una maggiore attenzione all’equilibrio sociale, perché «l’attrattività senza inclusione porta inevitabilmente alla crisi» (e qui Ratti ci informa che «esistono strumenti urbanistici per correggere le derive odierne», come le «quote di edilizia convenzionata» – ma davvero?). Insomma, bisogna ora occuparsi un po’ anche di chi troppo ricco non è. Una preoccupazione che però dura poco, perché subito dopo gli scappa detto che, per far fronte al costo della vita in città si potrebbe anche andare a vivere in città come Torino e Genova, presto «a meno di un’ora di alta velocità». Il che «non è fuga, è rete». Si noti come, in un articolo che dovrebbe argomentare in favore della «coesione sociale», l’autore riesca a far passare un esplicito elogio della espulsione dei cittadini non-solvibili dalla metropoli! E del resto vi si può trovare anche la seguente definizione: la città è fatta «per chi crea, per chi studia, per chi osa»… E per chi guida i tram, pulisce le strade o lavora all’anagrafe?

Tutto molto chiaro, in definitiva: la politica su Milano non può e non deve cambiare. Soltanto, ora si parlerà un po’ di più di coesione sociale, situazione delle periferie, problemi dell’abitare (e magari, se Dio vorrà, si farà anche qualcosina, essenzialmente di simbolico – su questo il centro-sinistra milanese di questi anni è campione mondiale!). Eccolo, il “secondo atto”. L’ultimo della lunga serie di inganni che i padroni del vapore, progressisti inclusivi e green, ci propinano in queste settimane in cui il sistema appare periclitante: una riverniciata sociale e sostenibile per continuare come prima. Noi però non vogliamo assistere a nessun secondo atto dello spettacolo che da troppo tempo stiamo subendo. Noi vogliamo cambiare spettacolo, regista e compagnia.

Larticolo è pubblicato anche nel sito ideeinformazione.org

Gli autori

Toni Muzzioli

Toni Muzzioli (Milano, 1971) lavora in ambito editoriale e si occupa di questioni filosofiche e politico-sociali, in una prospettiva eco-socialista. Ha pubblicato articoli e saggi per diverse riviste e siti web, tra i quali “Marxismo oggi”, “Giano”, “Lavori in corso” (Punto Rosso), “L’ospite ingrato”, “Forma Cinema”.

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