Israele. Docenti contro: tra isolamento e repressione

Due dozzine di accademici di Università israeliane hanno firmato una petizione nella quale si afferma che Israele sembra essere colpevole di genocidio e si chiede agli Stati Uniti di smettere di sostenerlo nella guerra a Gaza. Gli studenti di un college hanno chiesto, per questo, il licenziamento di un loro docente, Regev Nathansohn, e la direzione del college ne ha disposto il collocamento in congedo non retribuito.

Università. La prima violenza è quella delle istituzioni

Studenti e studentesse che manifestano nelle Università sono considerati da gran parte dei media e della politica come orde di violenti e la presidente del Consiglio si spinge a definirli “delinquenti”. Dimenticano, quei censori, che il dissenso, il conflitto, la protesta sono l’essenza della democrazia e che la prima e più grave violenza è quella delle istituzioni che cercano di impedirli criminalizzando e reprimendo.

Difendere l’università dal potere, non dagli studenti

Politici e media lo gridano all’unisono: gli “eccessi” studenteschi minano il ruolo dell’università. Ma a mettere in pericolo quel ruolo non sono gli studenti bensì il potere economico e politico. L’università fa il suo mestiere quando alimenta dubbi, ricerca, discute, argomenta: non quando maledice, o interdice. E soprattutto non quando obbedisce ai governi, o peggio quando ne diventa un docile strumento.

Un nuovo nemico da delegittimare e criminalizzare: le università

Se studentesse e studenti contestano e prendono parola per denunciare il patriarcato, manifestare contro il genocidio a Gaza e le politiche coloniali di Israele o contro il capitalismo fossile sono subito bollati come “intolleranti”, “violenti”, “antisemiti”. Dimenticando che la costruzione di un pensiero critico, fatto di dubbi, di ragionamenti, di ricerca è il primo compito dell’Università.

Un’altra memoria: quella delle vittime dell’occupazione coloniale italiana

Il 19 febbraio è una giornata di memoria, seppur non istituzionalizzata: quella delle vittime africane della occupazione coloniale italiana, stimate ben sopra le 500.000. Occorre partire da quella strage rimossa per decolonizzare, per sciogliere l’intreccio di potere e conoscenza che fa di ciò che chiamiamo cultura anche un luogo di dominio di alcuni su altri. È questo il compito della scuola e dell’Università.

Il carcere scoppia? C’è una risposta possibile e razionale: il numero chiuso

In Italia il carcere scoppia. Così cresce la violenza, non vengono tutelati i diritti più elementari e aumenta il tasso della recidiva. In mancanza di una radicale riforma del sistema penale c’è un solo modo per invertire la tendenza: prevedere il numero chiuso in carcere, come già avviene nelle università e negli ospedali. Non è una provocazione né un’idea bizzarra, ma un esercizio di sano realismo.