Ho letto recentemente il libro di Paola Vinay Il deserto è il mio posto preferito per guidare. Una donna nella storia pubblicato da Argolibri. Non conoscevo Paola Vinay e la sua storia. Più che ottantenne pubblica la biografia della sua vita, una biografia dettagliata, quasi pignola (in senso positivo). Nata in una famiglia di valdesi, suo padre fu il pastore protestante Tullio Vinay (1909-1996), Paola cresce intrisa dei valori religiosi e umanitari dei valdesi. Racconta di una famiglia felice, unita, appassionata, combattente, vagabonda. L’autrice ricorda tutto (forse risultato di diari o di una memoria strabiliante) dai pranzi, alle cene, dai luoghi visitati, dalle passioni, alle sconfitte, dalle malattie alle nascite, tutto è rimasto scolpito nella donna. Si sposerà con Massimo Paci (1936) notissimo sociologo, avranno due figlie (Barbara e Natalia). Anche lei lavorerà come sociologa studiando soprattutto la condizione femminile e la sanità.
L’originalità dell’opera non è nella banalità del quotidiano, ma nei valori. Scrive Valerio Cuccaroni: «Questa storia è una storia anti Iliade, perché non racconta una guerra, ma l’opposizione alla guerra, la lotta pacifista contro la guerra, che, negli anni Sessanta del Novecento, ha visto scendere in campo, anzi in piazza, un’intera generazione, milioni di giovani che, nel loro assalto al cielo, da veri Giganti cantavano “mettete dei fiori nei vostri cannoni”». Perché l’autrice sarà tra i militanti del ‘68 (quelli non violenti) conoscerà Raniero Panzieri, Giovanni Mottura, Goffredo Fofi, Luciano Gallino, scriverà sui Quaderni Rossi conoscerà una generazione di giovani (allora) sociologi impegnati nel sociale e nelle inchieste (quelle che oggi non vengono più fatte).
La delusione per la politica è forte: «Ma credevo (e credo) che, con la protesta pacifica e con le proposte, sia necessario promuovere dei mutamenti, delle riforme del nostro sistema economico, giuridico e sociale per migliorare le condizioni di vita della classe operaia, dei contadini, dei migranti, delle donne e delle fasce emarginate della società, al fine di perseguire quell’uguaglianza tra i cittadini scritta nella nostra Costituzione. Credevo che l’impegno in politica fosse utile per realizzare questo obiettivo”.
Scrive Goffredo Fofi: «La scrittura di Paola Vinay non è mai fredda o “scientifica” ma risponde a una esigenza che le è vicina: partendo da una vita non d’eccezione, aiutare a comprendere le difficoltà e insieme il fascino di un tempo dove il “personale” e il collettivo potevano intrecciarsi in modi più forti e immediati, più “riconoscibili” di quanto oggi non ci appaia possibile, per la distanza che si è stabilita – che ci è stata imposta tra il Privato e il Pubblico, negando ai più, a quasi tutti, e rendendo difficile anche le minoranze più persuase e determinate, la possibilità del “dono di sé per il prossimo».
La comunità valdese, in qualche modo, ha contribuito allo sviluppo della sociologia in Italia, quella sociologia credente, militante o sociale ha saputo raccontare l’Italia e aiutato la conoscenza, l’interpretazione e i cambiamenti, sempre dalla parte degli ultimi e dei deboli. Una generazione di sociologi che per età anagrafica sta purtroppo scomparendo.
