Torino. Comala e le politiche per la città

Download PDF

A volte tutto comincia da un cane. Per me, da Snoopy e dalle nostre passeggiate nell’area dell’ex caserma Lamarmora di corso Ferrucci. Per chi non conosce Torino, l’ex caserma Lamarmora, sorta sulla originaria cinta daziaria, è un pezzo importante della città e della sua storia. Edificio militare fino agli anni Settanta, una volta dismesso e passato al Comune è stato, sul finire del decennio, sede del processo a carico del nucleo storico delle Brigate Rosse. Poi sono intervenute destinazioni diverse: le più importanti, oltre al deposito di beni e attrezzature comunali, il primo comitato di quartiere e una biblioteca civica decentrata piuttosto frequentata ma presto chiusa per ristrutturazione e mai più riaperta. Nel nuovo millennio, quando l’ex caserma, come altri edifici pubblici cittadini, sembrava destinata all’abbandono, è arrivata un’associazione dal nome strano – Comala – che, avuto lo spazio in concessione del Comune, ha inizialmente occupato una piccola porzione della struttura in cui hanno cominciato ad aggirarsi, tra quattro tavoli, dei giovani musicisti e si è poi man mano allargata sino a diventare il centro di aggregazione giovanile probabilmente più ampio e significativo della città. Dal nulla – ne siamo testimoni, appunto, io e il mio cane – è nata un’area frequentata da migliaia di studenti di ogni parte del mondo, in un’aula studio diffusa (nella bella stagione, sotto grandi gazebo all’esterno), con il supplemento di bar, incontri, musica. Quel pezzo di città e quel giardino hanno cambiato faccia e pelle, proprio mentre la vecchia Torino operaia (quella delle Officine Grandi Riparazioni, della Nebiolo e della Westinghouse) lasciava il posto all’estensione del Politecnico e diventava una sorta di città universitaria. E lo diventava, a differenza di molte altre realtà, salvaguardando e inverando valori di socialità, di solidarietà, di partecipazione politica. Questo è stato ed è Comala. Un fiore all’occhiello per Torino.

Nei giorni scorsi, peraltro, i media rilanciano una notizia che è una bomba. Per l’amministrazione cittadina (la Circoscrizione in particolare) quella bella storia è finita. Nell’autunno scorso, lo spazio dell’ex caserma è stato oggetto di un bando e nei giorni scorsi la Commissione tecnica appositamente nominata ne ha deciso l’assegnazione a una cordata di organizzazioni prive di significativo radicamento nella realtà torinese la cui capofila è una piccola associazione (priva addirittura, a quanto pare, di dipendenti) con sede a Milano: naturalmente una startup, cioè – leggo su Google – «un’impresa emergente di recente costituzione, progettata per crescere rapidamente grazie a un modello di business innovativo, scalabile e spesso basato su tecnologie avanzate». Amministratori, consiglieri comunali e politici di maggioranza – ça va sans dire – si affrettano a dire che “non cambierà nulla” (sic!), che, anzi, lo spazio manterrà la sua funzione sociale e aggregativa e sarà semplicemente più moderno. Ricordate quando Diego Novelli, il sindaco torinese più amato e attento ai problemi della città, veniva contestato in quanto “sindaco dei ballatoi” incapace di lanciarsi nella straordinaria impresa della “città da bere”? Io ricordo anche come è andata a finire…

E mi torna alla mente un’altra vicenda che riguarda la gestione dei beni pubblici da parte dell’amministrazione torinese, di nuovo la Circoscrizione. Era l’aprile del 2018. Qualche mese prima, tre realtà del sociale avevano aperto in Borgo San Paolo (in una parte dell’edificio dei bagni pubblici) una mensa popolare che serviva pasti caldi gratuiti a chi ne aveva bisogno (senza chiedere certificati di povertà o Isee): a 40-50 persone al giorno, per un totale di 7.006 pasti nei 197 giorni di apertura. La mensa era totalmente autofinanziata (grazie all’appoggio del Banco alimentare, di Slow Food e di operatori del settore alimentare e ai proventi di un ristorante popolare allestito negli stessi locali dove era possibile cenare versando se e quanto si riteneva in base alle proprie disponibilità). Nell’aprile 2018, appunto, alla scadenza dell’appalto della cooperativa che aveva messo a disposizione i locali, le associazioni che gestivano la mensa chiedevano di essere autorizzate a proseguire, con una concessione temporanea, fino a che i locali non fossero assegnati al vincitore di un eventuale bando (non ancor predisposto). Richiesta di ovvia ragionevolezza per tutti, men che per la maggioranza alla guida della Circoscrizione (composta, detto per inciso, allora come ora, dal Partito democratico). La richiesta veniva dunque respinta, invocando inesistenti ostacoli di carattere giuridico, con conseguente chiusura della mensa e abbandono dei locali a un degrado protrattosi per anni. Quando si dice buona amministrazione…

Ma torniamo a Comala e all’ex caserma Lamarmora. La vicenda non è ancora chiusa. La decisione della Commissione tecnica dovrà essere confermata da un voto della Giunta e del Consiglio di circoscrizione. Prima di allora Comala cercherà, verosimilmente, di opporsi alla decisione sul piano giuridico. Il mondo associativo torinese, sperabilmente, si mobiliterà chiedendo all’amministrazione di tornare sui suoi passi. La circoscrizione, forse, rivedrà la scelta effettuata. Ma intanto alcune domande sono necessarie e ineludibili. Gli spazi sociali e aggregativi non sono forse una priorità per gli enti locali e un elemento qualificante delle loro politiche? E, dunque, la loro assegnazione e gestione va fatta con le stesse modalità di un appalto per lavori stradali o richiede delle procedure particolari? Disegnare il futuro della città è una questione politica o un problema tecnico? Nelle attività tese a promuovere la coesione sociale, la continuità, in assenza di demerito, non è forse un criterio fondamentale? Un’amministrazione e una politica che non sappiano rispondere in maniera convincente a queste domande non meritano la fiducia dei cittadini ed è inutile, poi, stupirsi se si perdono consensi, voti ed elezioni.

Ma c’è, sulla sfondo, qualcosa di ancor più inquietante, in un contesto già avvelenato dai cedimenti della Giunta comunale nella vicenda di Askatasuna e della sua (mancata) trasformazione in bene comune. Nel dibattito di questi giorni sui media c’è chi ha adombrato (o esplicitamente denunciato) un sistema clientelare di governo della città, con connessi favoritismi, e un intento punitivo nei confronti di Comala, ritenuta colpevole di essere stata in prima linea in alcune mobilitazioni significative e antagoniste (dall’opposizione all’insediamento di Esselunga nell’area contigua all’ex caserma Lamarmora sino alle manifestazioni contro il genocidio in Palestina). Anche su questo, per fugare dubbi e sospetti, ci vogliono, da parte dell’amministrazione, non minacce di querele, ma risposte chiare e univoche. Non a parole ma con i fatti.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, è attualmente presidente di Volere la Luna e del Controsservatorio Valsusa. E', inoltre, portavoce del Coordinamento antifascista torinese. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.