Che cosa significa, a distanza di ottant’anni, parlare del 25 aprile a scuola? Ha ancora valore di fronte ai ragazzi riportare l’attenzione sul tema della liberazione? Io credo proprio di sì, a partire da un recente sondaggio svolto all’interno del mio istituto (un tecnico-professionale) che ha evidenziato una quasi unanimità di consensi, a dir poco sorprendente. E preoccupante.
Infatti, di fronte alla domanda posta agli studenti se fosse giusta la recente scelta di riarmo dell’Unione Europea, circa il 95% degli intervistati ha dichiarato di essere favorevole. A qualcuno, poi, su base volontaria, è stato chiesto di spiegarne le ragioni. La maggior parte delle risposte ha giustificato la necessità del riarmo continentale sostanzialmente per due ragioni: l’Europa deve possedere un’adeguata dotazione militare in chiave di deterrenza nei confronti di tutti i pericolosi autocrati del pianeta e, soprattutto, bisogna farsi trovare pronti nel caso peggiore, ovvero l’invasione di un nemico. Sono state risposte che mi hanno prima allarmato, poi spinto a un’ulteriore considerazione. Perché i giovani che io conosco, non hanno dato una risposta superficiale, appunto perché ne ho sondato in tanti anni di lezioni assieme l’umanità e la loro sensibilità, per nulla banali. Nondimeno, penso che a dare tutto questo consenso alla scelta del riarmo europeo sono stati quegli stessi ragazzi che sono cresciuti in anni di grande diffusione di pace e benessere, lontani da qualsiasi approccio o vicinanza a situazioni belliche di qualunque tipo. Per esempio, il conflitto nell’ex Jugoslavia degli anni novanta è soltanto una voce del libro di storia, e nulla più.
Allora sono convinto che oggi ci sia un motivo in più per dare maggior enfasi al 25 aprile. Non tanto come invito a imbracciare di nuovo le armi e farsi trovare pronti di fronte a qualsiasi occupazione straniera, quanto per impersonare quei valori di libertà e di autodeterminazione che la lotta partigiana ha incarnato contro l’oppressione nazifascista. Prima di tutto, il 25 aprile deve ispirare nelle nuove leve un afflato di emancipazione dei popoli e degli individui che abbia come presupposto imprescindibile la pace tra le nazioni, la libera circolazione degli uomini e delle donne di qualsiasi provenienza, e il rispetto di ogni forma di riconoscimento personale che non sia soltanto quella strettamente biologica, etnica o sociale. Anche perché – rifletto – i giovani sono molto più aperti e tolleranti dei loro genitori e di tutti quei governanti che oggi li additano sul banco degli imputati come la generazione del lassismo, della dipendenza dai social e del malessere psichico.
Il 25 aprile 1945 ha generato la nascita della Repubblica, con l’imporsi di una democrazia egualitaria e previdenziale dopo gli anni della dittatura. E soprattutto una democrazia pluralista, in quanto comunista, socialista, cristiana, laica, liberale: cioè quelle stesse anime politiche che si sarebbero ritrovate nella stesura della nostra Costituzione. Poi, dal 1945 al 1975 ci sono stati i cosiddetti “trent’anni gloriosi”, così definiti perché in quel periodo ci fu un’impennata dell’economia mondiale dovuta non solo alla risalita demografica ma pure all’aumento degli investimenti privati e pubblici che hanno determinato a loro volta la crescita dei salari, dei consumatori e, più in generale, del benessere. Quel benessere di cui i ragazzi a scuola oggi sono i “nipoti”.
Dunque, tornando al sondaggio dei miei allievi, mi rendo conto che l’effetto della celebrazione del 25 aprile non è terminato, ma oggi dev’essere rinvigorito. Non con l’invito a riprendere le divise, come i miei allievi hanno indicato comprensibilmente di fronte alla minaccia dell’ennesima perdita della libertà, ma con un’ulteriore assunzione di consapevolezza individuale e collettiva. Ciascuno di noi, studenti compresi, dobbiamo farci latori di un percorso di rigenerazione valoriale che possa urlare il proprio insopprimibile desiderio di pace e di rispetto di tutte le diversità, e di dialogo. Sia pure di dialogo con quegli attori che, per primi e in base a meri calcoli di profitto e di interesse, violano consapevolmente l’integrità internazionale e la sicurezza di popoli e nazioni considerati più deboli e inermi.
Se nel 1945, dalle ceneri delle distruzioni della Seconda guerra mondiale è nata l’Onu, con la missione principale di mantenere la pace e la sicurezza internazionale, di sviluppare relazioni amichevoli tra i paesi e di promuovere migliori condizioni di vita, oggi è necessario, proprio a partire dalla scuola, dare vita a una nuova “organizzazione” di uomini del nuovo millennio fortemente determinati alla collaborazione tra i popoli e al rispetto di tutte le comunità.
Accanto alla resistenza verso il nazifascismo, incentrata su un consapevole progetto politico-militare, era sorta una resistenza molto più diffusa, multiforme e mutevole, che aveva le sue radici nella stanchezza, nel rifiuto della guerra, e che si manifestò nella renitenza alle nuove leve militari, così come ha sostenuto lo storico Santo Peli. Sulla scia di quella eterogenesi resistenziale, oggi le nuove generazioni devono essere indirizzate a loro volta a un’altra forma di “resistenza diffusa, multiforme e mutevole” che imponga il rifiuto dei combattimenti e dei bombardamenti, e che sorregga invece la proposta coraggiosa e indomita del dialogo anche con il peggior nemico. Così come nel 1943-1945 le generazioni protagoniste attive della Resistenza si presentarono completamente prive di una preparazione politica, allo stesso modo i nostri giovani si presentano impreparati di fronte alle minacce sempre più insidiose degli autocrati e dei populisti del nostro tempo.
Occorre dunque riproporre oggi il 25 aprile come occasione contemporanea per essere pronti a una nuova accezione della guerra. Lo storico Claudio Pavone ha parlato, a proposito della nostra Liberazione, di una triplice guerra: patriottica, in quanto rivolta contro il nemico, civile in quanto combattuta tra fascisti e antifascisti, e infine una guerra di classe contro tutti quei capitalisti che avevano fiancheggiato il regime e ne avevano favorito l’ascesa. Oggi la scuola deve proporre una quarta accezione della Liberazione: dobbiamo formare una nuova generazione di combattenti che si mostrino davvero resistenti a tutti i soprusi, all’abbandono dei migranti in mare in spregio alla legge del mare, al rifiuto dell’ascolto di tutte le culture seppur distanti da noi e a tutte le forme di manipolazione della verità, partendo proprio da quei cambiamenti climatici che sono sotto gli occhi di tutti. Per restare ancora una volta partigiani ed esseri umani.
Solo in questo modo i miei allievi potranno scegliere un riarmo ma di tipo ideologico, con la piena consapevolezza del proprio ruolo di attori della Storia e senza soggiacere alle minacce del presente. Cercando di individuare la propria strada senza farsela imporre da altri ma quasi cantandola per il futuro con le proprie “cetre”. Così come il poeta Salvatore Quasimodo, nella sua celebre lirica, aveva scritto per i combattenti del 1945: «Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento».
